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domenica 11 maggio 2008

Ci scusiamo per la momentanea interruzione degli aggiornamenti, ma dovete capire che stiamo tentando di laurearci... e questo, haimè, è periodo di consegne e revisioni all'univ...
Non disperate, perchè torneremo prestissimo!!!

venerdì 2 maggio 2008

Pensiero del giorno... La mia Catania

E' sempre difficile parlare delle cose che ci appartengono, che ci appartengono in senso lato, come i nostri genitori, la nostra casa, i nostri amici, la nostra città.
La sociologia urbana ha coniato un termine che ben descrive il mio rapporto con Catania: sono un City-User, ovvero un individuo che va in città solo per fruire di alcuni servizi, una piattola insomma. E come parassita, il più delle volte, si viene trattati, altro che city-users portatori di moneta. L'alienazione che vivono la maggior parte dei lavoratori, soprattutto i conduttori di autobus, fa si che non riescano a comprendano che il loro posto fisso è frutto solo ed unicamente degli abbonamenti comprati da persone come me. Se gli si chiede una qualche informazione rischiate un mega cazziatone con tanto d'insulti: non si ammette ignoranza. Questo è il primo ricordo che ho, di quando poco più che 12enne mi avventurai da solo nella selva di Catania. E ho come l'impressione che questa sia anche la prima visione di molti visitatori e turisti.
Scesi dall'autobus si è semplicemente disorientati, nauseati da un paesaggio mai uguale a se stesso, un insieme di visioni, belle e brutte, che satura la mente ed è impossibile pensare. Benché dovrei essere assolutamente assuefatto al panorama che mi si presenta ogni giorno, non posso non stupirmi di quello che vedo, la commistione di generi e forme, la sovrapposizione di ruoli e luoghi, la compenetrazione di usi ed'usanze, un circo a cielo aperto insomma. Esempio? Piazza Duomo con la cattedrale, il municipio, il liotru (l'elefante simbolo di ct) il tutto in stile tardo barocco altamente rappresentativo e accanto cosa vi si trova? la pescheria, il mercato storico che sembra una bolgia dantesca dove vengono messi in bella mostra i cadaveri di qualsiasi animale, ai limiti della commestibilita: mezzi suini appesi per un piede, filetto di cavallo, teneri agnelli scuoiati, lumache in cesti di vimini, teste di tonno, vongole vive che schizzano acqua sui passanti. Se siete fortunati potrete vedere i calderoni con il Sangeli, ovvero una porcheria d'altri tempi: budella di chissà quale animale ripiene di frattaglie tritate e miste a sangue. Da una parte chi serve e dall'altra chi mangia i comodi bocconcini rosastri, una sorta di mcdonald medievale. A meno di 50 metri qualcuno celebra il matrimonio in pompa magna, si confessa, prega... altri cento metri e ci si trova nel vecchio cuore del sapere Catanese, Piazza Università. Fino a pochi anni fa era parcheggio di autobus, oggi è l'orgoglio dei Catanesi, ma solo di coloro che hanno apprezzato il restauro effettuato in pieno stile Barocco anti-contemporaneo. Da li si prosegue per via Etnea, il vero centro rappresentativo della città, compromesso ad ogni incrocio da una selvatica circolazione su ruote. A pensarci bene, ciò che appesta la vita cittadina, sono i trasporti e la viabilità in generale. Il problema più evidente è il traffico, ma questo credo che sia endemico di molte città italiane. E neanche i mega interventi operati sulla circonvallazione sono giovati a nulla: hanno sostituito i semafori con delle rotonde sottodimensionate e così i problemi sono aumentati. Ma quello che non accetterò mai è che la linea ferrata e la stazione abbiano compromesso gran parte del water front cittadino. Se non altro questo è servito ad avere la fermata della metropolitana più bella d'Italia: è direttamente sul mare, su una splendida scogliera. Peccato che la metropolitana servi una tratta assolutamente inutile e assurda, che ha il suo unico motivo di esistere nelle probabili e future espansioni.
Mi accorgo che in periodo di vacanza Catania si svuota particolarmente: tutti gli studenti universitari fuorisede tornano a casa. Sono city-user come me, un capitale economico che dà vita a tutta la città, capitale ignorato o sottovalutato soprattutto dal punto di vista umano e sociale. E'grazie alla presenza dei giovani, infatti, che Catania è un bel posto in cui stare. Non mi riferisco certo ai quei ragazzi che si scannano negli stadi, ma a tutti quelli che hanno voglia di fare, imparare, condividere, insomma, tutti quei ragazzi che mi hanno cresciuto, io che ero un piccolo e povero ragazzotto di provincia.

giovedì 17 aprile 2008

Pensiero del giorno... Danza e architettura

Solita storia: il prof di architettura e composizione II continua ad improvvisare incontri con persone che lui ritiene utili alla nostra formazione. L'unico problema è che fa delle lezioni propedeutiche che la maggior parte delle volte sono più interessanti degli incontri stessi. Questa volta dovevamo incontrare un tizio che si occupava di danza contemporanea e quindi ci ha riempito la testa con tutte le nozioni che conosceva sul movimento, l'attrito, il tempo architettonico ecc. Tutto interessantissimo.

Andiamo all'incontro, in un piccolo teatro nel pieno centro di Catania . Incontriamo il tizio, che qui chiameremo "l'innominato" (per il semplice motivo che non conosco il suo nome). Ci fa togliere le scarpe e ci sbatte a terra in una piccola stanzetta in pieno stile "amici" di Maria De Filippi... tutti attorno a lui che stava in un angolo della stanza. Sembrava la parodia su un maestro di danza. L'innominato era esattamente come si può immaginare un ballerino avanti con gli anni: magro, rasato brizzolato, informale (cioè senza forma) dalla visibile gestualità, uno di quei tipi che non prepara il discorso della lezione perchè spera di innescare un dialogo con gli alunni... Per intenderci, è come se per fare una lezione di architettura a dei ballerini io gli facessi indossare un elmetto antinfortunistica giallo e li facessi sedere davanti un tecnigrafo magari con accanto un pc aperto sulla schermata nera di autocad... Troppo parodia...
L'innominato è partito in quarta tentando di affascinarci con la narrazione di tutti gli spettacoli più spettacolari che aveva fatto, come se io facessi vedere ai ballerini le immagini delle costruzioni di Gehry tanto per stupirli. Tra le tante cose, un balletto al buio con dei led appiccicati sul corpo: ho visto il suo orologio e ho immaginato che fosse una di quelle lucine... ed è li che mi sono perso. Sarà stato il dolore per lo stare seduto sul pavimento o gli olezzi floreali delle scarpe dei colleghi, fatto sta che la mia mente si è attivata sulla frequenza dangerus, ovvero quella che si innesca quando mi fanno fare cose che non voglio fare. Piccolo elenco dei miei pensieri in ordine sparso:

1 - Ho cominciato a giocherellare con le pieghe dei miei jeans e per un attimo mi sono sentito Zaha Hadid. Non avevo mai notato che i pantaloni potessero essere buoni strumenti di progettazione.

2 - ho fatto un milione di palloni con la mia mega Big-Bubble. Avevo appena comprato 24 stecche delle dolci e rosa gomme, quindi non mi meravigliavo di domande del tipo: quanto misurano i lati di un cubetto di big-bubble? quante big-bubble occorrono per fare il giro del mondo attorno all'equatore? e attorno i poli? bisognerà considerare la dilatazione termica in entrambi i casi? gli orsi polari le mangiano le gomme? Riuscirò a realizzare una casa di big-bubble? chissà se è mai successo all'innominato di trovarne una sul palco in cui danzava?

3 - Perchè mi sono dovuto togliere le scarpe per entrare in una stanza con il pavimento in striscie di gomma rigonfiate in più punti e unite da nastro adesivo bianco?

4 - il mondo, visto da terra, è completamente diverso. Anche una misera stanzetta sembra immensa. Anche un nanerottolo sembra immenso. Dovrei cominciare a camminare a 4 zampe?

5 - Perchè l'innominato non siede a terra, ma è comodamente posizionato su un gradino?

6 - Perchè l'innominato continua ad arrampicarsi sugli specchi? mi spiego: una ragazza gli chiede quanto sia importante la conoscenza della danza classica per fare danza contemporanea. L'innominato risponde che non è affatto importante allora la ragazza ribatte: e perchè per accedere ai suoi corsi è richiesta la formazione classica?! no comment

7 - é necessario che in tutti i gruppi ci sia lo scemo del villaggio? Un alunno chiede: se non si vede e non si sente esiste ancora la danza? ad una domanda così cazzona non poteva che seguire una risposta altrettanto cazzona: certo che si... mi rendo conto che in architettura questo ragionamento potrebbe avere un senso con la Second Architecture... ma nello specifico la risposta dell'innominato rientrava in un programma di "open mind" forzata.

