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giovedì 17 aprile 2008

Pensiero del giorno... Danza e architettura

Solita storia: il prof di architettura e composizione II continua ad improvvisare incontri con persone che lui ritiene utili alla nostra formazione. L'unico problema è che fa delle lezioni propedeutiche che la maggior parte delle volte sono più interessanti degli incontri stessi. Questa volta dovevamo incontrare un tizio che si occupava di danza contemporanea e quindi ci ha riempito la testa con tutte le nozioni che conosceva sul movimento, l'attrito, il tempo architettonico ecc. Tutto interessantissimo.

Andiamo all'incontro, in un piccolo teatro nel pieno centro di Catania . Incontriamo il tizio, che qui chiameremo "l'innominato" (per il semplice motivo che non conosco il suo nome). Ci fa togliere le scarpe e ci sbatte a terra in una piccola stanzetta in pieno stile "amici" di Maria De Filippi... tutti attorno a lui che stava in un angolo della stanza. Sembrava la parodia su un maestro di danza. L'innominato era esattamente come si può immaginare un ballerino avanti con gli anni: magro, rasato brizzolato, informale (cioè senza forma) dalla visibile gestualità, uno di quei tipi che non prepara il discorso della lezione perchè spera di innescare un dialogo con gli alunni... Per intenderci, è come se per fare una lezione di architettura a dei ballerini io gli facessi indossare un elmetto antinfortunistica giallo e li facessi sedere davanti un tecnigrafo magari con accanto un pc aperto sulla schermata nera di autocad... Troppo parodia...
L'innominato è partito in quarta tentando di affascinarci con la narrazione di tutti gli spettacoli più spettacolari che aveva fatto, come se io facessi vedere ai ballerini le immagini delle costruzioni di Gehry tanto per stupirli. Tra le tante cose, un balletto al buio con dei led appiccicati sul corpo: ho visto il suo orologio e ho immaginato che fosse una di quelle lucine... ed è li che mi sono perso. Sarà stato il dolore per lo stare seduto sul pavimento o gli olezzi floreali delle scarpe dei colleghi, fatto sta che la mia mente si è attivata sulla frequenza dangerus, ovvero quella che si innesca quando mi fanno fare cose che non voglio fare. Piccolo elenco dei miei pensieri in ordine sparso:

1 - Ho cominciato a giocherellare con le pieghe dei miei jeans e per un attimo mi sono sentito Zaha Hadid. Non avevo mai notato che i pantaloni potessero essere buoni strumenti di progettazione.

2 - ho fatto un milione di palloni con la mia mega Big-Bubble. Avevo appena comprato 24 stecche delle dolci e rosa gomme, quindi non mi meravigliavo di domande del tipo: quanto misurano i lati di un cubetto di big-bubble? quante big-bubble occorrono per fare il giro del mondo attorno all'equatore? e attorno i poli? bisognerà considerare la dilatazione termica in entrambi i casi? gli orsi polari le mangiano le gomme? Riuscirò a realizzare una casa di big-bubble? chissà se è mai successo all'innominato di trovarne una sul palco in cui danzava?

3 - Perchè mi sono dovuto togliere le scarpe per entrare in una stanza con il pavimento in striscie di gomma rigonfiate in più punti e unite da nastro adesivo bianco?

4 - il mondo, visto da terra, è completamente diverso. Anche una misera stanzetta sembra immensa. Anche un nanerottolo sembra immenso. Dovrei cominciare a camminare a 4 zampe?

5 - Perchè l'innominato non siede a terra, ma è comodamente posizionato su un gradino?

6 - Perchè l'innominato continua ad arrampicarsi sugli specchi? mi spiego: una ragazza gli chiede quanto sia importante la conoscenza della danza classica per fare danza contemporanea. L'innominato risponde che non è affatto importante allora la ragazza ribatte: e perchè per accedere ai suoi corsi è richiesta la formazione classica?! no comment

7 - é necessario che in tutti i gruppi ci sia lo scemo del villaggio? Un alunno chiede: se non si vede e non si sente esiste ancora la danza? ad una domanda così cazzona non poteva che seguire una risposta altrettanto cazzona: certo che si... mi rendo conto che in architettura questo ragionamento potrebbe avere un senso con la Second Architecture... ma nello specifico la risposta dell'innominato rientrava in un programma di "open mind" forzata.

