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sabato 26 aprile 2008

Pensiero del giorno... Architroie

Volevo spendere 2 parole sulle prossime Olimpiadi di Pechino.
Sembra ormai che con la parola "etica dell'architettura" si faccia riferimento solo ed unicamente al contenimento dell'impatto ambientale degli edifici. Tuttavia in occasioni come gli Expo o le Olimpiadi, delle vere e proprie manne per gli architetti, si pongono altre questioni che vanno ben oltre le semplici riflessioni individuali. Cominciano ad entrare in campo la politica, la politica interna ed estera, le alleanze e tanti altri elementi di importanza globale.
Sappiamo benissimo che la Cina ha problemi enormi in fatto di diritti umani partendo dalle sue stesse terre, passando per il Tibet fino a giungere in Darfu (Sudan), tanto per citare le più famose emergenze umanitarie. Il mondo intero si è mobilitato per boicottare Pechino 2008. Dalle riserve del capo di stato francese (Sarkozy) e americano (Bush) al ritiro di Steven Spielberg come direttore artistico; da Viva Radio 2 di Fiorello ai singoli atleti. E gli architetti come si sono comportati? Una sola voce si è alzata fuori dal coro, quella di Daniel Libeskind, che visto il suo trascorso, non poteva rimanere indifferente. Ha chiesto ai suoi colleghi di sospendere qualsiasi forma di collaborazione con TUTTI i regimi totalitari. Ma questo suo atteggiamento sembra aver smosso poche coscienze ancora, dopotutto ormai tutto è pronto. Nella lista nera vanno nomi ovvi come: Herzog e de Meuron con il National Stadium a nido di rondine; Il gruppo PTW con il WaterCube (la piscina olimpionica), ma anche Rem Koolhaas per le precedenti costruzioni e Zaha Hadid per le future costruzioni in Azerbaijan (probabili olimpiadi 2016).
Mi sento di appoggiare senza riserve le idee di Libeskind, sebbene non sia ancora un architetto di sicuro non voglio diventare un'architroia...

Approfondimento:
http://www.architettiroma.it/dettagli.asp?id=10134

Foto di...

martedì 22 aprile 2008

Pensiero del giorno... Architettura per Architetti


E' un concetto che si esprime con tre parole, "architettura per architetti", eppure mette tanta di quella carne al fuoco che ci si potrebbero scrivere interi libri.Vi è mai capitato di sentire una fitta allo stomaco in seguito alla visione di qualche opera che apprezzate particolarmente? e vi è pure capito di notare che ciò che voi considerate come un miracolo di scienza e tecnica, venga etichettato dagli altri (i non-architetti) come una abominio a sfregio di chissà quale bellissima città? Ecco, allora capite esattamente qual'è il significato delle tre paroline.
Questa è una malattia endemica di ogni disciplina: prima o poi i professionisti tagliano ogni rapporto con gli utenti creando una sorta di lobby autosufficiente. L'architettura non poteva esserne immune. Ragionando in questo senso potremmo fare una rilettura di tutte l'architettura dell'ultimo secolo: siamo passati dai grandi maestri, la cui popolarità era direttamente proporzionale all'impatto che avevano sul mondo reale, agli archistar osannati dagli addetti ai lavori e ignorati dal resto dell'umanità. Realizzare le opere progettate, diventa quasi un optional che nulla toglie all'importanza e al prestigio di questi guru. Dopotutto, nell'era contemporanea, si cercano incessantemente dei riferimenti che vadano oltre la materialità, ma si fondino sulle idee, i concetti (non potrebbe essere altrimenti, se si pensa che solo la Cina ogni anno sforna 2 milioni di ingegneri, bruti della tecnica che perdono la competizione sul piano intellettuale). Lo scarto che passa tra il fisico e lo spirituale dell'architettura si paga in comprensibilità da parte degli utenti finali, fino a giungere all'architettura per gli architetti (e basta). E' un fenomeno contenuto al momento, ma ho l'impressione che avanzi inesorabile...

lunedì 14 aprile 2008

Una storia d'amore con l'arte...

In seguito ad un seminario svoltosi all'università mi sento in dovere di rendere manifesto il lavoro di un uomo che è riuscito a contrapporsi al "sistema" e ha "sacrificato" la sua vita sul tempio dell'arte, della bellezza e, aggiungo, anche dell'amore per la propria terra, la Sicilia e in particolare Castel di Tusa (ME).

Ebbene si tratta di Antonio Presti, imprenditore siciliano che nel 1982 vede la sua vita da studente universitario (ingegneria) stravolta dalla morte del padre. "Costretto" dunque a prendere la direzione del cementificio di famiglia, nel 1986 inizia a donare opere d'arte a Fiumara cominciando proprio dal monumento al padre, in occasione del quale chiama in causa lo scultore Pietro Consagra.

Col passare del tempo le opere aumentano, dando vita ad un vero e proprio museo all'aperto, Fiumara d'arte. Varie vicissitudini (esposte anche nell'articolo scritto poco tempo fa in questo blog) hanno reso impossibile un'accurata manutenzione di tali opere, che nel corso del tempo sono andate degradandosi.

Durante il periodo di problemi con la giustizia (condannato infatti con l'accusa di appropriamento indebito di suolo pubblico), precisamente nel 1991,

Presti inaugura l'Atelier sul mare. La caratteristica di
questo albergo è che ogni stanza
rappresenta un'opera d'arte realizzata da artisti da grande talento.


Dal 1990 al 1991 Presti è stato occupato con la manifestazione "Un Kilometro di Tela", nata a Pettineo, in occasione della quale vennero chiamati numerosi artisti incaricati a dipingere la tela lunghissima, che sarebbe poi stata tagliata e donata a famiglie ospitanti gli artisti, dando vita a veri e propri musei domestici. Non si tratta di una presa in giro ma solo di una azione intelligente al fine di contrastare l'omertà purtroppo diffusa in Sicilia.


Al giorno d'oggi Presti collabora alla rinascita del quartiere di Librino (CT), muovendo la coscienza popolare cominciando con manifestazioni in cui i protagonisti sono i piccoli.