8 - Dio sta nel dettaglio... è proprio vero. Quando l'innominato si è avvicinato mi sono reso conto che non era granché giovane.

9 - perchè il professore dice fesserie quando si trova con gli altri? esempio: diceva che in architettura il movimento è solo cristallizzato, quando 2 giorni prima esaltava Calatrava e le sue costruzioni mobili.

10 - mi sono accorto di essere una buona misura dello spazio circostante: la distensione delle gambe misura la distanza da chi si trova davanti a me, braccia a 45 gradi per dare sostegno al busto e tenere le mani a debita distanza da chi poterebbe calpestarle ecc.

11 - Perchè i ballerini amano questi ambienti post industriali, visti e rivisitati con la solita retorica del mattone rosso a vista, delle porte in metallo con saldature a vista, delle travi in acciaio sparse quà e la? Perchè l'effetto bunker? sarà fashion

12 - Perchè i ballerini si ricoprono di stracci quando danzano?

13 - l'innominato ha avuto la brillante idea di assegnarci un compito per casa. Tema? la sua lezione. Brutta zucca travestita da ballerino, ma tu lo sai quante cose ha da fare uno studente universitario medio??? Credi che passiamo il nostro tempo a zompettare sull'erba? Come osi darci altro lavoro inutile? non hai già avuto il tuo momento di gloria? bene, vuol dire che gli rigiro questo post (con allegati tutti i vostri abbondantissimi commenti), tanto, per quello che ho capito "tutto è danza" e anche questo allora...

P.S. approfittatene per dire tutto quello che volete ai ballerini

martedì 15 aprile 2008

Pensiero del giorno... Professori 3

Secondo me, hanno preso ispirazione da un mio prof.

Troppo uguale: stesse smorfie, stesso abbigliamento, stessi occhiali, stesse cazzate...

Fabio De Luigi - Ingegner Cane - Pitagora

martedì 8 aprile 2008

GIBELLINA - Capitolo 2: Architetture pubbliche

1 – Storia e Ricostruzione
2 – Architetture Pubbliche @
3 – Architetture Private
4 – Piazze e Spazi aperti
5 – Arte

A due anni dal sisma, lo Stato non si era ancora mobilitato per risolvere il problema dei senzatetto sopravvissuti alla catastrofe. Le più illustri personalità siciliane, Leonardo Sciascia, Carlo Levi, Renato Guttuso e molti altri, decisero allora di scrivere un appello all’opinione pubblica, organizzando una veglia tra le macerie nella notte tra il 14 ed il 15 gennaio, in occasione dell’anniversario dell’evento. A quell’appello risposero solo intellettuali ed artisti; nonostante ciò la provocazione aveva colpito nel segno e qualcosa iniziò a muoversi.
L’intento primario, rispondere ad una necessità imprescindibile della collettività, si era tramutato in provocazione in grado di accendere aspri dibattiti sul ruolo dell’arte e dell’architettura, dibattito culminato concretamente nell’impianto di una città a partire da una “tabula rasa” fisica e culturale.
In questo contesto prese piede la polemica: tra tante opere d’arte e altrettanta disoccupazione gli abitanti non avrebbero provato un profondo senso di disagio e alienazione? Negli anni a seguire i quotidiani titolarono su storie di presunti saccheggi o sprechi di denaro pubblico durante la ricostruzione.
Ma c’era anche chi rispondeva ai detrattori che per un popolo che ha perso fisicamente le sue radici e la sua memoria, sono certo indispensabili scuole, ospedali e reti di servizi, ma non meno basilare è aprire le porte alla cultura. Solo l’arte avrebbe potuto creare in un luogo privo di storia per la comunità, un nuovo patrimonio culturale condiviso, una memoria dei luoghi, i segni distintivi di un tessuto urbano sul quale allocare nuovi ricordi.

Oggi il silenzio assoluto che si percepisce per le strade di Gibellina sembra in parte dare eco a quelle aspre polemiche. Tuttavia i segni materici della ricostruzione permangono, tangibili e suggestivi, e si impongono ad ogni sguardo sul fondale verdeggiante chiedendo maggiore valorizzazione e partecipazione.
Tra tutte le realizzazioni, quelle che, per il valore civico intrinseco, meglio incarnano l’ideale perseguito sono gli edifici pubblici. L’urbanistica ci insegna che sono proprio questi gli elementi identificativi di ogni città o paese, i segni che marcano luoghi ben precisi e punti di riferimento nell’ambito urbano.

Ecco i principali esempi d’autore offerti da Gibellina:

Municipio di Gregotti e Samonà

Si tratta di un edificio di grandi proporzioni, squadrato, elegante e funzionale, progettato da Vittorio Gregotti e da Giuseppe Samonà. La ricercata austerità è mitigata dai pannelli in ceramica policroma, firmati da Carla Accardi e da Pietro Consagra. I pannelli, di dimensioni medie 3x5 m, sono realizzati con mattonelle quadrate di 30 cm. All'interno del Municipio si trova la sala di riunione Agorà, sulla quale campeggia il mosaico di Gino Severini. Anche nel Municipio, dunque, l’idea dominante è quella di valorizzare l'arte, non fine alla mera contemplazione, ma come stimolo alla partecipazione alla vita collettiva. Di fronte al Municipio, nel mezzo dell’ampia piazza-giardino intitolata XV Gennaio 1968, svetta la Torre Civica dell'architetto milanese Mendini, accostata ai carri scenici di Arnaldo Pomodoro.

Meeting e Teatro di Pietro Consagra

Il Meeting, edificio-scultura che ospita i congressi di Gibellina, si erge gareggiando in altezza con le vicine colline. La sua struttura in cemento, acciaio e vetro si piega sinuosa materializzando una gigantesca scultura che "supera le sue funzioni pratiche", come affermava lo stesso Consagra. L'edificio, nell’ottica dell’artista, vuole andare aldilà della funzionalità, stabilendo un nuovo rapporto tra fruitore e oggetto, un rapporto che privilegi la spiritualità come contrappeso al moderno tecnicismo.
Il teatro adiacente, come sottolineano amareggiati anche i pochi gibellinesi incontrati, è in costruzione da qualche decennio.

Chiesa Madre di Ludovico Quaroni
Il fulcro della nuova città doveva essere un asse longitudinale segnato da un macro-organismo lineare composto dagli edifici del Centro civico, commerciale e culturale. La nuova Chiesa rappresentava il culmine, sia per la posizione baricentrica nella composizione geometrico-spaziale urbanistica, sia per la collocazione orografica, sulla collina che domina Gibellina.
Obiettivo fondamentale per Ludovico Quaroni era la creazione di una "Chiesa unica nel genere in quanto risponda alle condizioni economiche, territoriali e storiche della zona in cui sorge", che non facesse il verso alla tradizione architettonica religiosa.
Gli elementi chiave della tradizionale chiesa vengono scomposti e re-inventati: l’enorme sfera bianca individua la centralità dell’impianto e si connota come re-interpretazione della cupola, tipica sia della cristianità che del mondo arabo. La simbolica perfezione della sfera, che rappresenta l'Universo, la continuità, l'infinito, la totalità, si innesta su un materico cubo di cemento, segno della perfezione del raziocinio umano. La modularità permette di richiamarsi all’uso kahniano di scomporre il quadrato di base dell'edificio, dando luogo a blocchi differenti con differenti destinazioni d'uso. Nelle forme prevalgono dunque quelli che Quadroni definisce “dolorosi incastri” tra volumi o materiali diversi, che fanno della chiesa un luogo introverso e autoriflessivo.
Tra la progettazione e la realizzazione dell'edificio passano circa 15 anni. Nell'agosto del 1994 la copertura piana dell'aula dei fedeli crollò per lo stato di incuria ed abbandono. La copertura originaria in calcestruzzo armato dovrebbe essere sostituita da una articolata struttura metallica a traliccio. Oggi la struttura si trova in fase di restauro.

Museo civico d'Arte Contemporanea
Il Museo civico d'Arte Contemporanea, che dispone anche di un auditorium, custodisce un patrimonio di circa 1800 pezzi unici donati da prestigiosi artisti. La sezione “Idee per la città” espone i bozzetti delle opere collocate lungo le strade del paese.

Baglio Di Stefano di Aprile, Collovà, La Rocca
L’antica masseria, tra i pochi reperti parzialmente sopravvissuti al violento sisma, fu acquistata dall'amministrazione comunale e restaurata dagli architetti Marcella Aprile, Collovà e La Rocca. L'imponente complesso, appena fuori dalla città, rappresenta la memoria della cultura contadina locale, e oggi è sede di istituzioni culturali e universitarie, residenza di artisti e studiosi ospiti della città. La ristrutturazione ha è stata effettuata raccogliendo, ricomponendo ed interpretando attraverso i dati oggettivi (i ruderi ed il successivo rilievo) e quelli della memoria, la struttura essenziale del baglio. La matrice dell’insediamento è il recinto ottenuto dall'accostamento di più edifici, gerarchizzati funzionalmente. Il grande invaso, lastricato in ciottoli, da corte del baglio diventa una vera e propria piazza, con percorsi che perimetrano lo spazio o vi confluiscono dagli altri recinti del complesso. Tra le funzioni ospitate nel riuso un teatro all'aperto, uffici, una biblioteca, una sala di esposizioni temporanee e un giardino.

