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Architetti e Facebook - Classifica 2011

"Se non sei su Facebook, praticamente non esisti"
Non sono in pochi a pensarla così. Anche gli architetti hanno da tempo recepito il messaggio e approdano, più o meno ufficialmente, sul social network che tutto muove, consapevoli che il suo creatore è stato eletto dal Time "uomo dell'anno".

Nascono così pagine su pagine che celebrano architetti, studi, opere.
Con questa classifica tentiamo di mettere un po' di ordine, proseguendo quanto già fatto nel 2009.
Vogliamo rispondere alla domanda: quali sono le pagine degli architetti in vita con maggior numero di fan?

La classifica che segue non ha la presunzione di essere esaustiva, nè di essere stata condotta con rigore scientifico e con metodi statistici. Riportiamo semplicemente il numero di fan per pagina così come rintracciabile su Facebook, la posizione ottenuta in classifica e la variazione rispetto i risultati di due anni fa. La lettura e l'iterpretazione dei dati è affidata direttamente al lettore.

1 - Oscar Niemeyer con 138.407 fan (+5)
2 - Renzo Piano con 90.270 fan (-1)
3 - Santiago Calatrava con 80.575 fan (+1)
4 - Zaha Hadid con 77.001 fan (-2)
5 - Tadao Ando con 50.117 fan (-2)
6 - Peter Zumthor con 47.837 fan (+5)
7 - Jean Nouvel con 29.895 fan (+8)
8 - Herzog & de Meuron con 28.900 fan (+5)
9 - Richard Meier con 24.555 fan (+1)
10 - Rem Koolhaas + Oma con 23.451 fan (-3)
11 - Toyo Ito con 13.566 fan (+1)
12 - SANAA (K. Sejima & R. Nishizawa) con 13.275 fan (+4)
13 - Bjarke Ingels con 8.117 fan (nuovo)
14 - Norman Foster con 7.749 fan (-6)
15 - Daniel Libeskind con 7.531 fan (-1)
- Richard Rogers con 5.905 fan
- Steven Holl con 5.898 fan
- Peter Eisenman con 5.645 fan
- MVRDV con 4.319 fan (-10)
- Mario Botta con 4.052 fan
- Massimiliano Fuksas con 3.728 fan
- Shigeru Ban con 3.602 fan
- Cesar Pelli con 3.224 fan
- Jose Rafael Moneo con 2.989 fan
- David Chipperfield con 2.588 fan
- UN Studio con 2.508 fan
- Arata Isozaki con 1.589 fan
- Ieoh Ming Pei con 1.327 fan
- Miralles & Tagliabue EMBT con 846 fan
- Gae Aulenti con 191 fan
- Bernard Tschumi senza pagina
- Frank Gehry senza pagina (nel 2009 si trovava in quinta posizione)

Vedi anche la CLASSIFICA 2009


Le pagine dei tre grandi maestri dell'architettura moderna mantengono stabili le mutue posizioni, ma mentre Le Corbusier raddoppia i fan, Wright è in perdita.

1 - Le Corbusier con 80.038 fan (30.603 nel 2009)
2 - Ludwig Mies van der Rohe con 54.896 fan (31.199 nel 2009)
3 - Frank Lloyd Wright con 12.978 fan (18.076 nel 2009)

Manca qualche architetto? Sagnalalo tra i commenti, lo inseriremo al più presto!

Pensiero del giorno... cos'è l'architettura? 3

Parco della musica, Roma 1996/2002,  Renzo Piano -  foto di Carmelo Cesare Schillagi

“L’architettura è l’arte di dare riparo alle attività dell’uomo: abitare, lavorare, curarsi, insegnare e, naturalmente, stare insieme. E’ quindi anche l’arte di costruire la città ed i suoi spazi, come le strade, le piazze, i ponti, i giardini. E, dentro la città, i luoghi di incontro. Quei luoghi di incontro che danno alla città la sua funzione sociale e culturale. Ma naturalmente non è tutto. Perchè l’architettura è anche una visione del mondo. L’architettura non può che essere umanista, perchè la città con i suoi edifici è un modo di vedere, costruire e cambiare il mondo. E poi l’architettura è struggimento per quella cosa bellissima che è la bellezza. Ma questa è un’altra storia ed è impossibile da raccontare.”

di Renzo Piano, in una conferenza del 2007
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Approfondimenti:
- Ascolta la narrazione audio di Renzo Piano "Che cos'è...l'architettura?" oppure guarda il video dell'evento.
- Opere di Piano su Petra Dura.
- Videointervista di Piano su Petra Dura.

Vedi anche:
Pensiero del giorno... cos'è l'architettura? 1
Pensiero del giorno... cos'è l'architettura? 2

VENEZIA 2010 - Padiglione Italia - Laboratorio Italia

Speciale VENEZIA 2010 su Petra Dura.

Laboratorio Italia è la seconda sezione del padiglione italiano Ailati curato da Luca Molinari.
Si tratta della parte più ampia, quella che ha il compito di sondare le realtà di confine, i progetti nostrani. Ha la chiara intenzione di essere anche la più importante, la più significativa. A differenza delle altre due, "Amnesia nel presente" e "Italia 2050", si pone come campo di indagine il presente con la sola inclusione delle opere effettivamente costruite. A tal proposito Molinari afferma (1):
"...qui ho voluto mettere in mostra solo opere costruite. È una scelta un po’ radicale, ma non volevo una mostra che esponesse solo dei disegni, e volevo al tempo stesso sfatare quel luogo comune secondo il quale in Italia sembra non accada mai nulla di nuovo."