A mio parere si tratta di una mente geniale che ha contribuito e continua a contribuire a valorizzare le bellezze ignorate di alcuni luoghi ... poi il letto con le piume (il Nido) sembra davvero comodo. A voi eventuali commenti...

Sito ufficiale dell'albergo:
http://www.ateliersulmare.it/applicazione/index.html

Approfondimenti:

venerdì 11 aprile 2008

GIBELLINA - Capitolo 4: Piazze e spazi aperti

1 – Storia e Ricostruzione
2 – Architetture Pubbliche
3 – Architetture Private
4 – Piazze e Spazi aperti @
5 – Arte
A Gibellina tutto è stato studiato e progettato, anche gli spazzi che troppo spesso vengono dimenticati, come aree di risulta, incroci di strade e zone antistanti ad edifici. A questi luoghi aperti viene data una loro identità e singolarità che li rende immediatamente riconoscibili all’ interno del tessuto urbano classificando anche tutto quello che vi sta attorno.


Sicuramente gli spazzi aperti per eccellenza sono le piazze e quella più importante è il sistema delle cinque piazze. Queste sono state progettate da Francesco Purini e Laura Thermes nel 1983 e prenderanno il nome di: Piazza Rivolta del 26 giugno 1937, Piazza Fasci dei Lavoratori, Piazza Monti di GIbellina, Piazza Autonomia Siciliana, Piazza Passo Portella delle Ginestre.

Delle cinque piazze sono state realizzate, tra il 1987 e il 1990, solo le prime tre, queste avevano il compito di unire due parti di paese rimaste divise da cinque isolati lasciati inedificati, realizzando un lungo elemento di collegamento attraversato da sei strade carrabili.
Nella prima piazza si accede attraverso un ingresso monumentale e sui lati lunghi, da un lato si trovano delle piramidi a gradoni in travertino d'Alcamo che fungono da vasi per delle palme e dall’altro un muro-filtro in cemento armato, scandito da setti murari in tufo giallo di Mazzara. Si trova anche una fontana posta nella parete ricurva di ingresso, che funge da “sorgente” del sistema delle acque che attraversano in superficie le cinque piazze e si interra solo in corrispondenza delle vie carrabili.

Le altre due piazze consistono in due ampi rettangoli racchiusi da porticati a due elevazioni con la parete in alto ripiegata verso l’interno e bucata da finestre quadrate. I porticati sono attraversabili in alto per tutta la loro lunghezza senza interrompersi mai neppure nell’incontro con le vie carrabili, questo serve sia per dare unicità alle piazze, sia per segnare il cambio di contesto urbano agli occhi di chi attraversa la città in macchina ed incontra questi imponenti portali.
Oltre all’acqua e i porticati altro elemento unificatore è la pavimentazione realizzata secondo
un reticolo a maglie quadrate in pietra lavica e ricorsi in travertino.


Queste foto sono state scattate durante una visita a Gibellina, organizzata dall’università di Catania, tra le11-14. Io mi chiedo come sia possibile che questi spazzi, ed il resto della città, siano completamente deserti, le uniche persone che si trovano nelle immagini sono dei miei colleghi.
Io credo che il problema sta nel fatto che in questa piazza, come in tutto il progetto di Gibellina non si sia tenuto conto della scala umana. Questo paese ha una densità demografica bassissima, pari a circa 330 abitanti per ettaro, un rapporto che dà la misura delle distanze tra le persone e le cose.
Questa dilatazione degli spazzi ha fatto si che si realizzassero delle architetture non vissute, questa piazza può raccogliere migliaia di persone, ma oggi Gibellina ne conta solo circa 4000. Allora mi sorge una domanda: se l’architettura è al servizio del vivere dell’uomo, e questi spazzi non sono vissuti, questi, sono architettura?

Piazza XV Gennaio 1968

Casa di Lorenzo

giovedì 10 aprile 2008

GIBELLINA - Capitolo 3: Architetture Private

1 – Storia e Ricostruzione
2 – Architetture Pubbliche
3 – Architetture Private @
4 – Piazze e Spazi aperti
5 – Arte

Il panorama urbano di Gibellina è punteggiato da una grande quantità di edifici privati degni di essere ammirati. Da una parte la mano pubblica, dall'altra il singolo privato, hanno fatto si che in questo piccolo paese l'architettura contemporanea non fosse un fatto legato solamente alle grandi opere, ma a tutti gli aspetti dell'abitare. Le firme degli architetti riportati sui cartelli turistici, scandiscono le strade in maniera uniforme, dando un senso di città orizzontale dove la qualità ambientale non è solo un fatto di zoning.
Franco Purini e Laura Thermes sono tra i progettisti che hanno avuto maggior voce in capitolo nella ricostruzione di Gibellina e di conseguenza una visuale privilegiata sui fatti urbani che analizziamo. Oltre la realizzazione delle 5 Piazze, vanno menzionate due costruzioni private parecchio interessanti. La prima è la Casa del Farmacista (1980-88). Questa costruzione è informata da parecchie idee che hanno esito più o meno evidente:
- Rievocazione della memoria della "casa" intesa come idea, che si materializza nella realizzazione di una nicchia che sovrasta l'ingresso alla farmacia.
- Unione di funzione abitativa-privata e commerciale-pubblica tradotta mirabilmente in una separazione e differenziazione dei fronti stradali che sembrano appartenere a edifici differenti.
- Il disegno formale è influenzato dagli studi di Purini per le forme geometriche e lo spazio metafisico, che vede le persone come un elemento di disturbo. A tale proposito è da notare che in tutti i suoi disegni di progetto manca la figura umana a pesare e caratterizzare lo spazio. Purini dopotutto è un architetto che ha disegnato molto più di quanto abbia prodotto, e sebbene questo non tolga importanza alla sua persona, giustifica l'assenza di uomini. Non meravigliatevi se di fronte le sue opere il gusto metafisico e geometrico della scena vi farà odiare qualsiasi presenza umana.
- Cura del dettaglio che va ben oltre l'attenzione per gli elementi "importanti", ma caratterizza ogni oggetto dandogli dignità.