Nuovo cimitero di Consagra
L’accesso al luogo sacro è segnato dalle porte disegnate da Pietro Consagra, ispirate al “Riferimento all'unicità” e al “Riferimento all'irripetibile”. A pochi passi dall’ingresso troviamo la tomba dello stesso Consagra, omaggiata da tutti gli abitanti più anziani che ricordano l’impegno profuso dall’artista per la rinascita di Gibellina.

Palazzo Di Lorenzo di Venezia

Una singolare e intrigante casa-museo, che integra al suo interno la facciata di un antico edificio della vecchia Gibellina, accostando stili di epoche diverse. L'autore, l'architetto Francesco Venezia, spiega così il suo intervento: "...costruire oggi a Gibellina è l'impegno a ricostruire la ricostruzione: riprendere la totalità delle componenti nel segno del diritto inestinguibile di questi sito a ridiventare classico; ricostituire, per una comunità in cui urge il ripristino di equilibri interrotti, l'armonia con il suo intorno, riattivando capillarmente i rapporti con la natura: (ho voluto che il Museo delle Case Di Lorenzo, proprio per accogliere la testimonianza dentro Gibellina Nuova della Gibellina distrutta, fosse una macchina ottica per godere il paesaggio)". Si tratta di una struttura squadrata, in pietra chiara con riflessi color oro nelle giornate di sole. All'interno, di fronte alla facciata del vecchio palazzo, troviamo un percorso ascendente che giunge al piano superiore, racchiudendo lo spazio espositivo e offrendosi al tempo stesso come punto di osservazione privilegiato sul paesaggio circostante.

lunedì 7 aprile 2008

GIBELLINA - Capitolo 1: Storia e Ricostruzione

Sabato 15 marzo la Facoltà d’ingegneria dell’Università di Catania ha portato in visita a Gibellina (Trapani) gli studenti del corso di Laurea in ingegneria Edile -Architettura nell’ambito del corso di Architettura e Composizione II.
Tutto il gruppo Petra Dura ha partecipato e ha deciso di mettere a disposizione di tutti il materiale raccolto durante il viaggio in questo splendido angolo di Sicilia.
Per tutta questa settimana pubblicheremo solo articoli dedicati al paese di Gibellina nel tentativo di analizzare diversi aspetti attinenti all’architettura, con la consapevolezza che qualunque cosa diremo non sarà mai abbastanza. Per questo motivo speriamo di ricevere molti commenti da parte vostra. Se avete qualche curiosità in merito a quanto scriveremo, non avete che da chiedere. Siamo disponibili nel fornirvi altre foto qualora quelle pubblicate non siano abbastanza.

Un ringraziamento particolare va ad Agostino P., web master di gibellinaonline.it, che ci ha dato un sacco di informazioni utili accogliendoci nel suo paese.

Argomenti trattati:

1 – Storia e Ricostruzione @
2 – Architetture Pubbliche
3 – Architetture Private
4 – Piazze e Spazi aperti
5 – Arte

1 – Storia & Ricostruzione

Il vecchio paese di Gibellina era il classico esempio di villaggio siciliano della valle del Belice abbarbicato su una collina caratterizzata da forti pendenze. La zona costruita era ben delimitata dalle campagne circostanti; le stradine erano strette e ripide e spesso si alternavano a scalinate; vi era presenza di edilizia spontanea che non seguiva alcun progetto; assenza diffusa di servizi. Poi nel gennaio del 1968 arrivo il terremoto che distrusse il 90% delle abitazioni. Le cronache del tempo narrano di scenari apocalittici dove a fatica si riuscivano a contare le vittime.
Come ben sappiamo, la storia ci insegna che dopo ogni catastrofe naturale l’uomo ha un aspetto particolarmente propositivo per quanto riguarda la ricostruzione. E questo è ciò che è accaduto anche a Gibellina. Dopo un primo periodo di incertezze in cui si facevano avanti le ipotesi più disparate (ricostruire e mettere assieme tutti i paesini limitrofi da un lato e ricostruire sulle macerie dall’altro) si capì che la nuova Gibellina sarebbe stata al centro delle attenzioni di molti specialisti e artisti.

Dove: Da subito si scelse come luogo per la ricostruzione una porzione pianeggiante di territorio e allo stesso tempo nodo infrastrutturale tra la costruenda autostrada Palermo - Mazzara del Vallo e la tratta ferroviaria esistente. Il vecchio paese adesso dista circa 20 KM.
Viaggiando per questi luoghi non si può fare a meno di notare come Gibellina nuova non rispetti i canoni del villaggio siciliano chiuso su se stesso, arroccato, schermato da costruzioni difensive. L’occhio viene calamitato dalle costruzioni moderne che si stagliano sul landscape naturale.

Quando: Il primo piano per la ricostruzione risale al 1970 e porta la firma di Vittorio Gregotti, Ludovico Quaroni, Alberto e Giuseppe Samonà. Era un piano fatto per macrostrutture che lasciavano aree di indeterminatezza, successivamente ripensate nel 1982 dal team coordinato da Oswald Mathias Ungers con la collaborazione di Laura Thermes, Franco Purini e innumerevoli altri progettisti e artisti. È in questa fase che tutto l’impianto comincia a delinearsi e prendere forma il rapporto tra infrastrutture, costruzioni private e spazi pubblici. Tuttavia nel 1991 vengono condotti altri studi sulla ricomposizione urbana da Pierluigi Nicolin.
Ad oggi non è possibile dire che la ricostruzione sia terminata: se è vero che i non esistono più le baraccopoli dei sopravvissuti, alcuni progetti sono ben lontani dall’essere conclusi (il teatro di Pietro Consagra), altri invece sono già in ristrutturazione (la chiesa a sfera di Ludovico Quaroni).

Come: Osservando la cartina del paese è facile notare come si sia materializzata l’idea di un architettura piana e diffusa sul territorio sul modello delle villette americane: casa isolata, garage autonomo, piccolo ambito verde. È presente una forte gerarchizzazione tra viabilità veicolare (viali) e pedonale (vie). Per riassumere potremmo dire che ogni quartiere è circondato da strade principali e/o secondarie, mentre risulta tagliato al centro da vie alberate e percorribili esclusivamente a piedi. La sensazione di riservatezza che sprigionano questi anfratti è da ricollegare al tentativo di creare il senso di vita comunitaria presente nella vecchia Gibellina.
Tutti i quartieri risultano innestati a piazze o parchi pubblici, e sono inframmezzati da sculture o opere architettoniche di rilievo, tanto da poter parlare di città-museo.
Lo spazio urbano viene allungato a dismisura nel tentativo di ricreare migliori condizioni di vita per i loro abitanti, ma l’unico risultato che si avverte passeggiando per queste vie è di vuoto e rarefazione architettonica e umana.

Osservazioni: oggi Gibellina soffre quel male conosciuto con il nome di alienazione. Si ha l’impressione che gli abitanti non abbiano apprezzato l’esito prodotto dall’urbanistica di un trentennio, seppure sembrino essere stati parte attiva della trasformazione. Abbondano i luoghi senza identità, le piazze vuote, le strade deserte. Se in un primo momento, la ricostruzione del paese aveva attirato gli interessi di non poche persone, adesso pare che anche il turismo sia in calo.
Tuttavia, in paese si registrano le voci di chi auspica un radicale cambiamento per quest’isola fatta di contemporaneità in un isola (la Sicilia) che da poco comincia ad apprezzare l’altra faccia della sua terra, non fatta unicamente di mare, ruderi e chiese.