Quarantotto tavoli stracolmi di materiale altamente comunicativo (plastici e foto in primis) per declinare dieci temi della contemporaneità (2): Progettare solidale; Abitare sotto i 1000 euro al mq; Cosa fare dei beni sequestrati alle mafie; Emergenza paesaggio; Spazi per comunità; Nuovi spazi pubblici; Ripensare città; Archetipo/prototipo; Work in progress; Innesti.
Potremmo dire che si tratta di temi tradizionali, alcuni ripresi anche dalla scorsa biennale.

Laboratorio Italia - Fotografia originale di Giuseppe Scandura

Il viaggio all'interno del "Laboratorio Italia" si muove per tematiche senza soluzione di continuità tra nord e sud. Un unicum che mette insieme esperienze ailati, anche ailati opposti. Vale la pena approfondire alcuni progetti ponendoli in diretta relazione con la domanda a cui tentano di rispondere.

1 - Quali spazi per le diverse comunità?
Tra le varie proposte compare il progetto dello studio ma0-emmeazero per l'ampliamento della scuola media Lombardi di Bari. Teme caro all'architettura, sin dal settecento con Ledoux e Boullèe, quello di poter proiettare all'esterno le funzioni dell'edificio. Così la facciata della scuola viene rivestita con un mosaico che ritrae bambini sorridenti, diventando una sorta di sfondo alle attività didattiche all'aperto. In questo caso la comunità è rappresentata in maniera diretta ed inequivocabile, stesso atteggiamento della celebre "Crown Fountain" del Millennium Park di Chicago realizzata poco dopo e con stesso espediente formale.
Sito ufficiale Studio ma0: www.ma0.it
Progetto: in .pdf
Sito ufficiale della scuola, presentazione del progetto: www.scuolamedialombardi.it

2 - Quali le nuove forme dello spazio pubblico?
Con il progetto per la Piazza Risorgimento di Bari, lo studio ma0-emmeazero conferma la propria dimensione ludica realizzando una piazza interattiva. Le sedute, infatti, possono essere ruotate a piacimento dei fruitori e generare quindi un paesaggio urbano sempre cangiante. Il merito dei progettisti sta nell'aver risolto questo spazio pubblico giocando con pochissimi elementi di arredo urbano.
Sito ufficiale Studio ma0: www.ma0.it
Progetto: in .pdf
Foto: 1 - 2 - 3

Ancora più drastico risulta il progetto di Ifdesign per "Piazza nera, piazza bianca" di Robbiano. La pulizia delle superfici lascia poco spazio agli elementi volumetrici e il tutto viene risolto con texture riprese da tipici segni della citta: le impronte dei copertoni in negativo.
Da questi progetti emerge una tendenza minimalista nel confrontarsi con spazi pubblici storicizzati.
Sito ufficiale Ifedsign: www.ifdesign.it
Foto: 1 - 2

3 - Come si trasforma la città contemporanea?
Valle Architetti Associati e Cino Zucchi Associati lavorano su uno dei grandi temi della città contemporanea: i vuoti urbani. L'occasione viene data dal quartiere Portello (su una ex industria automobilistica) che viene riconvertito in un parco con funzione di cerniera urbana. Vengono scavalcati tutti i vincoli infrastrutturali per riconnettere brani di città. A rigore non potremmo parlare di progetto ludico-interattivo come per i progetti di ma0-emmeazero, ma è innegabile la sua forte connotazione ironica.
Sito ufficiale Valle Architetti Associati: www.architettivalle.net
Sito ufficiale Cino Zucchi: www.zucchiarchitetti.com
Foto: 1 - 2 - 3

4 - È possibile costruire in modo solidale?
La risposta è: sì, si può. Riccardo Vannucci di FAREstudio propone il progetto per il centro CBF in Burkina Faso. Qualsiasi tentativo di retorica architettonica viene dimenticato a favore di una pulizia formale che rende l'edificio immediatamente leggibile nelle sue componenti strutturali. Il concept viene ridotto all'assemblaggio di pezzi, come per un gioco: le maestranze locali non troveranno alcun problema nel capire come funziona l'edificio. Si tratta di un progetto solidale nel contenuto (è un centro per la prevenzione delle mutilazioni genitali) e nella forma in quanto non va a discriminare coloro che lo costruiranno per la propria preparazione.
Sito ufficiale FAREstudio: www.farestudio.it
Progetto: video su Vimeo
Foto: 1 - 2 - 3 (di FAREstudio)

5 - Cosa fare con i beni sequestrati alle mafie?
Questa sezione propone alcune idee a proposito di un tema di forte attualità. Evitare che i beni finascano nuovamente nelle mani della mafia, produrre qualcosa per il bene di tutti: il dibattito, finora ostaggio della politica, adesso vede coinvolte maggiormente le associazioni, i creativi, gli architetti.
Foto: 1 - 2 - 3

6 - È possibile costruire qualità a 1000 euro al mq?
La risposta a questa domanda era già stata data da Mario Cucinella nelle precedente edizione delle biennale. La sua Casa 100k (100 mq per 100.000 € ) esposta tramite un grande plastico, ebbe allora parecchio risalto anche sulla stampa nazionale, venduta come abitazione ecofriendly e completamente autosufficiente. Ma si trattava soltanto di un progetto. A dimostrare invece che è realmente possibile costruire qualità con 1000 euro al mq ci pensa a Bolzano Christoph Mayr Fingerle con il complesso abitativo EA7. Novantadue appartamenti di edilizia abitativa agevolata disposti su tre blocchi attorno una corte. Linguaggio contemporaneo per una zona d'Italia che sempre di più stringe l'occhio alla buona architettura.
Sito ufficiale dell'architetto Fingerle: www.mayrfingerle.com
Foto: 1 - 2 - 3

