




Planimetria di...
Petra Dura è un gruppo di studenti universitari in Ingegneria Edile - Architettura dell'Università di Catania che ha pensato di aprire una finestra sul proprio mondo, sul mondo dell' Architettura e dintorni





Sito ufficiale di Shuhei Endo (davvero ben fatto):
http://www.paramodern.com/

questi le caratteristiche tipiche, in quanto è proprio la con
sistenza di ogni materiale che pone o no in evidenza gli elementi naturali, in particolar modo la luce.
essivamente presentano un’asola vetrata, che, nel primo caso lascia entrare una luce radente, nel secondo caso, l’effetto viene accentuato d
al fatto di essere un’apertura curva.
giorno, permea nello spazio interno poggiandosi sulle pareti. Così il calcestruzzo di Ando, da materiale freddo e di grande peso specifico, ma dotato di un’energia sul punto di essere sprigionata, reagisce alla luce in modo da rivelare la sua natura sostanziale, diventando leggero, puro e sempli
ce, e rendendo lo spazio, che un momento prima era freddo, dolce e trasparente. 
è una muratura, austera al punto di apparire del tutto fredda, più essa dialoga con noi”(Tadao Ando)
oggiorno, il legno chiaro per le camere, mentre per gli spazi esterni regna indisturbato il prato.
la zona pranzo ha molti mobili in legno massello ricoperti di vernice poliuretanica e arricchiti da specchiature in vetro. Gli arredi molto semplici e radi si conformano perfettamente al principio di immobilità assunto dall’abitazione, eliminando ciò che non è essenziale. Ed è proprio per questo che in questi spazi è evidente il contrasto tra il calcestruzzo a vista con i fori dei tiranti e la pulizia formale degli elementi d’arredo, in grado di accentuare il gioco di luce.
modo di operare basato sul rapporto retorico di muro e colonna” (Tadao Ando). Il MURO esprime un invito e al contempo un ri
getto di tutto ciò che è indesiderato. In tal modo si comunica una critica alla società contemporanea: “…la struttura trilitico omogenea ha caratterizzato l’architettura moderna. Ha rubato alle colonne il loro significato, il carattere sacrale, il ritmo. Per questa ragione i muri hanno sostituito le colonne”(Tadao Ando).
parco nazionale ai piedi dei monti Rokko. Spesso, come in questo caso, Ando si trova a cimentarsi con luoghi particolarmente significativi per la bellezza naturalistica o per la difficoltà intrinseca nell’inserirvi un’architettura. Vittorio Gregotti fa notare come, nonostante le difficoltà dell’operazione, il luogo modificato dall’intervento dell’architetto Tadao Ando non risulterà mai anonimo, anche se semplice nell’apparenza al punto da poter apparire scarno al primo sguardo. “Forse è proprio il silenzio dei progetti di Ando a renderli così riconoscibili nel rumoroso tumulto causato dal disordine delle piccole costruzioni tradizionali o dai virtuosismi tecnologici più recenti” scrive il critico.
osizione dei due parallelepipedi, con l’asse maggiore orientato in modo ottimale, in direzione est-ovest. Il progettista sceglie infatti di assecondare la direzione diagonale del pendio, ruotando l’abitazione di circa 45° rispetto all’asse viario. I due volumi distinti del progetto iniziale vengono così disposti parallelamente, in parte interrati, ponendo particolare attenzione a preservare gli alberi già presenti sul suolo, lasciando inalterato il contesto naturale.
scende a livello dell’uomo e diviene il tramite del contatto con la natura. “Non credo che l’architettura debba comunicare in maniera eccessiva: è preferibile che si mantenga silenziosa consentendo alla natura, attraverso manifestazioni quali il vento o la luce del sole, di parlare in modo i mutamenti delle stagioni trasformano il vento e la pioggia da momenti gelidi in altri sua vece. La qualità della luce del sole muta col trascorrere del tempo, può invadere amichevolmente uno spazio e subito dopo tagliarlo
creare un tutto, non una semplice combinazione di parti, né le parti sono controllate dall’esterno; l’individualità è alla base del progetto e il rapporto tra l’individualità e il tutto è sempre la principale preoccupazione poiché il progetto si sviluppa dall’interno all’esterno”. L’architetto descrive l’architettura come l’arte di organizzare lo spazio per mezzo della geometria, a partire dalle forme più semplici possibili. Per lui la geometria è composizione di volumi elementari, prismatici o cilindrici, disposti in modo da creare pause spaziali che caratterizzano l’architettura. Così lo schema organizzativo di Casa Koshino è racchiuso semplicemente nell’accostamento di due parallelepipedi; in quello centrale si trova l’ingr
esso, traslato rispetto
all'asse della strada che costeggia il lotto a nord. Variazioni di direzione e di altezze ne fanno un luogo colmo di valenze simboliche connesse alla tradizione giapponese degli accessi oscuri e nascosti dei templi. Il risultato è un luogo che stimola le aspettative e rende più piacevole l'arrivo all’interno della casa. Dalla zona d’ingresso si scende nel soggiorno a doppia altezza, comunicante con la cucina-tinello posta sotto la camera matrimoniale e un’altra stanza. Il secondo volume parallelepipedo, connesso al primo tramite un corridoio sotterraneo, ospita una serie di camere per i bambini e di stanze per gli ospiti,