Link utili e approfondimenti:

Post di Petra Dura su Gibellina:
http://petra-dura.blogspot.com/2008/01/pensiero-del-giorno-gibellina.html

Sito in cui potrete trovare molte foto e informazioni aggiornate e sul paese e i suoi abitanti:
http://www.gibellinaonline.it/

sito del comune di Gibellina con mappa interattiva e fonti storiche
http://www.comune.gibellina.tp.it/

Autori e opere di Gibellina:
http://www.traarchit.it/architetture/luogo/gibellina.htm

Discussioni:
http://architettura.supereva.com/coffeebreak/20001127/index.htm
http://www.antithesi.info/testi/testo_2.asp?ID=137

domenica 6 aprile 2008

10.000 VISITATORI

Questa settimana il counter di Petra Dura ha superato quota 10000 visitatori.
Tre mesi fa neanche sapevo cosa fosse un blog e devo dire che questo risultato mi fa ben sperare. Adesso passiamo ai ringraziamenti:

- Grazie a tutti i componenti del gruppo Petra Dura, che non so per quale sadica ragione continuano a offrire tempo e materiale per portare avanti questo progetto.
-Grazie a tutti quei blogger che prima di noi avevano avviato progetti simili facendoci capire come funziona il mondo dell'architettura in rete.
-Grazie a tutti coloro che hanno collaborato a vario titolo con il nostro team.
- Un grazie speciale va a tutti i nostri lettori, che sempre più numerosi, rendono questo blog un piacevole luogo di discussione.

domenica 30 marzo 2008

Vota la tua sedia preferita

Tempo fa vi avevamo parlato del concorso Dynamicamente 2008. Adesso la competizione è entrata nella fase più interessante ovvero quella in cui giuria da una parte e utenti web dall'altra sceglieranno i progetti migliori. Cosa aspettate a votare la vostra sedia preferita? (vota qui)

di seguito un breve estratto della email che la redazione del concorso ha inviato agli utenti:

"...Scopo del concorso è di dare spazio alle capacità e alla creatività degli studenti universitari ponendoli di fronte ad un progetto concreto: creare una sedia contract per tre tematiche differenti:

1) COMMUNITY una seduta per luoghi di ritrovo quali sale conferenze, università, biblioteche o altri luoghi nei quali si riunisca un gran numero di persone.

2) HAPPY HOUR : una seduta dinamica e giovane per bar, discoteche o fast food.

3) COMFORTABLE : una seduta adatta a ristoranti, hotel o altri luoghi in cui la comodità e l'eleganza debbano essere valorizzate.

La giuria si riunirà nei prossimi giorni per decidere i vincitori dei vari premi previsti.

Su gentile concessione della Vibiemme, sono stati messi a disposizione 3 ulteriori spazi espositivi ,oltre a quello previsto per i finalisti, presso il loro stand al Salone Internazionale del Mobile di Milano, una delle più importanti vetrine del design a livello internazionale.

A decidere chi meriterà tale spazio saranno tutti i navigatori della rete.

Infatti sul sito www.circolodellasedia.com sarà possibile visionare e votare il proprio progetto preferito per ogni categoria del concorso. Le votazioni chiuderanno il 16 Aprile alle ore 23.00 .

Il progetto di ogni categoria che riceverà il maggior numero di voti verrà esposto dal 19 Aprile fino alla fine della fiera, presso lo stand della Vibiemme al Salone Internazionale del Mobile di Milano 2008..."

sabato 29 marzo 2008

Il Barocco in Italia, in Sicilia, e la fondazione del comune di Niscemi (CL) con la sua chiesa Madre

Tesina/ricerca scritta nell'ambito del corso di Storia dell'Architettura I, con analisi di un opera architettonica da trovare nel proprio territorio: Chiesa Madre di Niscemi (CL)

Capitoli:
>Quadro storico e architettonico del "Barocco"
>Il Barocco in Sicilia:
>Colonizzazione interna della Sicilia nel XVII sec. e fondazione del Comune di Niscemi.
>Assetto ed espansione urbanistica del Comune di Niscemi
>La storia
---La vecchia chiesa
---Il dopo-terremoto e la ricostruzione
---La nuova chiesa
---La facciata
---Restauro
---I Portoni
>Curiosità


Quadro storico e architettonico del "Barocco".

Verso la seconda metà del XVI sec. il progressivo mutare del panorama politico, sociale, economico dovuto agli effetti della scoperta del nuovo mondo e all'ascesa della Francia e dell'Impero Spagnolo come "superpotenze", si intreccia alla Riforma Protestante e alla Controriforma Cattolica. Attraverso tali eventi, arti figurative e architettura maturano un nuovo linguaggio, convenzionalmente definito "Barocco". Il termine Barocco ha un'etimologia incerta: in portoghese significa perla di forma irregolare, mentre in italiano era usato per indicare una forma di sillogismo complicata ed ambigua. I teorici del '700 lo useranno in un'accezione negativa per indicare tutti quegli aspetti dell'architettura bizzarri e che sovvertivano qualsiasi ordine rinascimentale. Bisogna attendere la fine dell'800 affinché il termine si liberi di tale valenza negativa.
Il periodo barocco, che ebbe comunque larga fortuna e diffusione, si associa propriamente ad alcune manifestazioni artistiche del periodo compreso tra il 1600 e 1760. In questo periodo si riescono a fondere due elementi apparentemente contraddittori: sistematicità e dinamismo, dato dalla necessità di appartenere ad un sistema assoluto e integrato ma nello stesso tempo aperto e dinamico. Proprio per questo motivo si ha una nuova concezione di spazio e natura ed il rapporto, di questi, con l'uomo; ma anche l'adozione di forme dinamiche, effetti luministici e scenografici e l'accentuazione della pregnanza emozionale della rappresentazione. Tutto ciò scaturisce inoltre da un fattore molto importante: la grande rottura della sintesi tra arte e scienza. L'artista non è più in grado di riassumere nella sua persona i ruoli del filosofo e dello scienziato ma si pone in un posto fisso nella gerarchia sociale, scegliendo entro certi limiti il sistema che vuole; inoltre, dopo aver fatto ciò, egli sente il bisogno di rendere tale sistema visibile e manifesto. Così, vera e propria civiltà dell'immagine, la cultura figurativa barocca diviene strumento di propaganda e di persuasione del potere religioso e politico. L'arte assume quindi un ruolo predominante in questo periodo proprio perché è il mezzo di comunicazione più diretto rispetto alle dimostrazioni logiche ed inoltre più accessibile all'analfabeta. All'interno di questo concetto si inserisce perfettamente l'intera architettura barocca che inizia a trasformare il paesaggio in una rete di sistemi centralizzati che hanno idealmente un'estensione geometrica infinita e ordinata.


Il Barocco in Sicilia:

Il periodo che va dalla fine del XVI sec. agli inizi del XVIII vede un vasto movimento di colonizzazione interna alla Sicilia che porta ad un riordino delle strutture urbane esistenti e alla nascita di nuove realtà comunali. Predominante è la presenza delle classi egemoni: aristocrazia ed ecclesiastici ai quali vengono concessi i permessi di costruire nelle zone più prestigiose e agronomicamente ben collocate, con l'intento di apportare vantaggi economici, sociali e culturali alle popolazioni. E' proprio in questo lungo periodo barocco che assistiamo ad un'intensa attività edilizia ed urbanistica, inserita in un clima di riorganizzazione e rinnovamento che vede le città murate trasformarsi in città aperte, con la totale demolizione delle opere di fortificazione. Per queste città non si può però parlare di "urbanistica barocca" in quanto non ritroviamo un disegno urbano unitario. Si può invece parlare di città celebrate dal Barocco, dal momento che troviamo ambienti urbani fastosi e magnifici che non ripropongono più le dimensioni ridotte e la pluralità dei temi architettonici delle città medievali. Si realizzano quindi le decorati sedi dell'aristocrazia e dei nuovi ordini religiosi mentre la municipalità, con le strade e le piazze, realizza quei "salotti urbani" sedi degli incontri mondani della borghesia e, nel contempo, delle feste, delle processioni e fiere delle classi popolari. Il piano barocco è dunque quello di organizzare la sua estensione in funzione di centri focali. Ma poiché tali centri rappresentavano un movimento statico rispetto al movimento orizzontale, bisognava definirli attraverso assi verticali. Ecco perché si spiegano le magnifiche cupole delle alti e monumentali chiese barocche che solitamente si adattano perfettamente agli ampi spazi in cui si affacciano: le piazze. Le piante della chiesa barocca siciliana sono varie e sono quelle individuate da impianti longitudinali a una o a tre navate, quelle da impianti centralizzati e quelle, più raramente ottenute dalla combinazione dei due tipi precedenti.
Tra le tre la più usata, anche fino alla fine dell'800 è l'impianto longitudinale nella versione a tre navate che era generalizzata per le chiese matrici nelle quali era prevista l'accoglienza di folle di fedeli; la versione a una navata era invece preferita per le chiese annesse ai conventi e infine la pianta centralizzata, essendo di superficie più ridotta, consentiva lo svolgersi della preghiera comunitaria. Inoltre sotto le indicazioni liturgiche della Controriforma il presbiterio viene separato dalla zona riservata ai fedeli mediante transenne o rialzi con gradini, e al centro di esso, in posizione elevata, viene posto l'altare principale. Altri altari, ognuno attribuito ad un santo diverso, vengono poi disposti lungo le pareti, spesso dentro cappelline intercomunicanti. Il presbiterio si conclude generalmente con un'abside, mentre la zona d'incontro con il transetto è definita da una cupola. Il resto dell'organismo interno si basa sull'aggregazione di cellule spaziali rinascimentali generalmente ad impianto quadrato che si concludono lateralmente con archi sorretti da colonne o pilastri e superiormente con una volta a vela o a crociera. Ma l'elemento che più assume importanza e valenza simbolica è la facciata, la quale rappresenta la vera caratteristica delle chiese barocche siciliane in quanto, a differenza degli impianti interni, ha prodotto quasi sempre immagini originali e fantasiose. Essa va dal tipo ad impianto retto e squadrato della tradizione cinquecentesca a quello ondeggiante sinusoidale. In alcune soluzioni presenta due campanili staccati e affiancati, mentre in altre i campanili emergono dalla trabeazione di conclusione dell'ultimo ordine. Infine a conferire ricchezza espressiva a tutta l'architettura religiosa sono le decorazioni, realizzate mediante segni plastici caratterizzati da una "laicità" prorompente (mascheroni, erme, figure muliebri, ecc…), mediante quelli tradizionali (angeli, putti, ecc…) e dall'imitazione della natura (fiori, frutta) che si ritrovano anche in tutto il barocco europeo.