7 - Come riprogettare il patrimonio storico?
Anche in questa sezione l'architettura contemporanea deve confrontarsi con il patrimonio storico italiano. Le soluzioni finali sembrano tendere verso una pulizia formale fatta di linee e superfici, rispettando le volumetrie e le proporzioni dell'edificio esistente. Così la "leggerezza" di Renzo Piano sposa la filosofia de "il quasi nulla" nel ripensare gli spazi della Fondazione Vedova di Venezia negli ex magazzini del sale. Il distacco delle opere d'arte dalle pareti è un segno di reverenza verso l'antico.
Sito ufficiale di Renzo Piano: rpbw.r.ui-pro.com
Sito ufficiale della Fondazione Vedova: www.fondazionevedova.org
Foto: 1 - 2 - 3

Stessa filosofia e cura artigianle del dettaglio per il restauro della basilica paleocristiana di San Pietro a Ortigia (Siracusa) per mano di Emanuele Fidone. Partendo da disastrosi interventi degli anni '50, recupera la spazialità originaria con una volta a botte di lamelle lignee che non precludono la vista delle capriate del tetto.
Progetto su Europaconcorsi: europaconcorsi.com
Foto: 1 - 2 - 3

8 - Come imparare dagli archetipi e farne dei prototipi?
In questa sezione si confrontano i disegni di Franco Purini orientati all'ossesiva ricerca degli archetipi dell'architettura, con il lavoro di Elisabetta Terragni volto alla riconversione di un archetipo infrastrutturale, il tunnel autostradale, per realizzare la Galleria espositiva di Piedicastello (Trento). Da una parte l'invenzione suggellata dal gesto del disegno, dall'altra un lavoro di demolizione e ricostruzione degli stereotipi dell'architettura.
Foto sul lavoro di Franco Purini: 1 - 2 - 3
Sito ufficiale di Elisabetta Terragni: www.terragni.eu
Foto: 1 - 2

9 - Come affrontare l'emergenza paesaggio?
Lo sforzo di immaginazione portato avanti dai ragazzi de "L'Incompiuto Siciliano" dimostra come non sia sempre necessario costruire qualcosa di nuovo per fare architettura: a volte basta guardare all'esistente con uno sguardo attento ed originale. Così le opere pubbliche dell'ultimo cinquantennio, rimaste incompiute o inutilizzate, vengono osservate come giganti opere d'arte, dall'indubbio fascino al limite con l'archeologia. Un insieme di tondini di ferro, calcestruzzo pezzato da muffe e ruggine, vetri rotti, impianti a vista: sono gli stilemi identificativi di uno stile architettonico, che a detta degli artisti coinvolti, potrebbe essere il più importante dal dopoguerra ad oggi. Giarre, piccola cittadina siciliana nel catanese, si autopromuove a capitale dell'incompiuto con un proprio parco archeologico a tema. Le prospettive future per questa iniziativa sembrano essere infinite: l'Italia è un pozzo senza fondo di "incompiute".
Incompiuto Siciliano è un progetto di Alterazioni Video in collaborazione con Claudia D'Aita ed Enrico Sgarbi.
Sito ufficiale dell'osservatorio sulle opere incompiute: www.incompiutosiciliano.org
Progetto sul sito di Alterazioni Video: www.alterazionivideo.com/incompiuto
Foto: 1 - 2

10 - Work in Progress…
Questa sezione permette di individuare i possibili nuovi centri dell'architettura italiana. Ritroviamo da una parte il trentino con la sua propensione allo sperimentalismo e dall'altra una Sicilia che imbocca la strada giusta nel recupero del patrimonio.
Cino Zucchi Architetti e Park Associati progettano il centro polifunzionale Salewa Headquarters a Bolzano. Vincenzo Latina si confronta con l'archeologia nel Padiglione di Artemide ad Ortigia, Siracusa.
Sito ufficiale di Cino Zucchi: www.zucchiarchitetti.com
Foto: 1 - 2
Sito ufficiale di Vincenzo Latina: www.vincenzolatina.com
Foto: 1
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Link:
(1) - Intervista a Luca Molinari di Nicola Leonardi per theplan.it
(2) - Dalla presentazione del Padiglione Italia sul sito ufficiale della biennale.

XII Settimana della Cultura - CATANIA

In occasione della XII settimana della cultura la Soprintendenza ai beni culturali e ambientali di Catania propone un ricco calendario di eventi e mostre che vanno dal 16 al 25 aprile 2010.
Di seguito segnaliamo le iniziative che riguardano più da vicino i temi dell'Architettura e vedono il coinvolgimento anche del nostro gruppo, Petra Dura, come allievi Ingegneri

DOVE:
Catania, ex Manifattura Tabacchi, via Garibaldi n° 233 - Piazza San Cristoforo

QUANDO:
Dal 16 al 25 aprile 2010 dalle ore 9.00 alle ore 19.30

COSA:
Mostra itinerante:
"Città e società del 21°secolo. architetture recenti in Sicilia"
Sezioni della mostra: Città e storia; Città e paesaggio; Città e nuove centralità.
In esposizione dal 16 al 25 aprile 2010.

Laboratorio di progettazione architettonica:
"Nuove centralità urbane:spazi per un Museo nel quartiere San Cristoforo"
20 allievi ingegneri di Catania (tra cui noi ragazzi di Petra Dura) e 20 allievi architetti di Siracusa si confronteranno sulla progettazione di un'area museale all'interno dell'ex Manifattura Tabacchi di Catania (vedi foto).
Dal 19 al 22 aprile potrete vedere gli studenti al lavoro, mentre sabato 24 verranno esposte e premiate le opere definitive.
In contemporanea avrà luogo un laboratorio d'Arte con i ragazzi del Liceo Artistico.



