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lunedì 10 marzo 2008

Attualità e curiosità...Casa Moriyama

Oggi un professore tra le tante diapositive ci ha mostrato un'opera che non avevo mai visto...eppure è significativa poichè rappresenta in qualche modo (dal mio punto di vista) la parodia della di quelle che sono le case al giorno d'oggi...solo un mucchio di ambienti ognuno con una funzione prestabilita. Bene...Ryue Nishizawa realizza Moriyama house (Tokyo, completata nel 2006) operando apparentemente allo stesso modo di molti architetti, ma lasciando alla natura il compito di collegare i diversi ambienti... ciò vuol dire che per passare dalla camera da letto al bagno o da questo alla cucina si passa obbligatoriamente all'esterno, alla vista di tutti... geniale l'idea, ma poco reale la prospettiva di una abitazione!!!

Planimetria di...

venerdì 29 febbraio 2008

Materiali - LA LAMIERA

Ultimamente i prof di composizione 2 ci hanno spedito sull’Etna in un Paese che si chiama Randazzo. Le foto che vi mostriamo narrano di una strana consuetudine che hanno da questa parte, ovvero rivestire le pareti delle case con fogli di lamiera grecata. La si usa nella facciate cieche, qualsiasi orientamento esse abbiano. Probabilmente vengono ritenute buone schermature termiche contro la dispersione dovuta al vento… mah… il loro modo di usarla ci lascia parecchio perplessi. L’effetto “baraccopoli” non tarda a manifestarsi.

Randazzo - foto del 2007

Chi invece ci ha colpito positivamente per l’uso della lamiera è Shuhei Endo . L’architetto giapponese stupisce con i suoi fogli intrecciati, piegati, cuciti come tamponamenti e come parte strutturale. Perché questo materiale? Semplice: economico, standardizzato, flessibile, riciclabile. Effettivamente non gli si può dar torto. Le sue opere spaziano dal settore privato a quello pubblico, dalle micro alle macro architetture come a voler far capire che con la lamiera si può far di tutto.

Springtecture H - 1998 Tatsuno-City, Giappone


E come arredare una casa di Shuhei Endo?! Ovviamente con le opere di Ron Arad!!
Il celeberrimo designer è conosciuto al mondo intero per le sue opere plastiche, metallicamente plastiche. Ammassi cromati che sembrano liquidi informi sospesi tra cielo e terra. Ha usato pure la lamiera, scintillantissima ovviamente, per una seduta tutta particolare. Ho la vaga impressione che faccia un rumore atroce… devo provarla!

Well Tempered - 1986

Sito ufficiale di Shuhei Endo (davvero ben fatto):
http://www.paramodern.com/

E voi cosa sapete dirmi su questo materiale?!

domenica 13 gennaio 2008

(...continua) Casa Koshino, di Tadao Ando 1979-83

Relazione scritta nell'ambito del corso di Architettura e Composizione I
Analisi della struttura, delle finiture e degli elementi tecnologici.


Brogi: A che punto della progettazione viene inserita la scelta dei materiali?
Tadao Ando: Nel mio caso comincia proprio dall'inizio, perché fa parte del processo; è ovvio che queste considerazioni avvengono all'inizio del processo progettuale, quando si pensa ad un materiale locale, ad una tecnica che sia disponibile in quel particolare luogo o al costo che potrà avere l'edificio. (Floornature agosto 2003)