Colonizzazione interna della Sicilia nel XVII sec. e fondazione del Comune di Niscemi.

Il periodo che va dalla fine del XVI sec. agli inizi del XVIII vede un vasto movimento di colonizzazione interna alla Sicilia intrinseca ad un massiccio intervento di popolazione delle campagne e ad un ampio sfruttamento delle risorse agricole con un conseguente sviluppo delle attività socio - economico - culturale siciliane. La Sicilia era allora governata da Filippo IV di Spagna e Sicilia, che per il suo prepotente dispotismo e per i suoi continui bisogni finanziari, travolse l'isola in una irreparabile crisi economico-sociale ,che sarebbe continuata se molti signori della nobiltà non avessero pensato a rialzare le sorti dell'agricoltura. E' proprio in questo periodo che assistiamo alla rapida ascesa della nobiltà, che approfittò della vendita da parte del re di titoli nobiliari, di terre demaniali o vescovili, di "licentia populandi" e giurisdizioni del mero e misto imperio per accrescere sempre più il loro prestigio personale. Dunque i Baroni furono spinti alla colonizzazione interna della Sicilia, non solo da motivi politici ma da necessità di ordine economico - sociale, in un momento in cui cercavano guadagni sempre maggiori per il mantenimento del lusso da sfoggiare e dalla necessità di dare al territorio una migliore disposizione per intensificare lo sfruttamento delle risorse agricole. Bisogna inoltre evidenziare che la nascita dei nuovi Comuni è strettamente connessa all'ingente sviluppo demografico e quindi ad una necessità di provvedere ad una maggiore produzione di derrate alimentari creando nuove aree agricole mettere a colture. E' proprio in questo contesto politico – economico - culturale che si inserisce la fondazione del Comune di Niscemi. A puntare gli occhi sul feudo niscemese fu la Baronessa Giovanna Branciforte, madre e tutrice di Giovanni Branciforte, che per risollevare le sorti del figlio decise bene di investire sull'urbanizzazione e sullo sfruttamento agricolo di questo territorio. La scelta del luogo destinato ad accogliere i nuovi coloni cadde in quella parte occidentale della collina alta 332 m sul livello del mare, climatologicamente mite e ben arieggiata e che prestava una buona collocazione da un punto di vista agronomico. Inoltre un altro richiamo di attrazione fu, senza dubbio, la fama che si era diffusa nei paesi limitrofi del ritrovamento del quadro della Madonna, conservato in una chiesetta rustica e che faceva ritenere il luogo come privilegiato per i miracoli e le grazie. Donna Giovanna, in nome del figlio Don Giuseppe Branciforte, volendo quindi conferire solennità giuridica alla fondazione di Niscemi, previo pagamento di onze 400, ne ottenne licentia populandi addì 30 giugno 1626 dal vicerè cardinale Giovanni Doria. Per essa si dava facoltà a Don Giuseppe Branciforte di congregare persone nella baronia di Niscemi, di esercitarvi il mero e misto imperio cioè la giurisdizione civile e penale, di imporvi la gabella della dogana per l'importazione delle merci, di eleggervi il castellano o governatore come suo luogotenente, il secreto per la riscossione delle rendite e dei provenienti del patrimonio baronale, il capitano per assicurare l'ordine pubblico e per amministrare la giustizia penale, il giudice per amministrare la giustizia civile, i giurati per curare le funzioni di polizia locale nell'interesse del Comune e cioè la costruzione di nuovi edifici, la salvaguardia dei diritti di tutti gli abitanti e la ripartizione delle tande o tributi da versare allo Stato e, infine, altri ufficiali indispensabili, come il maestro notaro o segretario per la stesura degli atti del Comune. In virtù dell'autorizzazione vicereale, la borgata della baronia di Niscemi, nello spirar del giugno 1626, divenne Universitas e come tale, nella Val di Noto, ufficialmente entrò a far parte dei Comuni della Sicilia. Donna Giovanna si rese conto però che la scelta del luogo, per quanto felice, non poteva considerarsi sufficiente per la colonizzazione della terra, per cui bisogna mostrare ai nuovi venuti i vantaggi e la convenienza che potevano avere da un punto di vista economico e finanziario fermandosi definitivamente nella nuova terra. Così, anziché spendere ingenti capitali per la costruzione di strutture, ella puntò sulla concessione di aiuti economici ai massari che venivano a coltivare la terra nella baronia di Niscemi. Ben presto i coloni che vennero a stabilirsi sul territorio niscemese furono numerosi e iniziarono la costruzione di case fatte di pietra e taio, rivestite con intonaco di calcio senza alcuna pretesa architettonica e alquanto modestamente costruite.
Divenuto maggiorenne, Giovanni Branciforte prese la direzione per la tutela dei suoi beni disegnando una pianta planimetrica del comune secondo le norme urbanistiche del tempo. La tipologia urbanistica impiegata dal barone si rifaceva ad una legge emanata il 13 giugno 1573, da Filippo II per la colonizzazione dell'America e sulla quale si basava anche tutta la colonizzazione della Sicilia. In tale codificazione egli prescrive:<>. Così al centro del paese sorgeva la nuova Chiesa Madre, nello stesso luogo in cui si trova quella attuale, con la facciata rivolta a mezzogiorno e con un'ampia strada di fronte che serve a conferirgli maggiore solennità. Essa è isolata dagli altri fabbricati in quanto il suo pavimento si alza da terra e per potervi accedere bisogna salire diversi scalini, conferendogli in questo modo sempre più grandiosità e maestosità. La sua costruzione si deve alla grande generosità e devozione del popolo niscemese che con elemosine, mano d'opera gratuita e offerte dei vari materiali contribuirono alla sua nascita. La nuova Chiesa (si usa il termine "nuova" dato che allora esisteva già una piccola chiesetta, Chiesa della Madonna, costruita sul luogo del ritrovamento della sacra effige) venne dedicata a Maria Santissima d'Istria, corruzione del vocabolo greco Odigitria che significa "Guida del Cammino". Nel 1639 però, dopo pochi anni dalla sua fondazione, Niscemi, come tutta la Sicilia Orientale venne travolta da un terribile terremoto che danneggiò gravemente tutte le case e sopratutto la Chiesa Madre. E' stato accertato che non vi furono morti ma non si può disconoscere che tutte le costruzioni, in seguito ai danni subiti , vennero demolite e poi ricostruite senza cambiare l'assetto urbanistico che avevano ricevuto nell'originario piano regolatore. Salvatore Boscarino afferma infatti: <>. Nel frattempo Carlo Maria Caraffa era diventato Signore dello Stato e della Università Niscemese, il 24 febbraio 1671 in seguito alla morte dello zio Giovanni Branciforte e all'investitura datagli da Carlo II con la lettera del 6 luglio 1676. Egli era intervenuto con aiuti finanziari insignificanti a favore della nostra popolazione e per la ricostruzione delle case e delle Chiese. Queste infatti vennero con il tempo riedificate con la contribuzione generosa delle singole famiglie e con il solo aiuto morale del Principe di Butera e del vescovo di Siracusa.