8 - Dio sta nel dettaglio... è proprio vero. Quando l'innominato si è avvicinato mi sono reso conto che non era granché giovane.

9 - perchè il professore dice fesserie quando si trova con gli altri? esempio: diceva che in architettura il movimento è solo cristallizzato, quando 2 giorni prima esaltava Calatrava e le sue costruzioni mobili.

10 - mi sono accorto di essere una buona misura dello spazio circostante: la distensione delle gambe misura la distanza da chi si trova davanti a me, braccia a 45 gradi per dare sostegno al busto e tenere le mani a debita distanza da chi poterebbe calpestarle ecc.

11 - Perchè i ballerini amano questi ambienti post industriali, visti e rivisitati con la solita retorica del mattone rosso a vista, delle porte in metallo con saldature a vista, delle travi in acciaio sparse quà e la? Perchè l'effetto bunker? sarà fashion

12 - Perchè i ballerini si ricoprono di stracci quando danzano?

13 - l'innominato ha avuto la brillante idea di assegnarci un compito per casa. Tema? la sua lezione. Brutta zucca travestita da ballerino, ma tu lo sai quante cose ha da fare uno studente universitario medio??? Credi che passiamo il nostro tempo a zompettare sull'erba? Come osi darci altro lavoro inutile? non hai già avuto il tuo momento di gloria? bene, vuol dire che gli rigiro questo post (con allegati tutti i vostri abbondantissimi commenti), tanto, per quello che ho capito "tutto è danza" e anche questo allora...

P.S. approfittatene per dire tutto quello che volete ai ballerini

lunedì 14 aprile 2008

Una storia d'amore con l'arte...

In seguito ad un seminario svoltosi all'università mi sento in dovere di rendere manifesto il lavoro di un uomo che è riuscito a contrapporsi al "sistema" e ha "sacrificato" la sua vita sul tempio dell'arte, della bellezza e, aggiungo, anche dell'amore per la propria terra, la Sicilia e in particolare Castel di Tusa (ME).

Ebbene si tratta di Antonio Presti, imprenditore siciliano che nel 1982 vede la sua vita da studente universitario (ingegneria) stravolta dalla morte del padre. "Costretto" dunque a prendere la direzione del cementificio di famiglia, nel 1986 inizia a donare opere d'arte a Fiumara cominciando proprio dal monumento al padre, in occasione del quale chiama in causa lo scultore Pietro Consagra.

Col passare del tempo le opere aumentano, dando vita ad un vero e proprio museo all'aperto, Fiumara d'arte. Varie vicissitudini (esposte anche nell'articolo scritto poco tempo fa in questo blog) hanno reso impossibile un'accurata manutenzione di tali opere, che nel corso del tempo sono andate degradandosi.

Durante il periodo di problemi con la giustizia (condannato infatti con l'accusa di appropriamento indebito di suolo pubblico), precisamente nel 1991,

Presti inaugura l'Atelier sul mare. La caratteristica di
questo albergo è che ogni stanza
rappresenta un'opera d'arte realizzata da artisti da grande talento.


Dal 1990 al 1991 Presti è stato occupato con la manifestazione "Un Kilometro di Tela", nata a Pettineo, in occasione della quale vennero chiamati numerosi artisti incaricati a dipingere la tela lunghissima, che sarebbe poi stata tagliata e donata a famiglie ospitanti gli artisti, dando vita a veri e propri musei domestici. Non si tratta di una presa in giro ma solo di una azione intelligente al fine di contrastare l'omertà purtroppo diffusa in Sicilia.


Al giorno d'oggi Presti collabora alla rinascita del quartiere di Librino (CT), muovendo la coscienza popolare cominciando con manifestazioni in cui i protagonisti sono i piccoli.

A mio parere si tratta di una mente geniale che ha contribuito e continua a contribuire a valorizzare le bellezze ignorate di alcuni luoghi ... poi il letto con le piume (il Nido) sembra davvero comodo. A voi eventuali commenti...

Sito ufficiale dell'albergo:
http://www.ateliersulmare.it/applicazione/index.html

Approfondimenti:

sabato 12 aprile 2008

GIBELLINA - Capitolo 5: Arte

1 – Storia e Ricostruzione
3 – Architetture Private
4 – Piazze e Spazi aperti
5 – Arte @

Stella di Consagra (1981)
Completamente in acciaio inox, tale scultura in qualche modo si caratterizza come un segno di rinascita e definisce l'ingresso alla città.
La Stella ricorda le luci delle feste paesane in Sicilia, quando queste illuminano il percorso della strada del paese che onora il suo Santo o celebra altre ricorrenze.