L' altra opera del duo Purini-Thermes è collocata a pochi metri dalla casa del farmacista, sull'altro fronte del viale dell'indipendenza siciliana. Colori , forme, idee fanno pensare a case di autori differenti, ma dopo un analisi accurata si possono agevolmente riscontrare i tratti comuni.
Le travi oblique del tetto caratterizzano il blocco contenente le scale. Subito dietro si trovano le abitazioni vere e proprie collegate tramite ponti-balconi. Le forme e gli spazi contorti generati sembrano poter essere ricollegati ai primissimi studi di Purini con esiti squisitamente piranesiani.
Tutta la piazza del fronte principale era stata studiata in dettaglio, con tutti gli elementi di arredo urbano minuziosamente disposti. Il progetto sembra però esser stato realizzato solo parzialmente. Registriamo inoltre l'assenza di un corpo di fabbrica cilindrico.



A causa della scarsità di informazioni e della difficoltà con qui queste sono reperibili non ci è possibile risalire agli autori, ci limitiamo quindi a postare qualche fotografia che esplicita di fronte a quale tessuto urbano ci troviamo... a voi gli approfondimenti.

martedì 8 aprile 2008

GIBELLINA - Capitolo 2: Architetture pubbliche

1 – Storia e Ricostruzione
2 – Architetture Pubbliche @
3 – Architetture Private
4 – Piazze e Spazi aperti
5 – Arte

A due anni dal sisma, lo Stato non si era ancora mobilitato per risolvere il problema dei senzatetto sopravvissuti alla catastrofe. Le più illustri personalità siciliane, Leonardo Sciascia, Carlo Levi, Renato Guttuso e molti altri, decisero allora di scrivere un appello all’opinione pubblica, organizzando una veglia tra le macerie nella notte tra il 14 ed il 15 gennaio, in occasione dell’anniversario dell’evento. A quell’appello risposero solo intellettuali ed artisti; nonostante ciò la provocazione aveva colpito nel segno e qualcosa iniziò a muoversi.
L’intento primario, rispondere ad una necessità imprescindibile della collettività, si era tramutato in provocazione in grado di accendere aspri dibattiti sul ruolo dell’arte e dell’architettura, dibattito culminato concretamente nell’impianto di una città a partire da una “tabula rasa” fisica e culturale.
In questo contesto prese piede la polemica: tra tante opere d’arte e altrettanta disoccupazione gli abitanti non avrebbero provato un profondo senso di disagio e alienazione? Negli anni a seguire i quotidiani titolarono su storie di presunti saccheggi o sprechi di denaro pubblico durante la ricostruzione.
Ma c’era anche chi rispondeva ai detrattori che per un popolo che ha perso fisicamente le sue radici e la sua memoria, sono certo indispensabili scuole, ospedali e reti di servizi, ma non meno basilare è aprire le porte alla cultura. Solo l’arte avrebbe potuto creare in un luogo privo di storia per la comunità, un nuovo patrimonio culturale condiviso, una memoria dei luoghi, i segni distintivi di un tessuto urbano sul quale allocare nuovi ricordi.

Oggi il silenzio assoluto che si percepisce per le strade di Gibellina sembra in parte dare eco a quelle aspre polemiche. Tuttavia i segni materici della ricostruzione permangono, tangibili e suggestivi, e si impongono ad ogni sguardo sul fondale verdeggiante chiedendo maggiore valorizzazione e partecipazione.
Tra tutte le realizzazioni, quelle che, per il valore civico intrinseco, meglio incarnano l’ideale perseguito sono gli edifici pubblici. L’urbanistica ci insegna che sono proprio questi gli elementi identificativi di ogni città o paese, i segni che marcano luoghi ben precisi e punti di riferimento nell’ambito urbano.

Ecco i principali esempi d’autore offerti da Gibellina:

Municipio di Gregotti e Samonà

Si tratta di un edificio di grandi proporzioni, squadrato, elegante e funzionale, progettato da Vittorio Gregotti e da Giuseppe Samonà. La ricercata austerità è mitigata dai pannelli in ceramica policroma, firmati da Carla Accardi e da Pietro Consagra. I pannelli, di dimensioni medie 3x5 m, sono realizzati con mattonelle quadrate di 30 cm. All'interno del Municipio si trova la sala di riunione Agorà, sulla quale campeggia il mosaico di Gino Severini. Anche nel Municipio, dunque, l’idea dominante è quella di valorizzare l'arte, non fine alla mera contemplazione, ma come stimolo alla partecipazione alla vita collettiva. Di fronte al Municipio, nel mezzo dell’ampia piazza-giardino intitolata XV Gennaio 1968, svetta la Torre Civica dell'architetto milanese Mendini, accostata ai carri scenici di Arnaldo Pomodoro.

Meeting e Teatro di Pietro Consagra

Il Meeting, edificio-scultura che ospita i congressi di Gibellina, si erge gareggiando in altezza con le vicine colline. La sua struttura in cemento, acciaio e vetro si piega sinuosa materializzando una gigantesca scultura che "supera le sue funzioni pratiche", come affermava lo stesso Consagra. L'edificio, nell’ottica dell’artista, vuole andare aldilà della funzionalità, stabilendo un nuovo rapporto tra fruitore e oggetto, un rapporto che privilegi la spiritualità come contrappeso al moderno tecnicismo.
Il teatro adiacente, come sottolineano amareggiati anche i pochi gibellinesi incontrati, è in costruzione da qualche decennio.

Chiesa Madre di Ludovico Quaroni
Il fulcro della nuova città doveva essere un asse longitudinale segnato da un macro-organismo lineare composto dagli edifici del Centro civico, commerciale e culturale. La nuova Chiesa rappresentava il culmine, sia per la posizione baricentrica nella composizione geometrico-spaziale urbanistica, sia per la collocazione orografica, sulla collina che domina Gibellina.
Obiettivo fondamentale per Ludovico Quaroni era la creazione di una "Chiesa unica nel genere in quanto risponda alle condizioni economiche, territoriali e storiche della zona in cui sorge", che non facesse il verso alla tradizione architettonica religiosa.
Gli elementi chiave della tradizionale chiesa vengono scomposti e re-inventati: l’enorme sfera bianca individua la centralità dell’impianto e si connota come re-interpretazione della cupola, tipica sia della cristianità che del mondo arabo. La simbolica perfezione della sfera, che rappresenta l'Universo, la continuità, l'infinito, la totalità, si innesta su un materico cubo di cemento, segno della perfezione del raziocinio umano. La modularità permette di richiamarsi all’uso kahniano di scomporre il quadrato di base dell'edificio, dando luogo a blocchi differenti con differenti destinazioni d'uso. Nelle forme prevalgono dunque quelli che Quadroni definisce “dolorosi incastri” tra volumi o materiali diversi, che fanno della chiesa un luogo introverso e autoriflessivo.
Tra la progettazione e la realizzazione dell'edificio passano circa 15 anni. Nell'agosto del 1994 la copertura piana dell'aula dei fedeli crollò per lo stato di incuria ed abbandono. La copertura originaria in calcestruzzo armato dovrebbe essere sostituita da una articolata struttura metallica a traliccio. Oggi la struttura si trova in fase di restauro.