Come ha raccontato più volte lo stesso Ando, sin da piccolo è sempre stato a contatto con materiali diversi, quali in maggior misura il legno, ed, essendosene “innamorato”, “in seguito i miei interessi si sono concentrati sull’architettura che implica lo studio delle relazioni intime tra materiale e forma e tra volume e vita…” (Tadao Ando)
Uno dei punti essenziali dell’architettura di Ando è l’uso di un numero limitato di materiali offrendo però di
questi le caratteristiche tipiche, in quanto è proprio la consistenza di ogni materiale che pone o no in evidenza gli elementi naturali, in particolar modo la luce.
Forte è l’uso di materiali naturali, il CALCESTRUZZO cementizio armato, che, ormai considerato un prodotto naturale, viene applicato in vista ovvero senza alcun rivestimento. Questo materiale
, nelle mani di Ando, diventa plasmabile in forme progettate in modo da riportare alla memoria gli elementi formali dell’architettura classica, è inoltre di una qualità straordinaria (fatto di sabbia grigio-blu).
Per ottenere un calcestruzzo così “perfetto” si procede con lo slump test, test di consistenza, attuato gettando il conglomerato in una cassaforma conica e misurandone l’abbassamento del volume; quando si toglie il cono, se il cono si abbassa meno significa che la miscela è più consistente. La compattezza di questo calcestruzzo è garantita da un livello molto basso di slump e ciò assicura la realizzazione di superfici durevoli e nette anche a forte pendenza, con la pecca però di dover lavorare un materiale molto difficile da modellare. L’elemento che dona compattezza al materiale è l’impiego di casseforme, che garantiscono una perfetta tenuta all’acqua, e ciò è garantito dalla straordinaria qualità della carpenteria in legno di cui usufruisce Tadao Ando.
Altro elemento è il VETRO. Il solaio del soggiorno e quello del corpo curvo aggiunto succ
essivamente presentano un’asola vetrata, che, nel primo caso lascia entrare una luce radente, nel secondo caso, l’effetto viene accentuato dal fatto di essere un’apertura curva.
Tagli verticali nelle pareti esterne portati fino all’intradosso della copertura conferiscono maggiore suggestione allo spazio interno così come l’apertura del soggiorno occupante solo la parte bassa dell’ambiente a doppia altezza.

Ed è proprio parlando del vetro che si introduce un terzo materiale protagonista dell’architettura di Ando: la LUCE. Quest’ultima, variabile a seconda delle ore del
giorno, permea nello spazio interno poggiandosi sulle pareti. Così il calcestruzzo di Ando, da materiale freddo e di grande peso specifico, ma dotato di un’energia sul punto di essere sprigionata, reagisce alla luce in modo da rivelare la sua natura sostanziale, diventando leggero, puro e semplice, e rendendo lo spazio, che un momento prima era freddo, dolce e trasparente.
“Shintai viene usualmente tradotto con l‘espressione “corpo“, ma vorrei conservarne ora il significato che non distingue tra “mente“ e “corpo“…allorché percepisco il calcestruzzo come qualcosa di freddo e duro, nello stesso tempo sento il corpo come qualcosa di soffice e caldo ed è in una relazione generale di questo tipo con il mondo che il corpo acquista il significato indicato al termine shintai…” (Tadao Ando)