Torre civica - Alessandro Mendini (1988)
La scultura ha la forma di un cono tagliato con ai lati due ali di farfalla, dalla cui cima alle ore 12,00 e alle 17,00 veniva diffusa da alcuni altoparlanti una insieme di suoni computerizzati. Tuttavia i suoni che provenivano da questa grande scultura risultavano somigliare ad ululati sinistri in una città desolata com'è Gibellina...il risultato è che da scultura sonora oggi è solo scultura.



Oedipus Rex "Città di Tebe" – Pietro Consagra (1973)
Si tratta di un gruppo di sculture poste accanto la Torre Civica. Fugono esclusivamente da scenografia urbana dunque probabilmente non hanno un vero significato (sarebbe bene porre accanto ogni opera una breve didascalia così che lo spettatore possa avere un punto di partenza da cui poi dare una sua interpretazione, ma vabbè...). Cmq sia giungendo lì di fronte mi è sembrata un'oasi in mezzo al "deserto" di Gibellina. Posso solo dare delle opinioni personali.



Cretto - Alberto Burri (1989)
Posto alquanto lontano dall'odierna cittadina, il
Cretto rappresenta la vecchia Gibellina, rasa al suolo dal sisma, il quale tuttavia ha lasciato le tracce del vecchio paese. Alberto Burri vi ha steso uno strato di cemento imbiancato alto un metro e cinquanta, disponendo corridoi lungo le vecchie strade di paese.
Se da un lato si percepisce un sentimento di frantumazione e desolazione tipico di un cimitero, dall'altro si può pensare che l'opera di Burri sia un po' troppo megalomane per un territorio piccolo come quello in esame (un po' come anche tutte le opere che vi sono a Gibellina Nuova). Ciò che però fa pensare che i soldi spesi non siano andati buttati è lo splendido paesaggio campestre che si gode dalla cima più alta del monumento.

Giardino segreto 2 - Francesco Venezia (1990)
Al suo interno Renaissance - Daniel Spoerri (1993) e Città del Sole 1 - Mimmo Rotella
Devo dire che quest'opera è tra le mie preferite. un'opera suggestiva poichè rappresenta proprio un giardino segreto che da fuori ti attrae per la sua assenza di spiegazione mentre all'interno ti stupisce. Una mano che da terra si protrae verso l'alto per permettere ad una giovane donna(Gibellina Nuova), sembra, armata di scudo (forse in segno di reazione alle vicende del passato) per raggiungere il punto più alto del triangolo (a mio parere fa riferimento alla Trinità) all'interno del quale si pone il simbolo del sole (come segno di rinascita)...ovviamente si tratta di opinioni personali naturalmente opinabili (è questo il bello di un'opera d'arte: è soggetta a diverse interpretazioni).


Scultura - Fausto Melotti (1988)
Una carica emozionale attorno questa "Scultura" (praticabile) in ferro, la quale si colloca in un luogo quasi sacro (sopra un basamento, posto sulla cima di una collinetta), un po' come gli antichi templi greci, circondata da una distesa verde (forse un po' troppo difficile da raggiungere, in mezzo a insetti e cose che ti si appiccicano ai vestiti).
Le due ali delimitano uno spazio interno, in cui le intercapedini di luce lasciano ammirare scorci inediti dell'intera città e del bellissimo paesaggio che vi sta attorno.

Aratro
- Arnaldo Pomodoro (1986)
Così, alcune mie sculture che si richiamano alla natura non sono collegate proprio ad un’idea essenzializzata e astratta di natura, ma alla concretezza del paesaggio e dell’ambiente [...] Ciò che conta è il vuoto, e cioè lo spazio delimitato dall’opera inteso come un passaggio percorribile dall’uomo [...]
Così si racconta Arnaldo Pomodoro, il quale presenta un'opera che tende a mimetizzarsi con il contesto (sembra strano però arrivata di fronte per un attimo non mi è sembrata una scultura ma un vero macchinario agricolo, in effetti era un po' sovradimensionato).