Seminario:
"Cinema e Architettura"
Titoli:
- Great Architects: A Journey In The Mind Of...
- My Architect
- Renzo Piano. Che Cos'è L'architettura
- Frank Gehry Creatore Di Sogni
Domenica 18 aprile, dalle 16:00 alle 17:30

Proiezioni:
- Jean Nouvel, domenica 18 aprile alle 17:30
- Louis Kahn, lunedì 19 aprile alle 18:00
- Frank Gehry, martedì 20 aprile alle 18:00
- Renzo Piano, mercoledì 21 aprile alle 18:00

Trovate il programma su: http://www.regione.sicilia.it/beniculturali
Iniziativa: http://www.beniculturali.it

Attualità e Curiosità: Una folle corsa ai grandi maestri!

Penso tutti gli appassionati sanno bene di cosa si tratta, anche se in effetti è stato davvero un privilegio di pochi riuscire ad averne una copia: la collana di monografie dei grandi dell'architettura! Dopo averla richiesta al primo edicolante e aver ricevuto un "No, tutto terminato!", la seconda richiesta è stata quella fortunata (probabilmente perchè si trattava di una piccola edicola al centro di Picanello)! Alla modica cifra di 2,99 € ho acquistato la monografia di Renzo Piano, accompagnata dalla stampa di uno schizzo dell'architetto, per la precisione la Bolla di Genova! Essendo una collana rivolta al grande pubblico, è stata preferita la trattazione solo delle opere più importanti, analizzate con un mediocre grado di dettaglio, il che la rende nonostante tutto piacevolmente scorrevole!
Mi chiedo come mai abbiano scelto proprio Renzo Piano come primo autore, quello con il grave compito di acquisire il consenso dei lettori! Mi chiedo se non fosse stato più vantaggioso pubblicare architetti di fama indiscussa come Le Corbusier, F. L. Wright o Mies Van Der Rohe o archistar come Zaha Hadid o l'odiato/amato F. O. Gehry!
Per chi avesse perso la prima uscita e sia interessato ad acquistarla le informazioni sono contenute nel sito (clicca sulla foto)!

Renzo Piano - Video

- Renzo Piano - Opere
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Being Renzo Piano
Intervista il 4 parti con Giangiacomo Schiavi, Stefano Boeri e Stefano Bucci.

Renzo Piano ripercorre la sua carriera e illustra progetti passati e presenti, tra edifici che hanno cambiato la storia dell'architettura e quei manufatti minori che fanno "grande" un autore.

Abitare-Being_Renzo_Piano-Architettura_Corsara from Abitare Web on Vimeo.



Abitare_Renzo_Piano_New_York_è_una_Città_Metamorfica from Abitare Web on Vimeo.



Abitare_Renzo_Piano_Ologrammi from Abitare Web on Vimeo.



Abitare_Renzo_Piano_Conclusioni from Abitare Web on Vimeo.


Fonte: Abitare.it

Renzo Piano - Opere

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Appunti e Ricerche condotte nell’ambito del corso di Architettura e Composizione II

Centro Nazionale d’arte e di cultura Georges Pompidou, Parigi, Francia, 1972 – 1977


Negli ultimi anni del novecento i musei sono rinati sotto il profilo del loro utilizzo, ma negli anni ’70 al museo ci andavano poche persone perché erano considerati un’istituzione triste e polverosa al pari delle biblioteche.
Il Centre Pompidou nasce in questa situazione di sacralità museale, ma di cui non si sente la mancanza; anche nel bando di gara istituito per la sua realizzazione si consigliava di uscire dalle frontiere tipiche della biblioteca e del museo.
In questo periodo Piano ha uno studio con Rogers, e partecipano insieme al concorso, vincendolo.
I progettisti hanno l’esigenza di creare un rapporto con il contesto, e questo si realizza in vario modo. La trasparenza delle scale mobili spesso è stata letta come un fatto high-tech, ma in realtà la soluzione è molto più studiata, perché mentre si sale si passa dalla visione della piazza, al quartiere, alla città. La piazza rappresenta una doppia mediazione: quella tra l’edificio e il quartiere, e quella tra la cultura ufficiale e quella di strada ( mimi, musicisti, ecc…).
L’edificio è tutto realizzato in vetro ed acciaio a vista e variamente colorato. Questo ha riscontrato non pochi problemi e critiche negative, ma i progettisti non si sono mai arresi ed hanno aspettato la morte del sindaco per l’istallazione delle prese d’aria nella piazza, e hanno portato le travi d’acciaio di 120 tonnellate e 50 metri di lunghezza con un treno speciale e con i camion all’interno di Parigi di notte, montandole immediatamente.

Museo per la Collezione De Menil, Houston, Texas, 1984 – 1987.