rigidamente organizzate sul modulo del tradizionale tatami. Il terzo volume, aggiunto solo alcuni anni dopo, ospita l’atelier della signora Koshino. Il filo conduttore prevalente che guida il progettista nell’articolazione dell’abitazione e nella distribuzione di questi ambienti non è certamente l’aspetto funzionale: il “form follow function” di Sullivan qui non trova posto; tutto è calibrato in modo da agevolare la percezione degli ambienti come spazi del ”sentimento”, dell’individualità e del contatto con la natura, non come spazi di vita quotidiana. Neppure la suddivisione dell’abitazione in tre blocchi distinti può rientrare nell’ottica di una scelta funzionale, volta ad esempio a separare l’ambito della vita diurna, da quello notturno o dallo spazio lavorativo. A riprova di ciò, il blocco centrale, contenente la zona giorno, ospita anche una camera da letto nel livello superiore, mentre il blocco più a sud racchiude oltre alle camere da letto anche stanze di gioco per i bambini. Scrive Ando: “Potrebbe sembrare che il mio scopo sia quello di costruire spazi astratti dai quali siano stati banditi uomini, funzionalità, modi di vita, dato che gli interni delle mie costruzioni appaiono nudi. In realtà non sono spazi astratti bensì prototipi spaziali, frutto di lunghe indagini. Mentre l’architettura moderna ha ricercato, adottando telai indifferenziati e ripetuti, di configurare omogeneamente lo spazio, la mia preoccupazione è di creare spazi che possano apparire semplici a prima vista, ma che non configurino esperienze altrettanto semplici; vale a dire: spazi complessi, risultanti da operazioni di semplificazione. Questi spazi non sono il risultato di operazioni intellettuali, ma traggono origine dalle emozioni di persone diverse. Il mio rapporto con quanti fruiranno lo spazio consiste nell’agire come intermediario nel dialogo tra costoro e l’architettura”. E ancora: “Le mie forme si modificano e acquistano un significato sia utilizzano elementi naturali, quali l’aria e la luce, che rendono percepibile il trascorrere del tempo e delle stagioni, sia attraverso gli accadimenti della vita”. Dunque gli elementi essenziali sui quali Ando gioca per articolare lo spazio interno, sia pure senza intenti funzionali immediati, sono i materiali e il contatto con la natura che entra nell’edificio attraverso manifestazioni incorporee come la luce caratterizzando in modo singolare ogni ambiente, in modo tale che ognuno possa attribuirvi propri significati. In questo edificio l’uso del calcestruzzo ha ormai raggiunto livelli tali da renderlo incorporeo, privato del peso materico dai giochi di luce. È proprio la luce a generare spazi complessi all'interno di volumetrie semplici, ma soprattutto è la luce la misura del tempo, con la sua capacità di mutare la percezione degli spazi e degli oggetti con il trascorrere delle ore.
calcestruzzo armato. Esempio quanto mai eloquente del perché la critica abbia da subito notato le sue opere, è casa Koshino: già nell’aprile del 1982 la rivista francese “L ‘architecture d’aujour’hui” l’annoverava nella sezione “actualites”. Data significativa questa, se si pensa che l’abitazione non era ancora stata ultimata con l’addizione dello studio, eppure veniva già presa in considerazione da un prestigioso periodico d’architettura. Ciò che veniva allora sottolineato, era l’accostamento naturale-innaturale dei blocchi cementizi con il suolo e i dintorni. Benché oggi gli spunti di riflessione si siano moltiplicati, rimane chiaro che la chiave di lettura di casa Koshino stia proprio nella sua estetica. Un’analisi che prescinde da tale considerazione potrebbe apparire fuorviante. Per capire meglio, concentriamo la nostra attenzione sull’utilizzo del calcestruzzo armato. Ando non ne sfrutta le qualità ingegneristiche come faceva F.L Wright negli arditi sbalzi di casa kaufman; non ne sfrutta le doti plastiche come Michelucci nella chiesa dell’autostrada del Sole; non usa i risultati formali del fare brutalista di Le Corbusier nel convento di La Tourette; non apporta innovazioni sostanziali al calcestruzzo. Sorge allora spontaneo chiedersi perché abbia deciso di utilizzare questo materiale per realizzare l’intera struttura, “trascurando” che il calcestruzzo armato è deprecato co
me pessimo materiale per quell’edilizia che prende in primaria considerazione il comfort ambientale, il controllo dei rumori e del calore, l’impatto ambientale generato dai processi produttivi e di smaltimento. Tale scelta, secondo F. Del Co, fu fatta per dare continuità ai singoli spazi garantendone un immateriale percezione. Il calcestruzzo riesce a dare linearità soprattutto se, come in questo caso, lo si usa per tutti gli elementi di fabbrica fino a farli coincidere totalmente l’uno con l’altro: struttura portante che funge da chiusura verticale e orizzontale le quali a loro volta sono finiture e ornamenti. Ciò è reso dal punto di vista formale con la ricostituzione dell’archetipo architettonico per eccellenza: la scatola, la stessa scatola che per decenni era stata scomposta, scavata, rimodulata, resa bidimensionale, adesso si rimaterializza, ma non totalmente. Ad aiutare Ando nella sua impresa c’è la luce, la luce solare che con complessi sistemi di captazione, aperture e
pareti vetrate appare sempre diversa, artificiale: luce che fende le pareti; luce che penetra nell’edificio; luce che smaterializza i contorni.
percorsi, tipicatipica delle case orientali. In effetti uno studio accurato dei collegamentiorientali. In effetti uno studio accurato dei collegamenti interni ci parla di un groviglio viario atto a sorprendere più che a essere pratico. Dalle foto e dai disegni che si possono osservare su riviste e libri, tale
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