Tensione - Salvatore Messina (1983)

Si tratta della scultura posta sul fronte dell'edificio realizzato successivamente da Purini.
Difficile spiegare il perchè di questa scultura, a volte si tenta e altre volte gioca solo un fatto emozionale senza cercare di comprendere; tuttavia ciò che secondo me crea la vera emozione è l'accostamento dell'edificio di Purini, che riprende la linea della scultura e ne arricchisce la soluzione finale.


Doppia Spirale - Paolo Schiavocampo (1973)
Opera in ferro che sembra riprodurre le sinuosità del corpo umano che si distacca dal terreno e avvolge elementi lineari.






La montagna di sale - Mimmo Paladino (1990)
(In fondo alla foto) Si parla di una montagna di calcestruzzo entro la quale sono cementificati cavalli in posizioni differenti. Quest'opera da un senso di angoscia come se si stesse all'interno di questa pasta e si stesse cercando di tirarsene fuori, la parola più corretta è angosciante.
Scultura - Giuseppe Spagnulo (1974)
Una freccia in ferro come una segno evidente sul territorio



Non so precisamente il nome ma è una scultura che mi è sembrata
interessante soprattutto per l'accostamento tra i colori della ceramica e il verde naturale del prato sullo sfondo e l'azzurro splendido del cielo di Gibellina.

venerdì 11 aprile 2008

GIBELLINA - Capitolo 4: Piazze e spazi aperti

1 – Storia e Ricostruzione
2 – Architetture Pubbliche
3 – Architetture Private
4 – Piazze e Spazi aperti @
5 – Arte
A Gibellina tutto è stato studiato e progettato, anche gli spazzi che troppo spesso vengono dimenticati, come aree di risulta, incroci di strade e zone antistanti ad edifici. A questi luoghi aperti viene data una loro identità e singolarità che li rende immediatamente riconoscibili all’ interno del tessuto urbano classificando anche tutto quello che vi sta attorno.


Sicuramente gli spazzi aperti per eccellenza sono le piazze e quella più importante è il sistema delle cinque piazze. Queste sono state progettate da Francesco Purini e Laura Thermes nel 1983 e prenderanno il nome di: Piazza Rivolta del 26 giugno 1937, Piazza Fasci dei Lavoratori, Piazza Monti di GIbellina, Piazza Autonomia Siciliana, Piazza Passo Portella delle Ginestre.

Delle cinque piazze sono state realizzate, tra il 1987 e il 1990, solo le prime tre, queste avevano il compito di unire due parti di paese rimaste divise da cinque isolati lasciati inedificati, realizzando un lungo elemento di collegamento attraversato da sei strade carrabili.
Nella prima piazza si accede attraverso un ingresso monumentale e sui lati lunghi, da un lato si trovano delle piramidi a gradoni in travertino d'Alcamo che fungono da vasi per delle palme e dall’altro un muro-filtro in cemento armato, scandito da setti murari in tufo giallo di Mazzara. Si trova anche una fontana posta nella parete ricurva di ingresso, che funge da “sorgente” del sistema delle acque che attraversano in superficie le cinque piazze e si interra solo in corrispondenza delle vie carrabili.

Le altre due piazze consistono in due ampi rettangoli racchiusi da porticati a due elevazioni con la parete in alto ripiegata verso l’interno e bucata da finestre quadrate. I porticati sono attraversabili in alto per tutta la loro lunghezza senza interrompersi mai neppure nell’incontro con le vie carrabili, questo serve sia per dare unicità alle piazze, sia per segnare il cambio di contesto urbano agli occhi di chi attraversa la città in macchina ed incontra questi imponenti portali.
Oltre all’acqua e i porticati altro elemento unificatore è la pavimentazione realizzata secondo
un reticolo a maglie quadrate in pietra lavica e ricorsi in travertino.


Queste foto sono state scattate durante una visita a Gibellina, organizzata dall’università di Catania, tra le11-14. Io mi chiedo come sia possibile che questi spazzi, ed il resto della città, siano completamente deserti, le uniche persone che si trovano nelle immagini sono dei miei colleghi.
Io credo che il problema sta nel fatto che in questa piazza, come in tutto il progetto di Gibellina non si sia tenuto conto della scala umana. Questo paese ha una densità demografica bassissima, pari a circa 330 abitanti per ettaro, un rapporto che dà la misura delle distanze tra le persone e le cose.
Questa dilatazione degli spazzi ha fatto si che si realizzassero delle architetture non vissute, questa piazza può raccogliere migliaia di persone, ma oggi Gibellina ne conta solo circa 4000. Allora mi sorge una domanda: se l’architettura è al servizio del vivere dell’uomo, e questi spazzi non sono vissuti, questi, sono architettura?