La committente di Piano è Dominique De Menil, una ottantenne che insieme al marito aveva raccolto una importante collezione privata e desiderava un museo per poter esibire i suoi diecimila pezzi. L’idea della committente era quella di realizzare uno spazzio che fosse allo stesso tempo sito espositivo, villaggio e centro di restauro.
La costruzione si inserisce nella maglia urbana ortogonale del quartiere, senza sovrastare in altezza le piccole case circostanti, e utilizzando materiali del luogo, infatti le tamponature delle pareti esterne sono in tavole di cipresso, che vanno a richiamare la tecnica diffusissima del ballon frame.
Gli aspetti che devono essere sicuramente studiati e risolti sono: lo studio della luce e le tecniche di conservazione delle opere d’arte.
Per osservare le opere con una luce ottimale queste devono essere esposte ad una luce superiore a quella che normalmente tollererebbero senza rovinarsi. Per ovviare a questo problema le opere vengono esposte a rotazione, per poi essere riportate al sicuro in un luogo protetto e climatizzato separato dall’area di fruizione, la Treasure House.
Per quanto riguarda la luce, i quadri non possono essere esposti ai raggi ultravioletti e Piano cerca dei metodi per eliminarli mantenendo una duona qualità della luce. Visita il museo di Tel Aviv e tornato a Genova crea una macchina che riproducesse il sole di Houston e dei modelli in scala 1:10 per studiare i risultati.
Realizzo la copertura della sala espositiva attraverso la ripetizione di un profilato in ferro cemento modulare, chiamato foglia, questo ha una curvatura tale da trasformare gli 80000 lux esterni in 1000 lux interni.
Questo museo risulta l’esatto contrario del Centre Pompidou, dove l’high-tech è usato in chiave di parodia nei confronti dell’esistente, simbolo di monumentalità; al contrario, qui, esiste, perché serve.

Spazio musicale per l’opera Prometeo, Venezia e Milano, Italia, 1983 – 1984.

È la prima struttura smontabile che accoglie nello stesso tempo l’orchestra e 400 spettatori.
L’idea era quella di rovesciare l’impostazione delle sale tradizionali. Il pubblico stava al centro, i musicisti tutt’intorno a varie altezze, ed era previsto che questi si spostassero durante l’esecuzione su scale e passerelle.
Per far si che il direttore fosse visibile a tutti gli ottanta elementi dell’orchestra si sviluppò un sistema di monitor.
L’intero ambiente è progettato come un gigantesco strumento musicale, dove si sono fuse l’esperienza del liutaio e quella del cantierista navale per la maestria nell’utilizzo del legno lamellare in oggetti di simili dimensioni.
Qui l’opera architettonica fa parte dello stesso processo creativo di quella musicale, nasce con questa e per questa.


Recupero del porto antico, Genova, Italia, 1988 – 2001.
Nel 1992, cinquecentesimo anniversario del viaggio di Colombo in America, il comune di Genova, organizzo una grande celebrazione internazionale, e chiese a Piano di collaborare nel recupero dell’area urbana del vecchio porto.
Genova è una città porto tra le più importanti del mediterraneo e con l’evento vuole rilanciare la propria immagine. La città arabo-mediterranea è caratterizzata da: alta densità, case alte e strade strette; inoltre le infrastrutture portuali hanno sempre esercitato una forte influenza sulla conformazione del centro storico e hanno sempre fatto da barriera tra questo ed il mare. Il cambiamento di tecnologia aveva fatto si che alla fine degli anni ’80 il porto fosse inadatto ad assolvere le normali funzioni e quindi fu progressivamente abbandonato e spostato più a levante. Si riteneva che l’Expo fosse l’occasione per recuperare il rapporto con il mare.
Fu assegnato a Piano l’incarico di redigere il masterplan, le linee guida erano:
- ricucitura del rapporto città porto
- mantenimento del suggestivo carattere storico ed ambientale
- sottrazione del centro storico al degrado
- realizzazione di opere utilizzabili dopo l’Expo
Già nel 1981 Piano aveva realizzato un progetto per il risanamento del molo vecchio. Un quartiere dove gli edifici sono alti 7-8 piani, e le strade sono strettissime, poco illuminate ed umide, tanto che già nel ‘600 era considerato malsano. La risposta progettuale era quella di trasformare i piani più alti in ambienti pubblici, e di realizzare un sistema di passerelle a più livelli al posto delle malsane vie, con un sistema di specchi per far arrivare la luce sino a terra.
Nel 1965 fu realizzata una strada sopraelevata a scorrimento veloce che interruppe il contatto diretto tra città e porto; la prima cosa che si pensò di fare era quella di rimuovere la sopraelevata e realizzare un tunnel sottomarino, ma era troppo costoso e per questo fu realizzato solo un parziale interramento di fronte a palazzo San Giorgio.
Le nuove realizzazioni sono collocate nelle due banchine centrali del Porto Antico: il Molo Embriaco ed il Ponte Spinola. Nel molo principale si trovano 26 pennoni, alti 18 metri e dotati di teli che richiamano le immagini delle vele delle navi antiche. Davanti il molo si trova il Grande Bigo, un albero di carico che grazie ad un sistema di bracci in acciaio, che si allargano da una base comune, sorregge un ascensore panoramico e una tensostruttura che definisce la Piazza delle Feste. Il Grande Bigo è il simbolo dell’Expo e richiama le vecchie gru del porto.
Nel Ponte Spinola si trova il Padiglione Italia costituito da un parco acquatico con accanto una struttura galleggiante, la Biosfera. Il primo è una struttura in acciaio che ospita un acquario, e rappresenta il tema "del mare"; il secondo invece è una palla di vetro di 20 metri di diametro, posta su una piattaforma galleggiante, simbolo delle colombiane e del globo terrestre, in cui è trattato il tema "le navi", passato l’evento questo è stato trasformato in serra e centro studi per le felci; per impedire l’ingresso dei raggi diretti sono state posizionate delle vele nella struttura metallica.
Nel Porto Antico vennero fatti degli interventi di recupero dei magazzini, trasformandoli in sala espositive e centro congressi.
Dopo l’Expo fu realizzata una società “Porto Antico” che ha continuato ad aggiungere attrezzature al porto, le quali hanno portato una gran quantità di denaro da poter reinvestire nel 2004 (anno in cui Genova è stata Capitale Europea della Cultura) nel recupero del centro storico, cosa che non si era potuta fare nel 1992 perché i finanziamenti non lo prevedevano.


Aula liturgica per Padre Pio, San Giovanni Rotondo, Italia, 1995 – 2004.