Museo civico d'Arte Contemporanea
Il Museo civico d'Arte Contemporanea, che dispone anche di un auditorium, custodisce un patrimonio di circa 1800 pezzi unici donati da prestigiosi artisti. La sezione “Idee per la città” espone i bozzetti delle opere collocate lungo le strade del paese.

Baglio Di Stefano di Aprile, Collovà, La Rocca
L’antica masseria, tra i pochi reperti parzialmente sopravvissuti al violento sisma, fu acquistata dall'amministrazione comunale e restaurata dagli architetti Marcella Aprile, Collovà e La Rocca. L'imponente complesso, appena fuori dalla città, rappresenta la memoria della cultura contadina locale, e oggi è sede di istituzioni culturali e universitarie, residenza di artisti e studiosi ospiti della città. La ristrutturazione ha è stata effettuata raccogliendo, ricomponendo ed interpretando attraverso i dati oggettivi (i ruderi ed il successivo rilievo) e quelli della memoria, la struttura essenziale del baglio. La matrice dell’insediamento è il recinto ottenuto dall'accostamento di più edifici, gerarchizzati funzionalmente. Il grande invaso, lastricato in ciottoli, da corte del baglio diventa una vera e propria piazza, con percorsi che perimetrano lo spazio o vi confluiscono dagli altri recinti del complesso. Tra le funzioni ospitate nel riuso un teatro all'aperto, uffici, una biblioteca, una sala di esposizioni temporanee e un giardino.

Nuovo cimitero di Consagra
L’accesso al luogo sacro è segnato dalle porte disegnate da Pietro Consagra, ispirate al “Riferimento all'unicità” e al “Riferimento all'irripetibile”. A pochi passi dall’ingresso troviamo la tomba dello stesso Consagra, omaggiata da tutti gli abitanti più anziani che ricordano l’impegno profuso dall’artista per la rinascita di Gibellina.

Palazzo Di Lorenzo di Venezia

Una singolare e intrigante casa-museo, che integra al suo interno la facciata di un antico edificio della vecchia Gibellina, accostando stili di epoche diverse. L'autore, l'architetto Francesco Venezia, spiega così il suo intervento: "...costruire oggi a Gibellina è l'impegno a ricostruire la ricostruzione: riprendere la totalità delle componenti nel segno del diritto inestinguibile di questi sito a ridiventare classico; ricostituire, per una comunità in cui urge il ripristino di equilibri interrotti, l'armonia con il suo intorno, riattivando capillarmente i rapporti con la natura: (ho voluto che il Museo delle Case Di Lorenzo, proprio per accogliere la testimonianza dentro Gibellina Nuova della Gibellina distrutta, fosse una macchina ottica per godere il paesaggio)". Si tratta di una struttura squadrata, in pietra chiara con riflessi color oro nelle giornate di sole. All'interno, di fronte alla facciata del vecchio palazzo, troviamo un percorso ascendente che giunge al piano superiore, racchiudendo lo spazio espositivo e offrendosi al tempo stesso come punto di osservazione privilegiato sul paesaggio circostante.

lunedì 7 aprile 2008

GIBELLINA - Capitolo 1: Storia e Ricostruzione

Sabato 15 marzo la Facoltà d’ingegneria dell’Università di Catania ha portato in visita a Gibellina (Trapani) gli studenti del corso di Laurea in ingegneria Edile -Architettura nell’ambito del corso di Architettura e Composizione II.
Tutto il gruppo Petra Dura ha partecipato e ha deciso di mettere a disposizione di tutti il materiale raccolto durante il viaggio in questo splendido angolo di Sicilia.
Per tutta questa settimana pubblicheremo solo articoli dedicati al paese di Gibellina nel tentativo di analizzare diversi aspetti attinenti all’architettura, con la consapevolezza che qualunque cosa diremo non sarà mai abbastanza. Per questo motivo speriamo di ricevere molti commenti da parte vostra. Se avete qualche curiosità in merito a quanto scriveremo, non avete che da chiedere. Siamo disponibili nel fornirvi altre foto qualora quelle pubblicate non siano abbastanza.

Un ringraziamento particolare va ad Agostino P., web master di gibellinaonline.it, che ci ha dato un sacco di informazioni utili accogliendoci nel suo paese.

Argomenti trattati:

1 – Storia e Ricostruzione @
2 – Architetture Pubbliche
3 – Architetture Private
4 – Piazze e Spazi aperti
5 – Arte

1 – Storia & Ricostruzione

Il vecchio paese di Gibellina era il classico esempio di villaggio siciliano della valle del Belice abbarbicato su una collina caratterizzata da forti pendenze. La zona costruita era ben delimitata dalle campagne circostanti; le stradine erano strette e ripide e spesso si alternavano a scalinate; vi era presenza di edilizia spontanea che non seguiva alcun progetto; assenza diffusa di servizi. Poi nel gennaio del 1968 arrivo il terremoto che distrusse il 90% delle abitazioni. Le cronache del tempo narrano di scenari apocalittici dove a fatica si riuscivano a contare le vittime.
Come ben sappiamo, la storia ci insegna che dopo ogni catastrofe naturale l’uomo ha un aspetto particolarmente propositivo per quanto riguarda la ricostruzione. E questo è ciò che è accaduto anche a Gibellina. Dopo un primo periodo di incertezze in cui si facevano avanti le ipotesi più disparate (ricostruire e mettere assieme tutti i paesini limitrofi da un lato e ricostruire sulle macerie dall’altro) si capì che la nuova Gibellina sarebbe stata al centro delle attenzioni di molti specialisti e artisti.