Piazza XV Gennaio 1968

Casa di Lorenzo

giovedì 10 aprile 2008

GIBELLINA - Capitolo 3: Architetture Private

1 – Storia e Ricostruzione
2 – Architetture Pubbliche
3 – Architetture Private @
4 – Piazze e Spazi aperti
5 – Arte

Il panorama urbano di Gibellina è punteggiato da una grande quantità di edifici privati degni di essere ammirati. Da una parte la mano pubblica, dall'altra il singolo privato, hanno fatto si che in questo piccolo paese l'architettura contemporanea non fosse un fatto legato solamente alle grandi opere, ma a tutti gli aspetti dell'abitare. Le firme degli architetti riportati sui cartelli turistici, scandiscono le strade in maniera uniforme, dando un senso di città orizzontale dove la qualità ambientale non è solo un fatto di zoning.
Franco Purini e Laura Thermes sono tra i progettisti che hanno avuto maggior voce in capitolo nella ricostruzione di Gibellina e di conseguenza una visuale privilegiata sui fatti urbani che analizziamo. Oltre la realizzazione delle 5 Piazze, vanno menzionate due costruzioni private parecchio interessanti. La prima è la Casa del Farmacista (1980-88). Questa costruzione è informata da parecchie idee che hanno esito più o meno evidente:
- Rievocazione della memoria della "casa" intesa come idea, che si materializza nella realizzazione di una nicchia che sovrasta l'ingresso alla farmacia.
- Unione di funzione abitativa-privata e commerciale-pubblica tradotta mirabilmente in una separazione e differenziazione dei fronti stradali che sembrano appartenere a edifici differenti.
- Il disegno formale è influenzato dagli studi di Purini per le forme geometriche e lo spazio metafisico, che vede le persone come un elemento di disturbo. A tale proposito è da notare che in tutti i suoi disegni di progetto manca la figura umana a pesare e caratterizzare lo spazio. Purini dopotutto è un architetto che ha disegnato molto più di quanto abbia prodotto, e sebbene questo non tolga importanza alla sua persona, giustifica l'assenza di uomini. Non meravigliatevi se di fronte le sue opere il gusto metafisico e geometrico della scena vi farà odiare qualsiasi presenza umana.
- Cura del dettaglio che va ben oltre l'attenzione per gli elementi "importanti", ma caratterizza ogni oggetto dandogli dignità.


L' altra opera del duo Purini-Thermes è collocata a pochi metri dalla casa del farmacista, sull'altro fronte del viale dell'indipendenza siciliana. Colori , forme, idee fanno pensare a case di autori differenti, ma dopo un analisi accurata si possono agevolmente riscontrare i tratti comuni.
Le travi oblique del tetto caratterizzano il blocco contenente le scale. Subito dietro si trovano le abitazioni vere e proprie collegate tramite ponti-balconi. Le forme e gli spazi contorti generati sembrano poter essere ricollegati ai primissimi studi di Purini con esiti squisitamente piranesiani.
Tutta la piazza del fronte principale era stata studiata in dettaglio, con tutti gli elementi di arredo urbano minuziosamente disposti. Il progetto sembra però esser stato realizzato solo parzialmente. Registriamo inoltre l'assenza di un corpo di fabbrica cilindrico.



A causa della scarsità di informazioni e della difficoltà con qui queste sono reperibili non ci è possibile risalire agli autori, ci limitiamo quindi a postare qualche fotografia che esplicita di fronte a quale tessuto urbano ci troviamo... a voi gli approfondimenti.

martedì 8 aprile 2008

GIBELLINA - Capitolo 2: Architetture pubbliche

1 – Storia e Ricostruzione
2 – Architetture Pubbliche @
3 – Architetture Private
4 – Piazze e Spazi aperti
5 – Arte