Assetto ed espansione urbanistica del Comune di Niscemi

L'assetto urbanistico del paese risale alla seconda metà del XVII sec. ed è caratterizzato dalla maglia ortogonale, sviluppata intorno alla piazza principale che nasce dalla soppressione di due isolati e dove si affacciano gli edifici monumentali più rappresentativi: la Chiesa Madre, il palazzo comunale e la Chiesa dell'Addolorata. La pianta planimetrica del centro abitato venne disegnata dallo stesso Principe Giuseppe Branciforte.
Il disegno delle piante dei comuni di nuova fondazione, fa supporre che vi fosse un modello originale che, con gli adattamenti che di volta in volta si prendevano necessari, veniva utilizzato dai singoli fondatori. Il singolo progetto di ogni nuovo comune doveva essere elaborato attentamente a tavolino, in base ad una serie di elementi urbanistici calcolati non senza raffinatezza.In via preliminare, bisognava decidere quale e quanta terra doveva essere destinata per le costruzioni,e quale e quanta terra riservare alle colture agrarie dei nuovi abitanti , predisponendo le indispensabili operazioni. Il territorio urbano di una comunità feudale , per legge o per tradizione era così costituito: 1) Dal centro abitato vero e proprio. 2) Dalle cosiddette terre comuni, cioè da una estensione di superficie agraria e forestale appartenente al patrimonio comunale. Generalmente le terre comuni erano immediatamente confinati al centro abitato. 3) Dalle terre concesse in enfiteusi agli abitanti e che in seguito si sono trasformate in "chiuse", cioè in beni alloidali liberamente commerciabili. 4) Dalle terre feudali del barone, del vescovo o anche della stessa università, coltivate dagli abitanti con rapporti più o meno precari di affitto o di terraggio.
Dalla piazza si dipartono gli assi principali con andamento rettilineo in direzione nord-sud ed est-ovest sviluppando un impianto a scacchiera estremamente regolare,il cui elemento base è costituito dall'isolato "a spina". In generale la forma dell'isolato è quella rettangolare allungata con il lato esposto verso mezzogiorno,ma in alcuni casi esso si restringe fino a diventare quasi un quadrato. All'interno della maglia ortogonale assume importanza fondamentale l'isolato come elemento base della griglia per la costanza e modularità delle sue dimensioni in relazione alla posizione del tessuto urbano. La forma dell'isolato è strettamente connessa alla tipologia abitativa minima ed assume prevalentemente la forma rettangolare allungata con la dimensione minore costante determinata dall'accostamento di due cellule apposte dorso a dorso e la dimensione maggiore variabile in dipendenza del numero delle cellule che si ripetono fianco a fianco. Questa organizzazione dell'isolato "a spina",su un muro centrale, è la più semplice ed economica in quanto ogni cellula ha in comune con le altre tre muri su quattro ed il suolo urbano risulta sfruttato al massimo per l'edificazione. Le dimensioni e la tipologia della cellula abitativa sono stati, fino a poco tempo fa, quasi sempre costanti:la casa terrana, tipologia largamente prevalente sulle altre è costituita da un unico vano ,nel quale si svolge la vita, un tempo promiscua di uomini ed animali, di larghezza costante sui metri sei di prospetto e sette di profondità. La casa era quasi sempre solarata, per ricavare attraverso un solaio un altro vano cui si accedeva tramite una scala a pioli.
Dal confronto delle cartografie storiche risulta chiara una crescita della città verso nord-est secondo un doppio sistema di assi ortogonali con la persistenza di tracciati più antichi, le regie trazzere, che determinano e guidano alcune deformazioni del reticolo. La carta topografica più antica risalente al 1867 mostra già un tessuto abbastanza compatto, con un perimetro vagamente circolare attestato a sud del declivio e innervato a nord da stradoni di collegamento al territorio,le antiche regie trazzere. Nella cartografia del 1897 si nota l'inizio di un'edificazione lineare lungo i bordi delle suddette vie mentre in quella del 1920 è ormai chiara una crescita della città secondo l'adattamento alla preesistenza dei tracciati che determinano una rotazione della tessitura di alcuni gradi rispetto all'orientamento sud-nord originario.
Niscemi conferma quindi alcune accreditate teorie sulla genesi e lo sviluppo dei fenomeni urbani e in particolare la teoria della permanenza del piano e dei tracciati, formulate da Marcel Poete ("La città antica", Torino 1958) molti decenni addietro, secondo la quale è specifico del fenomeno urbano la persistenza,nel corso dei secoli, dell'edificazione sullo stesso piano urbano e il mantenimento dei tracciati che da antichi sentieri di collegamento si vanno man mano trasformando in strade urbane. Le barriere naturali,quindi,e i tracciati di origine spesso condizionano il principio insediativo qualunque ne sia la cultura e l'epoca che lo hanno prodotto. Le carte del '66 e del '70 mostrano ormai una città consolidata con una trama che, originariamente pseudo regolare si allunga, si sfilaccia, ruota, si deforma e accoglie in se gli antichi tracciati delle regie trazzere.



1) Cartografia militare del 1867 2) Cartografia del 1897 3) Cartografia del 1920 4) Cartografia del 1966 5) Cartografia del 1970


La storia

La Chiesa Madre, Santa Maria D’Itria, non è stata costruita una sola volta, bensì due. Una prima volta quando il comune è stato fondato, nel 1599, e una seconda volta in seguito al rovinoso terremoto dell’ 11 gennaio 1693, che distrusse gran parte dei palazzi niscemesi e la chiesa in esame.

La vecchia chiesa

Non ci è rimasto nessun documento della vecchia chiesa Madre, che era stata costruita nel decennio successivo alla fondazione del comune, perché gli archivi furono distrutti da un incendio. Sappiamo soltanto, grazie alla relazione sugli edifici sacri di Niscemi, inviata nel 1746 al vescovo di Siracusa mons. Matteo Trigona da don Antonio Maceri, che la vecchia chiesa Madre era ubicata nello stesso luogo dove poi fu costruita quella nuova; senza essere sicuri, però, se fosse stata costruita a spese di Giuseppe Branciforte, nel periodo principe di Niscemi, oppure per contribuzione volontaria del popolo.
La relazione sulla prima visita pastorale avvenuta il 26 gennaio 1654 fatta da mons. Giovanni Antonio Capobianco, vescovo di Siracusa, alla parrocchia di Niscemi, ci da informazioni a chi fosse dedicata la chiesa; la chiesa era dedicata a Santa Maria de Itria, che non è altro che una alterazione del vocabolo greco Odigitria, che significa “guida del cammino”.
Nel 18 ottobre del 1700 mons. Asdrubale Termine fece una nuova visita pastorale al comune di Niscemi, e dalla relazione riusciamo ad avere qualche informazione sulla struttura interna della chiesa; si rivela che la chiesa al suo interno aveva due cappelle, una dedicata al Purgatorio e l’altra al Rosario, poi, sempre dalla relazione, si ricava che vi erano anche diversi altari dedicati a Sant’Anna, alla Sacra Famiglia, a San Pietro e Paolo e al Santissimo Crocifisso.
La chiesa però, come già detto, venne distrutta dal terremoto del 1693 e pertanto aveva bisogno di un urgente ed accurato restauro, per ciò in occasione delle visite pastorali, i vescovi di Siracusa, sollecitarono la popolazione a contribuire per le spese necessarie alla riedificazione della nuova chiesa.
Oggi, durante i lavori di restauro compiuti dall’Architetto Palumbo, sulla chiesa e sulla cripta, è stata trovata una fondazione diversa dalle altre e per questo si pensa che appartenesse alla vecchia chiesa; questa presenza è molto importante perché ci da la conferma sul fatto che la chiesa nuova sia stata costruita sulle fondazioni di quella vecchia, anche se si pensa che fosse stata ingrandita perché la parte di fondazione trovata è più piccola.


Il dopo terremoto e la ricostruzione

Dopo il rovinoso terremoto del 1693, negli anni che vanno dal 1710 al 1780, il popolo da solo, senza nessun aiuto esterno, riuscì a ricostruire quasi tutte le chiese oggi esistenti, trascurando però la Chiesa Madre, anche se aveva bisogno di un urgente ed accurato restauro.
Il vescovo, considerando che le risorse economiche venivano disperse per la costruzione di chiese filiali, ordinò al clero e ai fedeli di sospendere tutti i lavori sino a quando non fosse terminata la costruzione della Chiesa Madre.
Il principe sino al 1725 rimase al di fuori della vicenda niscemese, e solo in quell’anno, trovandosi in visita al paese, si accorse delle condizioni drammatiche in cui si trovava, ma il suo interessamento si limitò alla costituzione di un comitato cittadino per la raccolta di fondi necessari ai cantieri, senza mai impegnarsi economicamente. Il principe mise al capo del comitato il sac. Antonio La Iacona, e restò al di fuori della vicenda perché non era interessato dal paese dato che la sua concentrazione era più attratta dal paese di Butera.
Mons. Matteo Trigona per invogliare ancora di più la popolazione chiese ed ottenne dalla Santa Sede nel 1739 la concessione di speciali indulgenze per tutti coloro che si fossero impegnati alla ricostruzione. È da sottolineare la profonda devozione e carità di tutta la popolazione niscemese del periodo, che si adoperò in qualsiasi modo per aiutare la ricostruzione degli edifici sacri donando oltre al denaro, frumento, orzo, galline, materiali, animali da trasporto e offerte gratuite di mano d’opera.
I lavori per la costruzione della nuova chiesa ebbero inizio nel 1742, e il progetto fu affidato all’Architetto Giuseppe La Rosa, che con i suoi disegni riuscì a conquistare il parroco, i giurati e il principe Branciforte. I lavori continuarono finanziati dalla popolazione sino al 1751, quando il nuovo parroco, don Antonio Monelli, decise di sospenderli provvisoriamente perché vedeva i cittadini ormai stanchi. Negli anni successivi però la concentrazione dei finanziamenti della popolazione si spostò verso la riedificazione della chiesa di Maria SS.ma Addolorata e anche a causa degli scarsi raccolti non si riuscì più a portare a termine la Chiesa Madre. La chiesa rimase incompleta nel terzo ordine della facciata; l’interno rimase senza intonaco, stucchi e decorazioni. In questi anni s’intonacarono le pareti con della calce; fu fatto il pavimento con lastre di marmo nero di Ragusa, alternate con strisce bianche di Poggio Diana; si sistemarono i vecchi altari recuperati e le campane; fu benedetta, e il 15 luglio 1753, in occasione della visita del vescovo di Siracusa mons. Francesco Testa, fu consacrata, e ripresero ad essere celebrate le sacre funzioni.