Nel momento in cui la luce disegna questi tagli nello spazio interno si innesca il rapporto tra la luce e l’ombra. Come afferma lo stesso autore: “Le mie architetture oscillano continuamente tra estremi opposti (…) tra esterno e interno, tra occidente e oriente, tra astrazione e figurazione, tra la parte e il tutto tra la storia e il presente, tra passato e futuro, tra semplicità e complessità, e mai occupa una posizione fissa.” E ancora “Alla luce è necessario si accompagni l‘oscurità per poter risplendere e dimostrare il proprio potere. “
L’architetto giapponese recupera il valore dell’oscurità, ormai perso, in quanto è proprio questo elemento che produce riflessione e contemplazione. Forse è proprio da questo punto di vista che Casa Koshino può essere meglio interpretata facendo riferimento ai templi scintoisti e alla filosofia del buddismo Zen.
“Più austera
è una muratura, austera al punto di apparire del tutto fredda, più essa dialoga con noi”(Tadao Ando)
Passando ad analizzare aspetti riguardanti MATERIALI utilizzati negli interni dell’abitazione possiamo fare riferimento alle stuoie di cocco adottati per la pavimentazione del s
oggiorno, il legno chiaro per le camere, mentre per gli spazi esterni regna indisturbato il prato.
In cucina prevalgono rivestimenti in acciaio inox,
la zona pranzo ha molti mobili in legno massello ricoperti di vernice poliuretanica e arricchiti da specchiature in vetro. Gli arredi molto semplici e radi si conformano perfettamente al principio di immobilità assunto dall’abitazione, eliminando ciò che non è essenziale. Ed è proprio per questo che in questi spazi è evidente il contrasto tra il calcestruzzo a vista con i fori dei tiranti e la pulizia formale degli elementi d’arredo, in grado di accentuare il gioco di luce.
È certo che tutto il lavoro di Ando è caratterizzato dal tentativo di riconciliare modernità e tradizione: mentre i materiali relativi alla pavimentazione richiamano il mondo giapponese, il controllo modulare degli spazi è riservato alla griglia tracciata dall’intelaiatura in calcestruzzo.
Per quanto concerne la struttura, questa viene influenzata molto dallo stile della casa del tè, in quanto si libera la pianta dai pilastri, relegati al perimetro. “Non mi prefiggo affatto di paragonare muri e colonne o di sostenere ora la superiorità dei primi; ciò cui penso è un modo di operare basato sul rapporto retorico di muro e colonna” (Tadao Ando). Il MURO esprime un invito e al contempo un ri
getto di tutto ciò che è indesiderato. In tal modo si comunica una critica alla società contemporanea: “…la struttura trilitico omogenea ha caratterizzato l’architettura moderna. Ha rubato alle colonne il loro significato, il carattere sacrale, il ritmo. Per questa ragione i muri hanno sostituito le colonne”(Tadao Ando).
Per concludere, forse ciò che potrebbe sovvenire alla visione della casa è il senso di incompletezza e mancanza, poiché si continua ad attendere la presenza umana, tuttavia è proprio questa sensazione e soprattutto il silenzio dei progetti di Ando a renderli così riconoscibili nel rumoroso tumulto causato dal disordine povero delle costruzioni tradizionali e delle altrettanto irrazionali destrezze tecnologiche attuali.