Dove: Da subito si scelse come luogo per la ricostruzione una porzione pianeggiante di territorio e allo stesso tempo nodo infrastrutturale tra la costruenda autostrada Palermo - Mazzara del Vallo e la tratta ferroviaria esistente. Il vecchio paese adesso dista circa 20 KM.
Viaggiando per questi luoghi non si può fare a meno di notare come Gibellina nuova non rispetti i canoni del villaggio siciliano chiuso su se stesso, arroccato, schermato da costruzioni difensive. L’occhio viene calamitato dalle costruzioni moderne che si stagliano sul landscape naturale.

Quando: Il primo piano per la ricostruzione risale al 1970 e porta la firma di Vittorio Gregotti, Ludovico Quaroni, Alberto e Giuseppe Samonà. Era un piano fatto per macrostrutture che lasciavano aree di indeterminatezza, successivamente ripensate nel 1982 dal team coordinato da Oswald Mathias Ungers con la collaborazione di Laura Thermes, Franco Purini e innumerevoli altri progettisti e artisti. È in questa fase che tutto l’impianto comincia a delinearsi e prendere forma il rapporto tra infrastrutture, costruzioni private e spazi pubblici. Tuttavia nel 1991 vengono condotti altri studi sulla ricomposizione urbana da Pierluigi Nicolin.
Ad oggi non è possibile dire che la ricostruzione sia terminata: se è vero che i non esistono più le baraccopoli dei sopravvissuti, alcuni progetti sono ben lontani dall’essere conclusi (il teatro di Pietro Consagra), altri invece sono già in ristrutturazione (la chiesa a sfera di Ludovico Quaroni).

Come: Osservando la cartina del paese è facile notare come si sia materializzata l’idea di un architettura piana e diffusa sul territorio sul modello delle villette americane: casa isolata, garage autonomo, piccolo ambito verde. È presente una forte gerarchizzazione tra viabilità veicolare (viali) e pedonale (vie). Per riassumere potremmo dire che ogni quartiere è circondato da strade principali e/o secondarie, mentre risulta tagliato al centro da vie alberate e percorribili esclusivamente a piedi. La sensazione di riservatezza che sprigionano questi anfratti è da ricollegare al tentativo di creare il senso di vita comunitaria presente nella vecchia Gibellina.
Tutti i quartieri risultano innestati a piazze o parchi pubblici, e sono inframmezzati da sculture o opere architettoniche di rilievo, tanto da poter parlare di città-museo.
Lo spazio urbano viene allungato a dismisura nel tentativo di ricreare migliori condizioni di vita per i loro abitanti, ma l’unico risultato che si avverte passeggiando per queste vie è di vuoto e rarefazione architettonica e umana.

Osservazioni: oggi Gibellina soffre quel male conosciuto con il nome di alienazione. Si ha l’impressione che gli abitanti non abbiano apprezzato l’esito prodotto dall’urbanistica di un trentennio, seppure sembrino essere stati parte attiva della trasformazione. Abbondano i luoghi senza identità, le piazze vuote, le strade deserte. Se in un primo momento, la ricostruzione del paese aveva attirato gli interessi di non poche persone, adesso pare che anche il turismo sia in calo.
Tuttavia, in paese si registrano le voci di chi auspica un radicale cambiamento per quest’isola fatta di contemporaneità in un isola (la Sicilia) che da poco comincia ad apprezzare l’altra faccia della sua terra, non fatta unicamente di mare, ruderi e chiese.


Link utili e approfondimenti:

Post di Petra Dura su Gibellina:
http://petra-dura.blogspot.com/2008/01/pensiero-del-giorno-gibellina.html

Sito in cui potrete trovare molte foto e informazioni aggiornate e sul paese e i suoi abitanti:
http://www.gibellinaonline.it/

sito del comune di Gibellina con mappa interattiva e fonti storiche
http://www.comune.gibellina.tp.it/

Autori e opere di Gibellina:
http://www.traarchit.it/architetture/luogo/gibellina.htm

Discussioni:
http://architettura.supereva.com/coffeebreak/20001127/index.htm
http://www.antithesi.info/testi/testo_2.asp?ID=137

venerdì 4 aprile 2008

Attualità e Curiosità...Fast Architecture - Studio Ghigos (2006)

Si tratta di un padiglione espositivo e di un allestimento temporaneo nell'Accademia delle Belle Arti NABA di Milano realizzato per il Salone del Mobile.

Questa struttura, dopo essere stata smontata nel luglio 2006, è stata riutilizzata in altre due occasioni presso lo stesso campus universitario.

Ciò che mi ha attirato è proprio l'allestimento temporaneo, in cui sono utilizzati semplici bidoni di plastica naturalmente componibili tra di loro, che costituiscono pareti caratterizzate da una semitrasparenza colorata. "Edifici contenitore fatti a loro volta di contenitori" come dicono gli stessi autori.

L'energia di questo lavoro è proprio data dalla capacità di essere trasformabile dai fruitori: viene così curato anche l'aspetto ludico e viene fomentata la creatività degli utenti.

Riportando una frase del gruppo autore ( Studio Ghigos) dell'opera: "Perché in fondo... se gli oggetti vanno utilizzati, perchè limitarne l'utilizzo? Se l'edificio-oggetto è una soluzione, l'edificio di oggetti è una rivoluzione." E' proprio qui che si innesta il rapporto tra architettura e riciclo.



Sito ufficiale, ricco di immagini

giovedì 3 aprile 2008

Architetti Emergenti: Mario Cuccinella Architects - Stazione marittima di Otranto 1999/2001

Tesina-recensione al sito di Mario Cucinella e all'opera Stazione Marittima di Otranto, realizzata nell'ambito del laboratorio di Architettura e Composizione II

Sito Ufficiale: http://www.mcarchitects.it/
Progetto: http://www.mcarchitects.it/ita/prog/otranto.htm


Mario Cucinella Architects è una società fondata da Mario Cucinella a Parigi nel 1992 e della quale Elizabeth Francis è partner.