La nuova chiesa

Si vede subito che la chiesa ha una pianta basilicale a tre navate a croce latina, in stile barocco, ma si possono osservare diverse anomalie.Le cappelle dedicate al SS.mo Sacramento e al SS.mo Crocifisso, situate lateralmente all’ abside centrale, non hanno la stessa larghezza delle navate laterali, sono più larghe; e le navate laterali non rispecchiano la simmetria classica delle basiliche, in quanto risultano più piccole del ventotto per cento rispetto ai normali canoni architettonici. È stata trovata una spiegazione a questa anomalia, nell’episodio descritto, in una delle sue lettere, dal can. Rosario Disca; egli scrive: si narra che nella via a sinistra della chiesa vi fosse la casa del capitano di giustizia di quel tempo, il quale per evitare che la propria casa restasse soffocata dalla chiesa, impose con minacce, al capo mastro, di restringere la chiesa, quindi quello che vediamo non è il disegno di Giuseppe La Rosa perché le navate laterali furono ristrette di circa due metri. Le cappelle quindi sono più larghe perché rimasero nella loro forma originaria, e a causa di questo restringimento non è stato possibile aprire tre portoni sulla piazza, ma solo uno. Altra anomalia che si può riscontrare sta nel fatto che, i bracci dell’impianto a croce latina non sono in linea col transetto, e quindi non formano una vera e propria navata trasversale con a centro la cupola, si estendono sino alle navate laterali e poi sembrano spostate più a nord andando a formare le due cappelle laterali.



Le tre navate sono divise da cinque pilastri liberi per lato. I pilastri hanno una sezione quadrangolare, poggiano su uno zoccolo, e sono decorati con paraste in stile composito addossate a leggero rilievo; si notano anche delle scanalature intervallate da listelli, che da un certo punto in poi corrono per tutto il pilastro.
L’abside della navata centrale ha una forma molto allungata perché contiene il presbiterio con gli scanni per il clero, è diviso dal transetto da una iconostasi costituita da eleganti balaustri in marmo policromo artisticamente lavorati, e in fondo troviamo l’altare maggiore anch’esso in marmo policromo lavorato in stile barocco.La navata centrale risulta ottimamente illuminata grazie alle dieci finestre aperte cinque per lato nel claristorio, ed al grande finestrone che si apre sulla facciata sopra il portone centrale.
La cupola è posta all’incrocio del transetto con la navata centrale e risulta molto slanciata ed ariosa, effetto accresciuto dai colori delle decorazioni molto chiari e dalle ampie aperture. La sua forma semi sferica, però, non viene ripresa nella muratura esterna, in quanto viene ricoperta da una banale costruzione quadrata. Per quanto riguarda le decorazioni si possono individuare: i quattro medaglioni, in stucco a rilievo, dei quattro evangelisti che sono rappresentati nelle vele, S. Luca, S. Giovanni, S. Matteo, S. Marco, accompagnati dai loro simboli religiosi, il bue e il vangelo, l’aquila e il libro, l’angelo e il libro, il leone alato; nella cupola si alternano alle aperture i quattro dottori della chiesa; e al centro lo Spirito Santo circondato da nuvole e da angeli con i raggi. La navata centrale risulta ottimamente illuminata grazie alle dieci finestre aperte cinque per lato nel claristorio, ed al grande finestrone che si apre sulla facciata sopra il portone centrale.


La navata centrale è coperta con una volta a botte a tutto sesto, e la sua linea d’imposta poggia sulla trabeazione che gira per tutto il perimetro della chiesa; l’intera superficie della volta risulta divisa in cinque parti, che vengono scandita dagli archi che si scaricano sugli altrettanti pilastri. Sull’ intradosso della volta, come già detto, si aprono cinque finestre per lato che determinano altrettante lunette nella zona dell’ archivolto, ed hanno il compito di illuminare l’intera chiesa. Sotto l’arco poggiante sulle alette del terzo e quarto pilastro, è stato ricavato uno spazio dove è stato collocato un ricco ed artistico organo in legno scolpito in foglia d’oro; e quasi di fronte, nel quarto pilastro, è stato posto un pulpito in legno lavorato e decorato, e di sopra è stato posto un baldacchino a tettoia anch’esso in legno decorato allo stesso modo del pulpito.

C’è da dire che di recente è stato fatto un grandissimo scempio per quanto riguarda l’ organo. Inizialmente la ringhiera si portava verso l’esterno correndo su di un palchetto che serviva per permettere al musicista di sedere davanti l’organo per suonarlo. Con la scusante che le opere di restauro dell’organo fossero troppo onerose si è ben pensato di tagliare il palchetto è abbandonare l’organo al suo destino.



Le navate laterali sono suddivise in cinque campate, con gli archi di volta che si poggiano sui pilastri liberi della navata centrale e sulle paraste addossate alle pareti di destra e di sinistra, e sono coperte con volte a crociera rettangolari i cui costoloni di spigolo convergono tutti in un cerchio centrale in stucco decorato. Nelle navate laterali inizialmente erano sistemati quattro altari per lato, dove al di sopra si potevano osservare dipinti o statue in legno che in tempi più recenti sono stati sostituiti. Precisamente, entrando nella navata di sinistra, troviamo: il primo altare dedicato alla Madonna del Carmelo, il secondo alla Madonna del Carmine con le relative statue, il terzo altare dedicato a San Biagio con una tela raffigurante la Madonna del Bambino Gesù, infine il quarto dedicato a San Saverino con la relativa statua. Invece la navata di destra comprende il fonte battesimale in legno lavorato e decorato in modo simile al pulpito e all’ogano, e al di sopra del quale si può vedere un quadro di ottima fattura che raffigura il battesimo di Gesù; un sarcofago dove è sepolto Giuseppe Antonio Masaracchio morto il 9 marzo 1860; un altare in marmo policromo scolpito in stile barocco e dedicato alla Sacra Famiglia che ha un grande quadro dipinto di un autore ignoto ma di ottima fattura; al posto del secondo altare è stato sistemato un confessionale, ma è rimasto un grande quadro dipinto raffigurante il transito di San Giuseppe; il terzo altare è in marmo policromo ma con elementi lineari e semplici, e al di sopra vi è una statua in stucco dedicata al Sacro Cuore di Gesù.I bracci del transetto contengono altri due altari; a sinistra quello dedicato alla Madonna del Rosario, e a destra quello dedicato a Gesù alla colonna, con la relativa statua racchiusa in una nicchia.


1) Altare della madonna del carmelo 2) Fonte battesimale 3) Altare Sacro cuore di Gesù 4) Altare della Madonna del rosario 5) Altare di Gesù alla colonna

Nella cappella di sinistra, del SS.mo Crocifisso, vi è un grande altare in marmo policromo scolpito in stile barocco con un grande crocifisso in legno scolpito, che sono in fase di restaurazione. Sulla parete destra della cappella è possibile trovare il monumento funebre di Antonio malerba Castronovo morto nell’1883. La copertura della cappella risulta divisa in otto vele e affrescata con angeli in gesso a rilievo, e nel medaglione centrale è stato dipinto Gesù risorto con la croce.
La cappella di destra, del SS.mo Sacramento, ha un altare in marmo policromo con diversi disegni lineari semplici; la parete di fondo risulta racchiusa tra due colonne in stucco in stile composito, complete di trabeazione e timpano triangolare. Nella parete sono posti due angeli ad alto rilievo circondati da nuvole, che con la mano destra sorreggono il Sacramento e con la sinistra una corona di fiori; mentre le pareti di sinistra e destra sono adornate con due grandi quadri ad olio di ottima fattura, ma di autori ignoti.