L’aula liturgica dedicata a Padre Pio sorge sulla cima del colle di San Giovanni Rotondo, vicino al monastero dei cappuccini e alla chiesa preesistente; vi si giunge attraverso un viale alberato.
La chiesa è circondata da alberi e poco sviluppata in altezza, tanto che la copertura è visibile soltanto una volta arrivati in cima.
Si vuole creare una chiesa che inviti i fedeli ad entrare, e per questo non viene prevista una facciata monumentale, ma un fronte d’ingresso vetrato, che lascia vedere tutto l’interno dalla piazza. Per accogliere ancora di più i fedeli, le ali della copertura in rame si estendono verso la piazza come per abbracciarla.
Viene studiata la luce: all’interno è diffusa, ma sull’altare scende un raggio diretto che fa concentrare l’attenzione verso quel punto. La scelta di un solo materiale è determinante, viene utilizzata solo la pietra locale che definisce la struttura del sistema degli archi portanti.


Auditorium Parco della Musica, Roma, Italia, 1996 – 2002.

Piano vinse la gara internazionale per la realizzazione di un nuovo auditorium a Roma, dove mancava un luogo dedicato alla musica classica all’altezza della città.
Sia per ragioni urbanistiche che di spazio, si decise di realizzare l’opera in posizione decentrata, nei pressi dello stadio Flaminio, del palazzotto dello sport e del villaggio Olimpico del 1960.
Per garantire la massima flessibilità e resa acustica si sceglie di realizzare tre sale distinte. Ogni sala e racchiusa in un contenitore simile a una cassa armonica, e disposte simmetricamente attorno ad un grande vuoto che darà vita ad un anfiteatro all’aperto. Attorno vi è una ricca vegetazione che fa da collegamento con la villa Glori.
Per ottenere la migliore acustica furono costruiti modelli fisici con superfici riflettenti per simulare le prestazioni delle varie sale, emettendo dei segnali laser e tracciando il percorso della riflessione; per poi passare a grandi modelli dove vennero fatti dei test di riflessione con vere onde sonore.
Le tre sale hanno capienza e caratteristiche differenti.
L’auditorium da 750 posti è il più flessibile, il pavimento e il soffitto sono mobili e si può intervenire sulle proprietà acustiche delle pareti.
La sala da 1200 posti dove si tengono concerti di musica da camera e spettacoli di danza, ha il soffitto regolabile e il palcoscenico mobile.
La sala principale che ospita 2800 persone è un omaggio a Scharoun. Come nella filarmonica l’orchestra sta al centro e gli spettatori tutt’intorno su balze a livelli differenti. Questa disposizione è tale da far percepire allo spettatore di essere un tutt’uno con i protagonisti.




The Nascher Sculture Centre, Dallas, Texas, 2001 – 2003.

Raymond Nascher e sua moglie avevano deciso di dare alla città la propria collezione di sculture moderne e contemporanee insieme alla struttura dove ospitarle.
Il sito era un parcheggio circondato da quattro strade rettilinee immerso tra i grattacieli.
Piano non sa inizialmente a cosa legarsi per realizzare il progetto, allora pensa di fare un Centre Pompidou alla rovescia: li vi era un edificio enorme e modernissimo nel centro della città antica, qui una sala espositiva ad un solo livello immersa nel verde e tutt’intorno grattacieli.
Lo spazio è ripartito in cinque padiglioni rettangolari tutti uguali, con la copertura leggermente ricurva. Le coperture sono realizzate interamente in vetro, e per selezionare la luce del nord ( che non contiene raggi UVA ) si è studiato un sistema di pannelli in alluminio.
Il giardino ospita 170 alberi ( olmi, quercie, salici, magnolie, bambù), fontane, laghetti e sentieri pavimentati. È parte essenziale del complesso perché svolge la funzione di spazio espositivo esterno, ma soprattutto perché offre un momento di distacco e di riflessione nel caos della città.


Pensiero del giorno... WaterFront


Tempo d'estate... se ne vedono in giro di presunti WaterFront, anche se è sempre più raro riuscire a giungere fino al mare... Dopotutto basta solo scavalcare un binario, attraversare una tangenziale, perdersi in un porto...

"Io mi sento un po' come Quasimodo: lui intrappolato a Notre Dame, io intrappolato nel Porto di Genova"... Renzo Piano

Beato lui, fosse nato a Catania sarebbe rimasto intrappolato in città, rinchiuso dal porto...


immagine di Schillagi Carmelo Cesare

Architetti e Facebook - Classifica

Alexa, l'azienda informatica statunitense che da tempo si occupa di sondare i movimenti degli utenti su internet, conferma che Facebook è al secondo posto tra i siti più visitati in Italia. Ci è sembrato giusto andare a tastare il polso della situazione direttamente sul celeberrimo social network per capire come si muova l'architettura da quelle parti.
Qui non contano i premi vinti, quante volte siano state conquistate la copertina delle riviste di architettura e tanto meno l'apprezzamento dei critici specializzati: su Facebook tutto si misura in numero di iscritti. Siamo andati quindi, a vedere quale archistar possieda la pagina (e non il gruppo) con il maggior numero di fan. Ecco la classifica:

1 - Renzo Piano con 31.714 fan
2 - Zaha Hadid con 25.337 fan
3 - Tadao Ando con 22.295 fan
4 - Santiago Calatrava con 15.159 fan
5 - Frank Gehry con 11.273 fan
6 - Oscar Niemeyer con 9.578 fan
7 - Rem Koolhaas + Oma con 8.714 fan
8 - Norman Foster con 8.711 fan
9 - MVRDV con 8.062 fan
10 - Richard Meier con 7.177 fan
11 - Peter Zumthor con 6.196 fan
12 - Toyo Ito con 4.518 fan
- Herzog & de Meuron con 3.233 fan
- Daniel Libeskind con 3.210 fan
- Jean Nouvel con 2.601 fan
- SANAA (K. Sejima & R. Nishizawa) con 2.526 fan
- Steven Holl con 1.929 fan
- Massimiliano Fuksas con 1.435 fan
- Shigeru Ban con 1.127 fan
- Cesar Pelli con 777 fan
- UN Studio con 766 fan
- Richard Rogers con 760 fan
- Arata Isozaki con 630 fan
- Mario Botta con 566 fan
- Enric Miralles EMBT con 551 fan
- Peter Eisenman con 347 fan
- Ieoh Ming Pei con 298 fan
- Jose Rafael Moneo con 295 fan
- David Chipperfield con 284 fan
- Gae Aulenti senza pagina
- Bernard Tschumi senza pagina

Ammetto che Renzo Piano in prima posizione mi lascia esterrefatto... oltretutto queste pagine sono visitate da tutti i facebooker del mondo e non hanno carattere nazionale. Per il resto era prevedibile che Zaha Hadid, Calatrava e Gehry conquistassero la vetta della classifica. L'escluso che fa più scalpore è senza dubbio Bernard Tschumi, ma non possiamo pretendere molto da un sito per non addetti ai lavori.
Adesso vediamo come si compone la classifica dei maestri del '900

1 - Le Corbusier con 39.603 fan
2 - Ludwig Mies van der Rohe con 31.199 fan
3 - Frank Lloyd Wright con 18.076 fan

Beh... è obiettivamente difficile fare una classifica tra questi geni, tuttavia la distanza che separa Le Corbusier da Wright appare non indifferente.

p.s. se dovesse mancare in classifica il vostro architetto preferito, segnalatelo pure.

I luoghi dell'Arte

Lo Sviluppo dell’Architettura Museale nella Modernità

Da sempre la progettazione di un museo pone di fronte al difficile compito di trovare l’equilibrio tra fattori contrastanti: struttura e forma che si adattino al contesto, urbano o naturale, e ma anche alla funzione programmatica dell’edificio stesso. In passato la tendenza era quella di lasciare alle opere esposte il ruolo di protagoniste, rendendo l’architettura un mero fondale neutro, curato secondo il gusto del tempo, ma senza rimandi reciproci tra oggetto e “contenitore”. Il primo episodio di modernità nella progettazione di musei può essere rintracciato nella facciata orientale del Louvre, realizzata nel ‘600 da Claude Perrault. Sotto il profilo tecnico-costruttivo è lui ad introdurre per la prima volta in Francia l’uso del ferro saldato come rinforzo dei muri. A livello estetico-formale, la sua unica preoccupazione è quella di raggiungere una certa sobrietà e autorevolezza dell’insieme: per questo, adottando uno stile classicheggiante, rifiuta di inserire un sovraccarico di ornamento. A partire dal XIV sec., vediamo apparire musei che rispecchiano di volta in volta le collezioni contenute o la personalità di chi le cura, così da catturare l’attenzione del pubblico o essere esplicativi dei contenuti.
Verso la fine del ‘700 John Soane, fervente collezionista, trasforma la sua abitazione in un’esposizione di opere d’arte e pezzi d’antiquariato. L’aspetto più peculiare è certamente la facciata, dove troviamo applicati dei capitelli in posizione del tutto anomala: la decontestualizzazione consente di mettere in luce che non si tratta di una ripresa neoclassica degli ordini dell’antichità, ma bensì di uno strumento simbolico, che palesa al visitatore già da fuori cosa troverà all’interno.
All’interno vediamo il "farsi da sé dell’architettura": poiché il lotto è chiuso sui laterali da altri edifici, il problema della luce è risolto attraverso l’utilizzo di lucernai. Inoltre i solai sono impostati su quote differenti, con parti forate che permettono di illuminare anche gli ambienti inferiori.