(...segue) Casa Koshino, di Tadao Ando 1979-83


Relazione scritta nell'ambito del corso di Architettura e Composizione I
Analisi dell'ordine insediativo e principi organizzativi della distribuzione funzionale


Casa Koshino sorge su un lotto regolare caratterizzato dal declivio del terreno; esso si trova in un'area residenziale soggetta a vincoli naturalistici, all’interno del parco nazionale ai piedi dei monti Rokko. Spesso, come in questo caso, Ando si trova a cimentarsi con luoghi particolarmente significativi per la bellezza naturalistica o per la difficoltà intrinseca nell’inserirvi un’architettura. Vittorio Gregotti fa notare come, nonostante le difficoltà dell’operazione, il luogo modificato dall’intervento dell’architetto Tadao Ando non risulterà mai anonimo, anche se semplice nell’apparenza al punto da poter apparire scarno al primo sguardo. “Forse è proprio il silenzio dei progetti di Ando a renderli così riconoscibili nel rumoroso tumulto causato dal disordine delle piccole costruzioni tradizionali o dai virtuosismi tecnologici più recenti” scrive il critico.
L’orografia e l’esposizione del sito sono oggetto di particolare attenzione nel progetto: l’architetto cerca al contempo sia di opporsi allo spazio naturale irregolare con la regolarità dei semplici volumi, sia nel trarre dal luogo suggerimenti che orientino l’architettura verso la valorizzazione del sito naturale stesso. Lo stesso Gregotti descrive quello che è il metodo di lavoro di Ando: “Egli parte sempre da un’attenta osservazione del luogo del progetto, che viene immediatamente riprodotto in scala con un modello a curve di livello da usare come materiale di studio per stabilirne il rapporto con l’architettura… Questo edificio rappresenta la dimostrazione di come sia possibile con semplicità legarsi alla natura e alla terra.” (Gregotti, Casabella)
La casa sorge a valle di una piccola strada, che lambisce il lato nord del lotto; giungendo sul luogo pertanto è possibile, vedendola dall’alto, apprezzare in un sol colpo d’occhio la composizione dei due parallelepipedi, con l’asse maggiore orientato in modo ottimale, in direzione est-ovest. Il progettista sceglie infatti di assecondare la direzione diagonale del pendio, ruotando l’abitazione di circa 45° rispetto all’asse viario. I due volumi distinti del progetto iniziale vengono così disposti parallelamente, in parte interrati, ponendo particolare attenzione a preservare gli alberi già presenti sul suolo, lasciando inalterato il contesto naturale.
L’ accesso all’edificio risulta dunque traslato rispetto all'asse della strada e avviene attraverso una serie di contrazioni: diaframmi, variazioni di direzione e salti di quota. Il risultato della composizione è un involucro chiuso, protetto e schermato verso la città, ma aperto verso la natura del parco e di corti aperte delimitate dai volumi. Scrive Ando: “L’architettura è sostanzialmente l’espressione del modo in cui si danno risposte alle domande poste dal luogo… La logica dell’architettura deve adattarsi a quella della natura. Scopo dell’architettura è creare ambienti nei quali natura e progetto coesistono seppure in aperto contrasto. L’architettura non è semplice manipolazione di forme, ma è costruzione di spazi e, soprattutto di luoghi che fondano spazi. Per questo io mio trovo a lottare con l’ambiente e solo in seguito riesco a vedere l’architettura come un luogo diverso”. (T. Ando El Croquis n°44, 1990)
Per comprendere a fondo l’architettura di Tadao Ando occorre ripercorrere lo sviluppo storico dell’architettura giapponese, che affonda le sue radici nello stretto rapporto con la natura. Il rapporto tra le architetture di Ando e la natura si pone molto più avanti del semplice inserimento nel contesto ambientale. Egli dedica molta attenzione agli elementi naturali, adopera la luce solare, il vento e la pioggia come fattori intrinseci dell’architettura che coinvolgono l’uomo nell’opera costruita. Il lecorbusiano “gioco sapiente dei volumi sotto la luce” si arricchisce di nuove valenze con le quali l’architettura, perdendo quel suo valore di astrazione dalla realtà, scende a livello dell’uomo e diviene il tramite del contatto con la natura. “Non credo che l’architettura debba comunicare in maniera eccessiva: è preferibile che si mantenga silenziosa consentendo alla natura, attraverso manifestazioni quali il vento o la luce del sole, di parlare in modo i mutamenti delle stagioni trasformano