La nuova stazione marittima di Otranto è destinata a diventare un ingresso alla città per chi viene dal mare e punto di riferimento per il territorio urbano.

Dal mare si può vedere la rocca con i suoi contrafforti inclinati, e sono questi che ne suggeriscono la soluzione formale. Adesso che le necessità difensive sono venute meno l’intento è quello di riportare l’immagine della città sul mare.


L’edificio presenta una punta la cui inclinazione però è capovolta e si protende verso il mare, quindi le facciate NO e NE sono inclinate rispettivamente di 8° e 16°. Tale inclinazione serve anche a proteggere gli ambienti interni dalla luce estiva riflessa dal bacino del porto.

A questa soluzione si unisce il ricordo della casa Malaparte a Capri (Adalberto Libera 1938-43), appoggiata ad una scogliera e legata alla natura retrostante tramite una scalinata.


Il legame alla città traspira anche dall’uso dei materiali: la pietra utilizzata proviene dalle cave di Cursi e di Soleto. E' stata lavorata nel modo tradizionale e cioè tagliata a “piano di sega”, un taglio grezzo, per creare con la luce naturale radente degli effetti di chiaro scuro, ed incollata sulla struttura in cemento armato.

L’edificio, orientato lungo l’asse SO-NE, si sviluppa in 90m x 16m su due piani adibiti ad uffici e spazzi per la ricezione del pubblico.

L’ingresso principale dà su un grande atrio, illuminato da una copertura vetrata inclinata; gli ingressi laterali sono arretrati rispetto al filo dell’edificio e diretti lungo la perpendicolare, così da rimanere quasi nascosti.

mercoledì 2 aprile 2008

Attualità e curiosità... Pritzker Prize 2008

L’architetto francese Jean Nouvel si è aggiudicato il Pritzker 2008, prestigioso riconoscimento mondiale assegnato annualmente per i meriti in campo architettonico. Quest'anno la giuria era composta da: Peter Palumbo, Shigeru Ban, Rolf Fehlbaum, Carlos Jimenez, Victoria Newhouse, Renzo Piano, Karen Stein.
Come nella tradizione del Premio Pritzker, Nouvel sarà insignito, il prossimo 2 Giugno, con una medaglia di bronzo e riceverà il premio in denaro di $100,000.

In quaranta anni di carriera Nouvel ha realizzato più di 200 progetti in Francia, Europa, Asia e Stati Uniti. Il presidente della giuria Hyatt Foundation, Peter Palumbo, ha così motivato la scelta: il premio va ai “nuovi approcci alle consuete sfide architettoniche”; Jean Nouvel viene descritto come un architetto senza uno stile precostituitoda sovrimporre al contesto -per capirci, in contrapposizione ai vari architetti autoreferenziali (vidi Gehry) che spopolano oggi-.
Al contrario, a Nouvel viene riconosciuta la capacità di interpretare tale contesto, con la sua cultura, il programma funzionale e le esigenze dell'utenza, pervenendo a strategie diverse in ogni intervento.

Tra le opere di Jean Nouvel, che spesso hanno fatto parlare di sè a vario titolo ricordiamo: l’Istituto del Mondo arabo della Fondazione Cartier di Parigi, la contestata Torre Agbar di Barcellona, del Centro Culturale e Congressi di Lucerna (Svizzera), il teatro Guthrie a Minneapolis (USA). Tra i progetti in via di realizzazione troviamo poi il museo del Louvre ad Abu Dhabi (Emirati Arabi uniti), la torre Doha nel Quatar e la Filarmonica di Parigi.

Per chi volesse rinfrescare la memoria sui vincitori delle scorse edizioni, ecco un post al riguardo pubblicato di recente.
Il sito ufficiale del premio:
http://www.pritzkerprize.com/full_new_site/

martedì 1 aprile 2008

Architetti Emergenti: gruppo AWG

Recensione scritta nell'ambito del corso di Architettura & Composizione II a proposito del sito ufficiale del gruppo italo-austriaco AWG e della loro opera "Turn On".

Il sito internet, realizzato in linguaggio php, ha una struttura semplice e lineare anche per chi non conosce la lingua tedesca. Tuttavia il contenuto, l’accessibilità e la fruizione del materiale presente non è particolarmente soddisfacente: non si possono copiare ne testo ne immagini; di alcune pagine esiste solo la versione tedesca; l’autocelebratività del gruppo fa si che vengano riportate informazioni veramente inutili (la marca della caffettiera dell’ufficio) liquidando in poche righe i contenuti più importanti. Viene da pensare che sia proprio questa l’immagine che il gruppo AWG voglia dare di se stesso: un team di giovani sopra le righe, sfacciati e un pò naïf. Loro stessi dichiarano di non amare le regole precostituite e di non adottare gerarchizzazioni di alcun tipo.


Turn On
Le opere del gruppo saltano all’occhio per la spregiudicatezza intrinseca che si portano dietro: forme, sbalzi, rapporto con il contesto, nulla è banale.
L’opera presa in esame è una micro architettura modulare dal nome Turn On che si prefigge di raccogliere su una superficie lineare di 14 metri tutte le funzioni dell’abitare.
Analizzando il progetto del gruppo AWG si percepisce come sia sottile la linea di separazione tra Architettura e Design d’arredo. Infatti, il modulo base del Turn On è un oggetto d’arredo e allo stesso tempo un’architettura finita (nello spazio) e completa (dal punto di vista funzionale). L’idea progettuale originale era la seguente: raccogliere tutte le funzioni dell’abitare contemporaneo su una superficie che si estende in lunghezza per 14 metri e poco più larga di 1 metro. Per ottenere tale risultato si dovevano sfruttare tutti gli spazi disponibili comprese le pareti e il soffitto. Così nasce la forma circolare mobile che permettere di fruire tutte le superfici seppure in uno spazio volumetrico ridotto. Ad ogni configurazione corrisponde una o più funzioni.
Il passaggio successivo che ha fatto il gruppo AWG è stato quello di accostare più moduli Turn On così da ottenere un architettura propriamente detta che si sviluppa anche in profondità. In questa maniera ad ogni disco rotante viene affidato il compito di sostituire una “stanza”: cucina, soggiorno, camera letto, bagno e così via.
Non esiste un unico modulo di Turn On: al momento ne sono stati studiati circa una decina tutti differenti per usi e forme. Si va da modelli plastici che richiamano il design di Zaha Hadid a dischi spigolosi e molto geometrizzati. I progettisti individuano un punto di forza nel fatto che la ruota può essere personalizzabile per materiali e funzioni.
L’idea di poter utilizzare questo oggetto in maniera sempre diversa con una piccola rotazione dà una connotazione ludica al progetto che viene sempre esaltata e sottolineata nelle presentazioni.
La realizzazione artigianale di alcuni prototipi mette in evidenza come questo progetto non sia informato da particolari tecniche, tecnologie o nuovi materiali.