Nel 1828, Karl Friedrich Schinkel realizza l’Altes Museum, a
proposito del quale dichiara di voler “dare forma secondo lo scopo”: elementi dell’architettura greca sono ripresi, ma corretti e trasformati in elementi di carattere simbolico. L’idea è quella di un museo nel quale le collezioni sono organizzate didatticamente e cronologicamente; l’architettura deve infatti educare ed elevare il pubblico, suscitando in esso il senso della propria identità. Schinkel sceglie un impianto che, con il cassettonato e l’oculo centrale, rievoca il Pantheon, anche se sembra che Schinkel abbia operato una grecizzazione del sistema costruttivo romano. La facciata principale risulta assimilabile ad un pronao ionico; l’assenza del timpano indica che non si tratta di un edificio di culto, ma dedicato al culto del sapere. La scelta deriva dal fatto che la Grecia rappresenta l’archetipo della cultura occidentale. In tempi recenti altri architetti sottolineeranno la funzione essenziale in edifici di questo tipo del pronao, quale filtro e mediazione tra il caos urbano e l’interno dove si possono nutrire spirito ed intelletto.
È solo nel ‘900 che inizia la costruzione di edifici espressamente dedicati ad un’arte specifica e ai suoi manufatti; uno degli esempi più celebri è offerto dai musei fatti realizzare per custodire le collezioni di Solomon e Peggy Guggenheim. Lo scopo dei progettisti è quello di fornire metodi di fruizione alternativi e di rendere maggiormente partecipi i visitatori. Per queste ragioni la tendenza moderna è quella a sostituire spazi imponenti e che mettono soggezione, con ambienti a scala umana, studiati per consentire una buona fruizione attraverso sistemi adeguati di illuminazione. La lezione wrightiana conduce all’affermarsi di spazi aperti, articolati attorno a snodi che permettono l’incrociarsi di sguardi tra livelli diversi. Alcuni edifici sono caratterizzati da una monumentalità ridotta all’essenziale, come nel caso della Nationalgalerie di Berlino di Mies van der Rohe; altri ancora, come il Pompidou Centre a Parigi, di Piano e Rogers, sono il frutto di una tendenza a denudarsi dell’architettura, che sceglie di non esprimersi e di vivere sull’esistente.
Il Centro Culturale George Pompidou, realizzato a Parigi nel 1977, è costituito da un parallelepipedo di 50x170 metri, per un’altezza di sei piani.
Nell’interno a pianta libera trovano posto il Museo nazionale d’arte moderna, ambienti per esposizioni temporanee, una immensa biblioteca e alcune sale multifunzionali adattabili a teatro, cinema e per conferenze e seminari. De Fusco e Frampton mettono in evidenza come i progettisti abbiano ideato in questo caso una soluzione “aperta”, facilmente adeguabile alle esigenze funzionali e psicologiche in costante evoluzione. Tale flessibilità, propria dello stile High-Tech, si traduce in uno spazio interno neutro, al limite dell’indifferenza alla funzione, definito da setti mobili. Frampton e Marinelli riconoscono che tale concetto di flessibilità è portato all’estremo, al punto da generare effetti controproducenti: la superficie di parete necessaria alle esposizioni pittoriche è sottodimensionata, rendendo necessaria la costruzione di un altro “edificio” all’interno del volume. Alla flessibilità interna si contrappone un esterno che, nonostante un intento iniziale ancora una volta funzionale, finisce per assumere valenze stilistiche, con l’estroflessione esasperata di impianti e sistemi di collegamento verticali. Zevi fa notare come mal grado le apparenze il Beaubourg non sia estraneo al cuore della capitala francese: “Il gusto ingegneresco sintonizza con gli archi rampanti e i contrafforti dei monumenti gotici adiacenti; vicino a Notre Dame costituisce un punto alternativo di riferimento, già assimilato”. I valori su cui punta sono lo straniamento e la diversità. Qualche critico ha parlato per quest’edificio di “archeologia industriale”, poiché appartiene all’era meccanica e non a quella elettronica: vi è ancora poco di seriale. In realtà un’altra parte della critica (Marinelli) legge in ciò un uso accurato della produzione seriale, che non si accontenta di rapidità di produzione e quantità, ma cerca di dare al singolo elemento un tocco di artigianalità nel disegnarlo appositamente per lo scopo cui è destinato; si tratta di un atteggiamento che riconduce alla filosofia della scuola Bauhaus. E poi c’è il gusto polemico, provocatorio, di scherno verso il modello codificato del museo. Bisognava scegliere tra due nozioni di cultura: quella istituzionale e intimidente e quella non ufficiale, aperta e accessibile al grande pubblico. Noi abbiamo optato per la seconda” (Dini). De Fusco trova un altro limite nella concezione dell’architettura come una rete di canali comunicanti e di strutture funzionali: il pubblico finisce per essere catturato dalla struttura insolita e distratto dalle collezioni artistiche che, nell’intento originale, dovevano essere protagoniste assolute. Si giunge dunque agli ’90, quando si inizia a riscoprire la funzione comunicativa del museo, come luogo sacro e profano dell’arte. L’involucro, che prima doveva semplicemente porre uno stacco dalla frenesia del vivere quotidiano e porre il visitatore nella condizione psichica adatta alla fruizione, riacquista una visibilità assolutà, trasformandosi piuttosto in uno strumento spettacolare e spesso evocativo per catturare l’attenzione del passante. L’architettura museale smette insomma di essere un semplice servizio. Alla fine degli anni ’80 sorgono edifici come il Museo Ebraico a Berlino di Daniel Libeskind: chiaro esempio di come l’architettura ricerchi plasticamente la mimesi con la creatività dell’arte e diventi veicolo di valori e memorie. I
Il Museo dell’Olocausto, costruito tra il 1989 e il 1999, rappresenta in particolare quella categoria di edifici che nascono con un forte intento simbolico, atti a perpetuare la memoria di eventi che hanno segnato la storia dell’umanità. La struttura, con il suo linguaggio decostruttivista, risulta squarciata lungo la gelida superficie metallica, e gli squarci producono all’interno penetranti lame di luce, che raccontano in modo quasi espressionistico la sofferenza e le torture cui fu sottoposto il popolo ebreo. Il lungo corpo di fabbrica si sviluppa secondo una linea a zig-zag, frutto della congiunzione sulla pianta di Berlino dei luoghi simbolo delle atrocità naziste. Accanto alla struttura principale sorge la Torre dell’Olocausto, totalmente priva di finestre. Lo scopo di questa costruzione è di sollecitare emotivamente il visitatore, permettere attraverso accorgimenti psicologici di rivivere per qualche istante il senso di straniamento e di terrore del ritrovarsi in un ambiente buio e privo di punti di riferimento.

Bibliografia:
- Bruno Zevi – Storia dell’architettura moderna (1950)
- Kenneth Frampton – Storia dell’architettura moderna (1980)
- David Watkin – Storia dell’architettura occidentale (1986)
- Tafuri – Architettura contemporanea
- De Fusco – Mille anni d’architettura
- Marinelli Giuseppe – Il Centro Beaubourg a Parigi (1946)
- Dini Massimo – Renzo Piano: Progetti e architetture dal 1964 al 1983
- Casabella Febbraio 2006 – n°741 /Novembre 2000 – n°683