il vento e la pioggia da momenti gelidi in altri sua vece. La qualità della luce del sole muta col trascorrere del tempo, può invadere amichevolmente uno spazio e subito dopo tagliarlo come una lama, e vi sono momenti in cui appare persino possibile toccare la luce. Allo stesso piacevoli e gentili. Queste presenze animano lo spazio, ci rendono partecipi del mutare delle stagioni, raffinano la nostra sensibilità.” (Tadao Ando – Buildings, Projects, Writings) La natura circostante entra in questa, come in altre case di Ando, tramite la percezione dei mutamenti atmosferici, che trae origine da una concezione del tempo inseparabile dalle manifestazioni naturali.
L’aver diviso la casa in due corpi di fabbrica non trova giustificazione nel rigido motivo funzionale di separare nettamente lo spazio giorno da quello notte, ma è stato dettato invece dalla volontà di alterare al minimo lo spazio naturale interponendo tra i due corpi una sorta di cortile aperto, in parte a verde ed in parte gradinato; allo stesso scopo il collegamento tra i due volumi parallelepipedi avviene attraverso un passaggio. La corte così creata diviene il punto d’incontro con gli elementi della natura che penetrano in questo spazio aperto portando all’interno la luce naturale e facendo percepire le variazioni meteoriche. “Gli ingressi non devono essere corridoi chiusi se si intende ripristinare il senso dell’intimità nel passaggio dalla strada alla casa, ma mediazione tra aperto e chiuso. Si entra nella casa da un ingresso intimo e protetto, rievocativo dei templi della tradizione giapponese, ma poi, scesa la ripida scala si vede la corte, che fa percepire l’anomalia di uno spazio all’aperto inglobato nell’edificio. È proprio questa discontinuità che permette alla natura di penetrare nella casa e, sebbene la costruzione sia un involucro scatolare, l’architettura trae dalla natura e dai movimenti degli abitanti un’articolata complessità… Nelle mie case all’interno di costruzioni chiuse vi sono spazi aperti e corti. Il mondo esterno è respinto e all’interno viene ospitato un mondo separato.” Le fenditure verticali e orizzontali lasciano entrare nello spazio interno una luce variabile alle diverse ore del giorno. In particolare il solaio del soggiorno e quello del corpo aggiunto presentano un’asola vetrata la quale, mentre nel primo caso lascia entrare una luce radente che mette in risalto la parete in calcestruzzo a vista, nel secondo caso provenendo da un taglio circolare accentua la curvatura della parete. Tagli verticali delle pareti esterne portati fino all’intradosso della copertura conferiscono suggestione allo spazio interno, così come l’apertura del soggiorno che occupa solo la parte bassa di una parete a doppia altezza, ricordando la luce magica di molti templi della tradizione giapponese. Nel 1984 viene aggiunto all’abitazione un terzo corpo, l’atelier della signora Koshino. Con grande senso compositivo Ando rompere la rigida ortogonalità dei corpi pre-esistenti aggiungendo ad essi un volume parzialmente interrato, con la pianta a quarto di cerchio, collegato alla casa attraverso un piccolo passaggio in proseguimento del tratto sotterraneo che connette i due precedenti corpi di fabbrica. Nonostante l’apparente contrasto delle geometrie, questa addizione manifesta un’intenzione di rispettare le regole compositive e di insediamento nel contesto già adottate nella prima parte della realizzazione. L’atelier, con il muro curvo e quasi del tutto interrato rivolto alla strada, accresce il senso di chiusura verso l’ambiente urbano, richiamando il problema più volte affrontato nelle sue riflessioni dall’architetto: il rapporto tra spazio di vita pubblica e privata e il ruolo di separazione svolto dal “muro”. Scrive a proposito Tadao Ando: “…un singolo muro indurisce, interrompe, si oppone, altera violentemente lo scenario in cui si colloca, e inizia a svelare così i segni di una trasformazione che porta all’architettura. Allo stesso tempo però un muro può mescolarsi con quanto lo circonda attraverso accadimenti quali le ombre che gli alberi vicini proiettano sulla sua superficie. Al giorno d’oggi il compito è di costruire muri che separino radicalmente l’interno dall’esterno. Compiendo questa operazione risulta di notevole importanza la costitutiva ambiguità del muro che è al contempo interno ed esterno. Nel mio lavoro i muri hanno la funzione di individuare spazi fisicamente e psicologicamente