A due anni dal sisma, lo Stato non si era ancora mobilitato per risolvere il problema dei senzatetto sopravvissuti alla catastrofe. Le più illustri personalità siciliane, Leonardo Sciascia, Carlo Levi, Renato Guttuso e molti altri, decisero allora di scrivere un appello all’opinione pubblica, organizzando una veglia tra le macerie nella notte tra il 14 ed il 15 gennaio, in occasione dell’anniversario dell’evento. A quell’appello risposero solo intellettuali ed artisti; nonostante ciò la provocazione aveva colpito nel segno e qualcosa iniziò a muoversi.
L’intento primario, rispondere ad una necessità imprescindibile della collettività, si era tramutato in provocazione in grado di accendere aspri dibattiti sul ruolo dell’arte e dell’architettura, dibattito culminato concretamente nell’impianto di una città a partire da una “tabula rasa” fisica e culturale.
In questo contesto prese piede la polemica: tra tante opere d’arte e altrettanta disoccupazione gli abitanti non avrebbero provato un profondo senso di disagio e alienazione? Negli anni a seguire i quotidiani titolarono su storie di presunti saccheggi o sprechi di denaro pubblico durante la ricostruzione.
Ma c’era anche chi rispondeva ai detrattori che per un popolo che ha perso fisicamente le sue radici e la sua memoria, sono certo indispensabili scuole, ospedali e reti di servizi, ma non meno basilare è aprire le porte alla cultura. Solo l’arte avrebbe potuto creare in un luogo privo di storia per la comunità, un nuovo patrimonio culturale condiviso, una memoria dei luoghi, i segni distintivi di un tessuto urbano sul quale allocare nuovi ricordi.

Oggi il silenzio assoluto che si percepisce per le strade di Gibellina sembra in parte dare eco a quelle aspre polemiche. Tuttavia i segni materici della ricostruzione permangono, tangibili e suggestivi, e si impongono ad ogni sguardo sul fondale verdeggiante chiedendo maggiore valorizzazione e partecipazione.
Tra tutte le realizzazioni, quelle che, per il valore civico intrinseco, meglio incarnano l’ideale perseguito sono gli edifici pubblici. L’urbanistica ci insegna che sono proprio questi gli elementi identificativi di ogni città o paese, i segni che marcano luoghi ben precisi e punti di riferimento nell’ambito urbano.

Ecco i principali esempi d’autore offerti da Gibellina:

Municipio di Gregotti e Samonà

Si tratta di un edificio di grandi proporzioni, squadrato, elegante e funzionale, progettato da Vittorio Gregotti e da Giuseppe Samonà. La ricercata austerità è mitigata dai pannelli in ceramica policroma, firmati da Carla Accardi e da Pietro Consagra. I pannelli, di dimensioni medie 3x5 m, sono realizzati con mattonelle quadrate di 30 cm. All'interno del Municipio si trova la sala di riunione Agorà, sulla quale campeggia il mosaico di Gino Severini. Anche nel Municipio, dunque, l’idea dominante è quella di valorizzare l'arte, non fine alla mera contemplazione, ma come stimolo alla partecipazione alla vita collettiva. Di fronte al Municipio, nel mezzo dell’ampia piazza-giardino intitolata XV Gennaio 1968, svetta la Torre Civica dell'architetto milanese Mendini, accostata ai carri scenici di Arnaldo Pomodoro.

Meeting e Teatro di Pietro Consagra

Il Meeting, edificio-scultura che ospita i congressi di Gibellina, si erge gareggiando in altezza con le vicine colline. La sua struttura in cemento, acciaio e vetro si piega sinuosa materializzando una gigantesca scultura che "supera le sue funzioni pratiche", come affermava lo stesso Consagra. L'edificio, nell’ottica dell’artista, vuole andare aldilà della funzionalità, stabilendo un nuovo rapporto tra fruitore e oggetto, un rapporto che privilegi la spiritualità come contrappeso al moderno tecnicismo.
Il teatro adiacente, come sottolineano amareggiati anche i pochi gibellinesi incontrati, è in costruzione da qualche decennio.