La facciata

La facciata è costituita da tre ordini, di cui l’ultimo rimasto incompleto e completato solo in tempi recenti (vedi foto di copertina). La superficie di ciascun ordine è divisa da due paraste in tre rettangoli, di cui i due laterali rientrano con leggera concavità conferendo movimento, snellezza ed eleganza a tutta la facciata. Quella centrale è la parte che risulta più bella ed artistica, in particolare, nel primo ordine, si trova il ricco motivo plastico del portale che si pone subito in evidenza con due fasci di colonne a tutto rilievo e con il suo fastoso coronamento. I fasci sono costituiti da tre colonne per ciascun lato in stile composito, complete di piedistallo, base, capitello e trabeazione, con il fusto che presenta un’ entasi a due terzi dell’altezza, e un conseguenziale assottigliamento al sommoscapo e all’imoscapo. Il dado del piedistallo ha una superficie divisa in quattro triangoli i cui vertici centrali sono in leggero rilievo. Sopra il portale è posto un medaglione con sculture in bassorilievo che rappresentano l’ostia e il calice. Nelle parti laterali sono ricavate delle nicchie che contengono le statue in grandezza naturale di San Giovanni e San Marco.
Nel secondo ordine troviamo un’ampia finestra con una cornice, individuata da dalle paraste complete di trabeazione e finimento, artisticamente adornata con un motivo ornamentale che riprende quello del portale. Anche qui nelle parti laterali troviamo due nicchie uguali a quelle di sotto che contengono le statue, sempre in grandezza naturale, di San Pietro e San Paolo.
Il terzo ordine come già detto è rimasto incompiuto perché manca la trabeazione, il finimento e il coronamento di statue, ma c’è solo una semplice croce in ferro. Come gli altri risulta diviso in tre parti, con quella centrale che racchiude tre celle campanarie i cui architravi sono costituiti da archi a tutto sesto che hanno l’imposta su delle paraste; mentre nella parte sinistra troviamo un orologio, invece quella di destra è rimasta incompleta. Secondo scritti del can. Rosario Disca, la chiesa, nel terzo ordine, doveva avere tre celle campanarie ornate di statue, a grandezza naturale, di evangelisti ed apostoli col Cristo che doveva coronare il finimento.
Nelle superfici laterali di destra e di sinistra della chiesa, troviamo quattro paraste per lato che ne scandiscono lo spazio; queste arrivano sino al tetto e sono completate da un piedistallo dove dovevano essere collocate altrettante statue, che però, non furono mai scolpite. A seguito di queste, che hanno una funzione portante, si trovano dei contrafforti in pietra artisticamente lavorati.
I materiali utilizzati sono: la pietra di Placane, tipica del luogo, scolpita e squadrata, per le parti portanti; e i mattoni in laterizio per i riempimenti. Questi materiali dai colori uno giallo e uno rosso forniscono un contrasto che insieme alle concavità della facciata accentuano gli effetti chiaroscurali.


Restauro

Alla fine degli anni ottanta ci si è accorti che c’erano delle infiltrazioni all’interno della chiesa e per questo è stato richiesto un restauro delle coperture. I progettisti del restauro delle coperture sono stati l’Arch. Marilù Balsamo e l’ Arch. Palumbo.
Dalle indagini condotte e da documenti ritrovati, è stato accertato che tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70 il Genio Civile aveva approntato un progetto per la riparazione dei tetti. Dalle indagini si è visto che quando negli anni ’70 sono state montate le nuove coperture, corrispondenti alle navate laterali della chiesa, non si è tenuto conto delle quote e del sistema di canalizzazione delle acque originario. Tanto che nella zona del sottotetto delle navate laterali era evidente che il tavolato, posto sopra le travi, e i coppi, sbattevano contro le cornici in pietra delle finestre che illuminano la navata centrale. Questo comportava che l’acqua piovana riusciva ad infiltrarsi tra la cornice in pietra e il tavolato che non era stato incassato nella muratura per non danneggiare le cornici.
Negli anni ’90 il problema fu provvisoriamente risolto con la posa in opera di una guaina all’esterno tra la muratura e i coppi. Successivamente un intervento di restauro portò alla sostituzione dei tetti e al ripristino delle quote e dei sistemi di smaltimento delle acque originario.
Nello smantellamento dei tetti, nei sottotetti sono stati ritrovati volute, statue e mensole, che sono quelle originarie scolpite per il finimento del terzo ordine. Gli stessi architetti hanno perciò richiesto lo stanziamento di denaro necessario per un secondo intervento di restauro necessario per il posizionamento nei punti originari degli elementi ritrovati.



Altre opere di restauro hanno poi interessato l’interno della chiesa, e nello specifico il posizionamento originario dell’altare e delle balaustre; e l’intervento nella cripta che è consistito nello spostamento di tutti i defunti e la ripavimentazione della stessa.


I portoni.


Viste le condizioni pessime in cui si trovavano il portone principale e i due laterali, negli inizi degli anni ’90 è partito un progetto che doveva consegnare alla chiesa tre grandi portoni in bronzo scolpito.
Il primo ad essere realizzato fu quello centrale, progettato dal geometra Salvatore Ravalli, scolpito dallo scultore H. Josef Rungaldier, fuso da Giuseppe Gagliano nelle fonderie Mongelli di Milano, collocato nel giugno del 1998 dall’impresa Gaetano e Sandro Di Giovanni; all’opera contribuirono il Comune, il Banco Ambrosiano Veneto, Francesco e Ludovica Nicastro, la parrocchia e i fedeli. Il secondo ad essere realizzato fu quello di destra in occasione dell’anno giubilare del 2000. Fu progettato e scolpito dalle stesse personalità del portone centrale, fuso nella fonderia dei F.lli Lucarini di Pietrasanta e finanziato dall’ amministrazione comunale, la parrocchia e tutti i fedeli.
Il portone di sinistra fu l’ultimo ad essere realizzato, nel giugno del 2001. progettato e scolpito dagli stessi artisti degli altri due portoni, fuso nella fonderia dei F.lli Lucarini di Pietrasanta e finanziato dai medici: Parrimuto Mario, Nicastro Santi, Piazza Giuseppe, Monelli Francesco, Giudice Salvatore, Gatto Giuseppe, Cusmano Carlo, La Mantia Maria Grazia, e i devoti di Maria SS. del Bosco.

Curiosità. Recandomi nella chiesa per fare le foto e vedere più nel dettaglio i particolari, mi sono accorto che la facciata della chiesa è leggermente inclinata verso l’interno. Guardando i punti di legatura del portone, si vede che quello basso è distanziato circa 10 cm dal muro interno della facciata, invece quello superiore è quasi attaccato alla facciata; ciò comporta che, o il muro o la facciata sono storte. Il portone per aprirsi o chiudersi è necessario che sia posto in una posizione perfettamente verticale, quindi se il portone è dritto concludo che la facciata deve essere storta e in particolare inclinata verso l’interno. Ma quale potrebbe essere la motivazione?Una soluzione si può andare a ricercare nella storia: i greci quando costruivano i templi usavano diverse correzioni ottiche, una delle quali consisteva nell’inclinare leggermente le colonne verso l’interno per evitare l’effetto che queste davano, a chi si avvicinasse, di cadergli addosso; in questo periodo però non vengono fatti questi tipo di studi e tale ipotesi si dovrebbe scartare. Un’altra ipotesi si può andare a ricercare nella funzionalità: potrebbe essere stata fatta così per aumentarne la resistenza dato che in questo modo si appoggia alle mura laterali. Un’altra soluzione ancora può trovarsi nei cedimenti che la facciata ha, infatti basta osservare attentamente la muratura da vicino per accorgersi che è in parte deteriorata e in alcuni punti manca anche la malta.


Bibliografia

·"Geografia antropica" di Angelo Marsiano
·"Niscemi.Origini e fondazioni" di Emanuele Conti, Salvatore, Sciascia Editore 1977, Caltanissetta-Roma
·"Storia di Niscemi" di Angelo Marsiano, a cura del Lions Club di Niscemi, anno sociale 1991/92
·"Città nuova di Sicilia, XV-XIX sec." a cura di Maria Giuffrè, Palermo, Vittorietti 1979
·"Niscemi. Il recupero della memoria" a cura di Francesco Asta e Salvatore Ravalli, Università degli Studi di Palermo, Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Caltanissetta
·"Niscemi 1693-1993, tre secoli di storia" di Daniela Vullo, Niscemi 16 maggio-6 giugno 1993
·Progetto di restauro della Chiesa Madre di Niscemi, relazione tecnica progetto esecutivo, Arch. Marilù Balsamo e Arch. Roberto Palombo, luglio 1989
·Progetto di restauro della Chiesa Madre di Niscemi, relazione storica, Arch. Marilù Balsamo e Arch. Roberto Palombo, luglio 1989
·Progetto di restauro della Chiesa Madre di Niscemi, relazione tecnica di progetto, Arch. Marilù Balsamo e Arch. Roberto Palombo, dicembre 1990