isolati dal mondo esterno. Essi possono essere utilizzati per spezzare l’illimitata monotonia e la casuale indifferenza con cui vengono costruiti nell’ambiente contemporaneo. In un’abitazione i muri che sorgono indipendenti nella natura individuano il territorio della casa. Di per sé inespressivi, essi proteggono un interno mentre riflettono i mutamenti che accadono nel mondo naturale, consentendo alla natura di entrare a far parte dell’esperienza quotidiana della vita domestica… Accogliere quanto è desiderabile e rigettare ciò che si teme: l’abitazione è espressione di abili manipolazioni, di atti di rifiuto e gesti che accolgono.” Il muro definisce il limite del territorio. L'uso che Ando fa dei “muri in cemento armato indica il suo personale modo di rifiutare la monotonia delle città moderne. Questi muri però non rappresentano solo la chiusura verso il caos del mondo esterno, ma sono anche il mezzo per far reagire le sue architetture con il mondo e in particolare con la natura: muri che contemporaneamente affermano e rifiutano, che sono contemporaneamente esterno e interno, che isolano dal caos, ma riflettono anche i mutamenti esterni tramite la luce e le ombre che vi si riflettono”. (L'architecture d'Aujourd'hui, n° 255)
Ecco come l’architetto Tadao Ando descrive il progetto per Casa Koshino: “Spazi individuali, protetti ma aperti, si combinano per creare un tutto, non una semplice combinazione di parti, né le parti sono controllate dall’esterno; l’individualità è alla base del progetto e il rapporto tra l’individualità e il tutto è sempre la principale preoccupazione poiché il progetto si sviluppa dall’interno all’esterno”. L’architetto descrive l’architettura come l’arte di organizzare lo spazio per mezzo della geometria, a partire dalle forme più semplici possibili. Per lui la geometria è composizione di volumi elementari, prismatici o cilindrici, disposti in modo da creare pause spaziali che caratterizzano l’architettura. Così lo schema organizzativo di Casa Koshino è racchiuso semplicemente nell’accostamento di due parallelepipedi; in quello centrale si trova l’ingresso, traslato rispetto all'asse della strada che costeggia il lotto a nord. Variazioni di direzione e di altezze ne fanno un luogo colmo di valenze simboliche connesse alla tradizione giapponese degli accessi oscuri e nascosti dei templi. Il risultato è un luogo che stimola le aspettative e rende più piacevole l'arrivo all’interno della casa. Dalla zona d’ingresso si scende nel soggiorno a doppia altezza, comunicante con la cucina-tinello posta sotto la camera matrimoniale e un’altra stanza. Il secondo volume parallelepipedo, connesso al primo tramite un corridoio sotterraneo, ospita una serie di camere per i bambini e di stanze per gli ospiti, rigidamente organizzate sul modulo del tradizionale tatami. Il terzo volume, aggiunto solo alcuni anni dopo, ospita l’atelier della signora Koshino. Il filo conduttore prevalente che guida il progettista nell’articolazione dell’abitazione e nella distribuzione di questi ambienti non è certamente l’aspetto funzionale: il “form follow function” di Sullivan qui non trova posto; tutto è calibrato in modo da agevolare la percezione degli ambienti come spazi del ”sentimento”, dell’individualità e del contatto con la natura, non come spazi di vita quotidiana. Neppure la suddivisione dell’abitazione in tre blocchi distinti può rientrare nell’ottica di una scelta funzionale, volta ad esempio a separare l’ambito della vita diurna, da quello notturno o dallo spazio lavorativo. A riprova di ciò, il blocco centrale, contenente la zona giorno, ospita anche una camera da letto nel livello superiore, mentre il blocco più a sud racchiude oltre alle camere da letto anche stanze di gioco per i bambini. Scrive Ando: “Potrebbe sembrare che il mio scopo sia quello di costruire spazi astratti dai quali siano stati banditi uomini, funzionalità, modi di vita, dato che gli interni delle mie costruzioni appaiono nudi. In realtà non sono spazi astratti bensì prototipi spaziali, frutto di lunghe indagini. Mentre l’architettura moderna ha ricercato, adottando telai indifferenziati e ripetuti, di configurare omogeneamente lo spazio, la mia preoccupazione è di creare spazi che possano apparire semplici a prima vista, ma che non configurino esperienze altrettanto semplici; vale a dire: spazi complessi, risultanti da operazioni di semplificazione. Questi spazi non sono il