lunedì 31 marzo 2008

Materiali - L'ACCIAIO COR-TEN

A gentile richiesta, oggi ci occupiamo di un materiale da costruzione che si va facendo largo nel settore edile sia per l’elevata resistenza, sia per le alte potenzialità espressive a livello architettonico. Stiamo parlando dell’acciaio COR-TEN, materiale brevettato dalla United States Steel Corporation (U.S.S.) nel 1933; il suo nome è strettamente connesso alle sue caratteristiche:
- L’elevata resistenza alla corrosione (CORrosion resistance);
- L’elevata resistenza meccanica (TENsile strength).
Queste sono essenzialmente le motivazioni del suo successo, con gli evidenti vantaggi di carattere tecnico ed economico che derivanti dalla possibilità di utilizzare sezioni ridotte e dalla scarsa necessità di manutenzione. Infatti, l'ottima resistenza del COR-TEN alla corrosione da agenti atmosferici consente sia l'utilizzazione del prodotto "nudo", sia verniciato. In particolare, quando l'acciaio COR-TEN è esposto all’esterno non verniciato, si ricopre di una patina uniforme e resistente di ossido che impedisce il progressivo estendersi della corrosione all’interno. Tale patina assume una gradevole colorazione bruna, le cui tonalità variano nel tempo in base alle condizioni ambientali.



L’utilizzo del materiale verniciato, invece, gli conferisce un ulteriore margine di resistenza che permette di effettuare cicli di manutenzione molto diradati nel tempo. Le caratteristiche dell’acciaio COR-TEN variano poi in relazione alla diversa composizione chimica e allo spessore; ne esistono tre tipi: A, B e C, che consentono di rispondere adeguatamente ad ogni esigenza.
- Il tipo A, detto “al fosforo”, è quello più adatto alle applicazioni architettoniche, poiché possiede una resistenza all'azione degli agenti atmosferici tra 5 e 8 volte superiore a quella di un acciaio comune e pertanto si presta bene all’utilizzo non verniciato. Si pensi che per questo tipo di acciaio la corrosione si arresta dopo una diminuzione di spessore di soli 0,05 mm. Il COR-TEN A viene normalmente prodotto in spessori fino a 12,5 millimetri, per non avere penalizzazioni in termini di resistenza.
- Il tipo B, detto “al vanadio”, si presta meglio alle strutture portanti, per la maggiore resistenza meccanica anche su forti spessori. È lievemente penalizzata la resistenza alla corrosione, che comunque si attesta sulle 4 volte in più rispetto all’acciaio comune. È pertanto possibile l’impiego senza verniciatura, senza tuttavia raggiungere gli effetti estetici simili del COR-TEN A.
- Infine il COR-TEN C, di recente introduzione sul mercato, ha una resistenza meccanica notevolmente superiore agli altri due tipi e resistenza alla corrosione comparabile con il COR-TEN B. Lo spessore può raggiungere addirittura i 25 mm. Qualche altra caratteristica: questo materiale è prodotto prevalentemente in lastre, lavorabili per formatura a freddo –nel rispetto dei raggi di curvatura- fino a 12 mm di spessore. Per spessori superiori è preferibile la formatura a caldo, che generalmente non necessita di trattamenti termici particolari; si presta bene alla saldatura, anche con i materiali di apporto comunemente utilizzati. L'acciaio COR-TEN trova largo impiego nella realizzazione di strutture portanti, sia per edifici civili che industriali, opere di scultura, infissi, rivestimenti dalle alte potenzialità espressive, attrezzature di servizio per viabilità e trasporti in generale, sistemi di stoccaggio e anche macchinari ad uso agricolo o industriale.

mercoledì 26 marzo 2008

Pensiero del giorno... L'età dei replicanti

Pongo una domanda a tutti gli architetti e ai futuri architetti: in tutta la vostra carriera quante volte crediate che vi verrà commissionato un museo sulle sciagure degli Ebrei?!
Beh Daniel Libeskind è già a quota 3:
1) Contemporary Jewish Museum, San Francisco, California (Under Construction) 2008
2) Danish Jewish Museum, Copenhagen, Denmark 2003
3) Jewish Museum Berlin, Berlin, Germany 1999



E' proprio vero: questa è l'età dei replicanti. L'autoreferenzialità di un architetto può distruggere qualunque sua buona intenzione progettuale. Alla luce delle nuove costruzioni riusciremo a guardare con gli stessi occhi il capolavoro del museo dell'olocausto di Berlino o lo assoceremo ad una produzione seriale che sforna un museo ogni 5 anni?!
Vorrei un attimo distinguere tra il significato e il significante delle opere di Libeskind. Ho pochissimi dubbi sulla validità compositiva e architettonica dei tre musei. Le strutture sono veramente interessanti. Tuttavia credo che la carica emozionale e suggestiva, nonché le idee generatrici siano state fortemente compromesse in queste tre riproposizioni. Non è qualcosa di spiegabile razionalmente, ma voglio ugualmente farvi un esempio. Pensate alla casa sulla cascata di Wright. Bene. Se l'arzillo vecchietto ne avesse fatte altre 3 avremmo gridato al miracolo (architettonicamente parlando)? credo proprio di no... Sono convinto che parte del valore di un architettura risieda nella sua irripetibilità, e se è vero che Wright ormai non potrà più costruire niente su una cascata, Libeskind ha dimostrato di essere tutt'altro che irripetibile: replicabile.
Qualcuno potrebbe controbattere che il mondo dell'arte a partire da Andy Warhol si è orientato alla standardizzazione e alla possibilità di poter riproporre opere sempre più simili tra loro per contenuti e tecniche: con pochi clic tutti riescono a creare il proprio ritratto in quadricromia come quello di Marilyn Monroe. Ma l'architettura è giunta a questa svolta? ci arriverà mai? non saprei... al momento riproporre le proprie idee declinandole all'infinito pare sia assolutamente "cool", vedi Libeskind o Calatrava e i suoi ponti...