risultato di operazioni intellettuali, ma traggono origine dalle emozioni di persone diverse. Il mio rapporto con quanti fruiranno lo spazio consiste nell’agire come intermediario nel dialogo tra costoro e l’architettura”. E ancora: “Le mie forme si modificano e acquistano un significato sia utilizzano elementi naturali, quali l’aria e la luce, che rendono percepibile il trascorrere del tempo e delle stagioni, sia attraverso gli accadimenti della vita”. Dunque gli elementi essenziali sui quali Ando gioca per articolare lo spazio interno, sia pure senza intenti funzionali immediati, sono i materiali e il contatto con la natura che entra nell’edificio attraverso manifestazioni incorporee come la luce caratterizzando in modo singolare ogni ambiente, in modo tale che ognuno possa attribuirvi propri significati. In questo edificio l’uso del calcestruzzo ha ormai raggiunto livelli tali da renderlo incorporeo, privato del peso materico dai giochi di luce. È proprio la luce a generare spazi complessi all'interno di volumetrie semplici, ma soprattutto è la luce la misura del tempo, con la sua capacità di mutare la percezione degli spazi e degli oggetti con il trascorrere delle ore.
All’interno dell’abitazione la percezione risulta accentuata sino agli estremi livelli; dice Ando: “La ricchezza e la profondità dell’oscurità sono scomparse dalla nostra coscienza, e le sottili sfumature che la luce e l’oscurità generano, la loro risonanza spaziale, queste sono quasi dimenticate”. La luce rafforza una “monotonia immobile” degli spazi; il colore, espressione di dinamismo, è completamente lasciato da parte. Scrive infatti Hans Sedlmayr: “la luce mostra nelle forme la sua componente statica, mentre nel colore disvela piuttosto quella dinamica”. A proposito dei principi ordinatori delle sue opere architettoniche Ando scrive: “Due sono le caratteristiche del mio lavoro. In primo luogo impiego un numero limitato di materiali esibendone le caratteristiche. In secondo luogo, non sempre attribuisco allo spazio chiare articolazioni funzionali. È la luce il fattore determinante per la definizione dello spazio. La mancanza di articolazioni funzionali non deriva dalle relazioni che gli spazi stabiliscono con l’esterno, dato che essi sono quasi sempre introvertiti. Ciò corrisponde al desiderio di suscitare sentimenti duraturi negli individui e di corrispondere alle idee di spazio che ciascuno custodisce in se stesso. Per questo mi concentro sugli aspetti indefiniti del progetto che concernono le emozioni e sulle zone interstiziali che si insinuano tra situazioni spaziali funzionalmente definite. Questi spazi possono essere definiti “spazi fondamentali del sentimento”. In questa maniera tento di attribuire agli spazi della vita quotidiana una valenza simbolica. Mi ripropongo di svolgere un’azione di carattere sociale, stimolando il senso dello spazio in coloro che dell’architettura sono gli utenti”. Il critico Magnano Lampugnani nel testo “Three Houses” parla addirittura della ricerca da parte di Ando di un ideale ascetico, inseguito a discapito dell’aspetto funzionale, come egli riscontra nel buio corridoio sotterraneo che collega i due parallelepipedi o nelle minuscole e spartane otto identiche stanzette che occupano l’ala sud dell’abitazione. Un altro aspetto peculiare che Tadao Ando si trova ad affrontare sotto il profilo funzionale è quello della diversità di esigenze poste dagli stili di vita orientale ed occidentale. Negli ambienti giorno in particolare l’architetto manifesta questa problematica e il tentativo di porvi rimedio facendo convivere due culture totalmente diverse. Ciò si traduce nel concreto accostamento di arredamenti di natura diversa, che vanno a costituire uno spazio di transizione. Infatti, mentre nella cucina troviamo arredi tipicamente occidentali, con rivestimenti in acciaio, la zona pranzo è arredata con mobili in legno massello e svetrature dai caratteri marcatamente orientali. Ando da una parte definisce le sue abitazioni come “bastioni di resistenza” contro la distruzione della cultura giapponese ad opera del consumismo occidentale, considerandole come un mezzo per aiutare i residenti a riscoprire il rapporto diretto, tradizionale con la natura; dall’altra, nonostante le critiche mosse al consumismo occidentale, mostra nella sua opera la forte influenza del modernismo. Tutto il suo lavoro è contrassegnato dal tentativo di riconciliare modernità e tradizione.