Sito ufficiale di Libeskind, sezione progetti:
http://www.daniel-libeskind.com/projects/show-all/

venerdì 21 marzo 2008

Crescent House - Winterbrook 1994-1997 - Ken Shuttleworth

Tesina scritta nell'ambito del corso di Architettura e Composizione II.

Crescent House significa casa a mezza luna, significato che deriva dalla sua originale forma. Sorge a Winterbrook, nel cuore del Wiltshire, nel Regno Unito. L’architetto e padrone della casa è Ken Shuttleworth, che progetta questa casa unifamiliare nel 1994 per se e per la propria famiglia. La residenza sarà poi realizzata nel 1997.
I punti che più di tutti saranno toccati in questa relazione sono:
a) Le regole compositive della geometria delle piante e dei fronti.
b) I principi organizzativi della distribuzione funzionale degli spazzi.

La planimetria dell’abitazione è sostanzialmente costituita da due spicchi di luna uniti da una galleria-corridoio d’ingresso, e si posiziona su un terreno di 5 acri.
L’orografia del luogo è caratterizzata da delle forme circolari come i cerchi sul grano o le rovine di Stonehenge. Lo stesso architetto afferma di essersi ispirato a queste forme per realizzare il progetto; ma queste non sono state le uniche ad influenzarlo, perché sarà soprattutto influenzato da esigenze di fruibilità interna e dal rapporto con l’esterno.
La casa è posizionata nell’angolo Nord-Ovest del lotto, e dietro di questa vengono fatte delle operazioni di riciclaggio con accumuli di spazzatura, e si trovano anche un gruppo di alloggi che “l’Architetto non vuole vedere”. Dall’impossibilità di annullarli scaturisce la forma a mezza luna della casa. Questa è una forma ideale perché può voltare le spalle a tutto questo guadagnando la privacy, proteggendo la costruzione dai venti tempestosi dell’Ovest; e contemporaneamente si apre al “mondo buono” del giardino, garantendo sempre il contatto con questo grazie alla vetrata di 79 piedi senza pilastri della luna più interna.
Per realizzare le varie parti di circonferenza che vanno ad individuare in pianta le due semi lune, il corridoio d’ingresso e le pareti interne, il progettista non usa un unico punto centrale, ma diversi, in questo modo le circonferenze non risultano mai uguali; infatti la luna più interna ha una profondità superiore rispetto all’altra, quasi, come dice lo stesso architetto, a riprendere le fasi lunari, facendo comunque apparire i due spicchi paralleli.
Come si vede la geometria di questa abitazione è molto forte, ma il progettista non si fa vincolare da questa, infatti come si è visto per l’esterno si può trovare una motivazione logica. La luna più interna non è uguale rispetto all’altra perché ha bisogno di più spazio dato che accoglie tutti gli ambienti cosidetti pubblici e costituisce la zona giorno della casa.

Guardando la planimetria lo spicchio di luna più interno sembra quasi abbracciare il giardino circolare di 105 piedi di diametro. Quest’ultimo è posizionato a Nord-Ovest di uno più grande, di 328 piedi di diametro, con un piantumato di fieno e fiori e delimitato da una folta schiera di alberi (1000).
Gli alberi proteggono la casa in estate da un’ eventuale eccessivo soleggiamento, dato che è rivolta a Sud con una grande vetrata, e in inverno la proteggono dai gelidi venti. Anche qui gli alberi servono per delimitare una forma pura, ma questa non è la loro unica funzione, ne hanno anche una esigenziale.
A differenza di Le Corbusier, che anche lui lavora per forme pure, la casa non è staccata dal terreno con piloti, ma è strettamente vincolata ad esso.
Come già stato detto la residenza è costituita dall’accostamento di due semi lune che sono unite da una galleria-corridoio che ne segue la loro curvatura. In una delle due estremità di quest’ultima è posizionato l’ingresso principale costituito da una porta in alluminio che si apre su un perno centrale.

Il corridoio d’ingresso è un ambiente unico a doppia altezza illuminato e ventilato da delle vetrate nella sua parte alta; queste illuminano anche un secondo corridoio che porta alle zone private della casa: camere da letto e servizi.
Proseguendo il corridoio d’ingresso questo si apre a sinistra sulla zona giorno che costituisce un unico ambiente, un (open space), racchiuso dalla mezza luna più interna. Quest’ ambiente è dedicato alle attività di cucina, mangiare, giocare e riposare ed è totalmente svetrato sul giardino privato.

A destra del corridoio d’ingresso si può passare ad altri corridoi che portano alla zona notte della casa. Qui la parete esterna delle camere è totalmente opaca, le camere e i servizi prendono luce da un’apertura sul soffitto che corre lungo tutta la curvatura della semi luna esterna. Il progettista afferma che il contatto con la natura è garantito anche in questi ambienti, e si ha quando si è sdraiati sul proprio letto e si focalizza il cielo, le stelle e si sente il suono della pioggia.
La distribuzione degli ambienti interni è studiata sia per quanto riguarda il soleggiamento sia per quanto riguarda i percorsi. Infatti la zona giorno è esposta a Sud e tutti i servizi invece si trovano a Nord; queste due zone sono schermate e allo stesso tempo collegate dalla galleria corridoio d’ingresso.
Nell’asse trasversale alle due lune passante per l’apertura della zona giorno, incastrato nella parete della semi luna più esterna, troviamo un camino che è il centro dell’intera abitazione e rappresenta il centro del focolare domestico, un po’ come lo era per Wright. Questo d’inverno riscalda l’intera abitazione e d’estate contribuisce alla sua ventilazione.