venerdì 11 gennaio 2008

Casa Koshino, di Tadao Ando 1979-83

Relazione scritta nell'ambito del corso di Architettura e Composizione I
Analisi dei materiali e del linguaggio architettonico


Il nome di Tadao Ando è ormai entrato nella breve, ma significativa, storia del calcestruzzo armato. Esempio quanto mai eloquente del perché la critica abbia da subito notato le sue opere, è casa Koshino: già nell’aprile del 1982 la rivista francese “L ‘architecture d’aujour’hui” l’annoverava nella sezione “actualites”. Data significativa questa, se si pensa che l’abitazione non era ancora stata ultimata con l’addizione dello studio, eppure veniva già presa in considerazione da un prestigioso periodico d’architettura. Ciò che veniva allora sottolineato, era l’accostamento naturale-innaturale dei blocchi cementizi con il suolo e i dintorni. Benché oggi gli spunti di riflessione si siano moltiplicati, rimane chiaro che la chiave di lettura di casa Koshino stia proprio nella sua estetica. Un’analisi che prescinde da tale considerazione potrebbe apparire fuorviante. Per capire meglio, concentriamo la nostra attenzione sull’utilizzo del calcestruzzo armato. Ando non ne sfrutta le qualità ingegneristiche come faceva F.L Wright negli arditi sbalzi di casa kaufman; non ne sfrutta le doti plastiche come Michelucci nella chiesa dell’autostrada del Sole; non usa i risultati formali del fare brutalista di Le Corbusier nel convento di La Tourette; non apporta innovazioni sostanziali al calcestruzzo. Sorge allora spontaneo chiedersi perché abbia deciso di utilizzare questo materiale per realizzare l’intera struttura, “trascurando” che il calcestruzzo armato è deprecato come pessimo materiale per quell’edilizia che prende in primaria considerazione il comfort ambientale, il controllo dei rumori e del calore, l’impatto ambientale generato dai processi produttivi e di smaltimento. Tale scelta, secondo F. Del Co, fu fatta per dare continuità ai singoli spazi garantendone un immateriale percezione. Il calcestruzzo riesce a dare linearità soprattutto se, come in questo caso, lo si usa per tutti gli elementi di fabbrica fino a farli coincidere totalmente l’uno con l’altro: struttura portante che funge da chiusura verticale e orizzontale le quali a loro volta sono finiture e ornamenti. Ciò è reso dal punto di vista formale con la ricostituzione dell’archetipo architettonico per eccellenza: la scatola, la stessa scatola che per decenni era stata scomposta, scavata, rimodulata, resa bidimensionale, adesso si rimaterializza, ma non totalmente. Ad aiutare Ando nella sua impresa c’è la luce, la luce solare che con complessi sistemi di captazione, aperture e pareti vetrate appare sempre diversa, artificiale: luce che fende le pareti; luce che penetra nell’edificio; luce che smaterializza i contorni.

I blocchi cementizi cedono corposità appena toccati dai raggi luminosi e le ombre sono l’unico ornamento, assieme i segni della casseratura, sulle lunghe e levigate pareti. Il calcestruzzo per suo conto contribuisce con la purezza delle forme; l’uniformità dei colori; l’innaturalezza del costruito. Il ridotto numero di arredi che fluttuano negli ampi spazi illuminati, la loro forma, il loro colore hanno fatto guadagnare ad Ando la nomina di “minimalista giapponese”. Nulla a che vedere con “l’existence minimum”, ma con il concetto originario di “minimal Art” il quale indicava una composizione di forme pure dalla semplice leggibilità, dove il vuoto è la forma della loro continuità. Tali elementi si traducono per Ando in una cucina modulare in legno, pavimenti a doghe o moquette in fibre naturali, vetrate ininterrotte.

Tutto risponde ad un ottica di integrazione, piuttosto che di giustapposizione, in modo da nascondere ogni traccia di impianto tecnologico al fine di non alterare l’armonia e la continuità ricercata. I colori che vi si possono osservare sono solo quelli che le aperture riescono a catapultare all’interno dalla natura circostante. L’aggettivo “giapponese”, Ando lo ha conquistato per una molteplicità di motivi, ma soprattutto per il suo rapporto di antitesi con tale cultura: in casa Koshino, sempre Del Co sottolinea come ad una continuità di spazi non corrisponda una continuità di percorsi, tipicatipica delle case orientali. In effetti uno studio accurato dei collegamentiorientali. In effetti uno studio accurato dei collegamenti interni ci parla di un groviglio viario atto a sorprendere più che a essere pratico. Dalle foto e dai disegni che si possono osservare su riviste e libri, tale

Bibliografia

  • “Tadao Ando: le opere, gli scritti, la critica ” di Francesco Del Co, 1994
  • “Tadao Ando: monographies” pubblicato da Electa Moniteur 1982
  • “Tadao Ando: architectural monographs” Academy Edition, St. Martin’s Press
  • “L ‘architecture d’aujourd’hui” n° 220 aprile 1982