Chiesa Madre di Ludovico Quaroni
Il fulcro della nuova città doveva essere un asse longitudinale segnato da un macro-organismo lineare composto dagli edifici del Centro civico, commerciale e culturale. La nuova Chiesa rappresentava il culmine, sia per la posizione baricentrica nella composizione geometrico-spaziale urbanistica, sia per la collocazione orografica, sulla collina che domina Gibellina.
Obiettivo fondamentale per Ludovico Quaroni era la creazione di una "Chiesa unica nel genere in quanto risponda alle condizioni economiche, territoriali e storiche della zona in cui sorge", che non facesse il verso alla tradizione architettonica religiosa.
Gli elementi chiave della tradizionale chiesa vengono scomposti e re-inventati: l’enorme sfera bianca individua la centralità dell’impianto e si connota come re-interpretazione della cupola, tipica sia della cristianità che del mondo arabo. La simbolica perfezione della sfera, che rappresenta l'Universo, la continuità, l'infinito, la totalità, si innesta su un materico cubo di cemento, segno della perfezione del raziocinio umano. La modularità permette di richiamarsi all’uso kahniano di scomporre il quadrato di base dell'edificio, dando luogo a blocchi differenti con differenti destinazioni d'uso. Nelle forme prevalgono dunque quelli che Quadroni definisce “dolorosi incastri” tra volumi o materiali diversi, che fanno della chiesa un luogo introverso e autoriflessivo.
Tra la progettazione e la realizzazione dell'edificio passano circa 15 anni. Nell'agosto del 1994 la copertura piana dell'aula dei fedeli crollò per lo stato di incuria ed abbandono. La copertura originaria in calcestruzzo armato dovrebbe essere sostituita da una articolata struttura metallica a traliccio. Oggi la struttura si trova in fase di restauro.

Museo civico d'Arte Contemporanea
Il Museo civico d'Arte Contemporanea, che dispone anche di un auditorium, custodisce un patrimonio di circa 1800 pezzi unici donati da prestigiosi artisti. La sezione “Idee per la città” espone i bozzetti delle opere collocate lungo le strade del paese.

Baglio Di Stefano di Aprile, Collovà, La Rocca
L’antica masseria, tra i pochi reperti parzialmente sopravvissuti al violento sisma, fu acquistata dall'amministrazione comunale e restaurata dagli architetti Marcella Aprile, Collovà e La Rocca. L'imponente complesso, appena fuori dalla città, rappresenta la memoria della cultura contadina locale, e oggi è sede di istituzioni culturali e universitarie, residenza di artisti e studiosi ospiti della città. La ristrutturazione ha è stata effettuata raccogliendo, ricomponendo ed interpretando attraverso i dati oggettivi (i ruderi ed il successivo rilievo) e quelli della memoria, la struttura essenziale del baglio. La matrice dell’insediamento è il recinto ottenuto dall'accostamento di più edifici, gerarchizzati funzionalmente. Il grande invaso, lastricato in ciottoli, da corte del baglio diventa una vera e propria piazza, con percorsi che perimetrano lo spazio o vi confluiscono dagli altri recinti del complesso. Tra le funzioni ospitate nel riuso un teatro all'aperto, uffici, una biblioteca, una sala di esposizioni temporanee e un giardino.

Nuovo cimitero di Consagra
L’accesso al luogo sacro è segnato dalle porte disegnate da Pietro Consagra, ispirate al “Riferimento all'unicità” e al “Riferimento all'irripetibile”. A pochi passi dall’ingresso troviamo la tomba dello stesso Consagra, omaggiata da tutti gli abitanti più anziani che ricordano l’impegno profuso dall’artista per la rinascita di Gibellina.

Palazzo Di Lorenzo di Venezia

Una singolare e intrigante casa-museo, che integra al suo interno la facciata di un antico edificio della vecchia Gibellina, accostando stili di epoche diverse. L'autore, l'architetto Francesco Venezia, spiega così il suo intervento: "...costruire oggi a Gibellina è l'impegno a ricostruire la ricostruzione: riprendere la totalità delle componenti nel segno del diritto inestinguibile di questi sito a ridiventare classico; ricostituire, per una comunità in cui urge il ripristino di equilibri interrotti, l'armonia con il suo intorno, riattivando capillarmente i rapporti con la natura: (ho voluto che il Museo delle Case Di Lorenzo, proprio per accogliere la testimonianza dentro Gibellina Nuova della Gibellina distrutta, fosse una macchina ottica per godere il paesaggio)". Si tratta di una struttura squadrata, in pietra chiara con riflessi color oro nelle giornate di sole. All'interno, di fronte alla facciata del vecchio palazzo, troviamo un percorso ascendente che giunge al piano superiore, racchiudendo lo spazio espositivo e offrendosi al tempo stesso come punto di osservazione privilegiato sul paesaggio circostante.

lunedì 7 aprile 2008

GIBELLINA - Capitolo 1: Storia e Ricostruzione

Sabato 15 marzo la Facoltà d’ingegneria dell’Università di Catania ha portato in visita a Gibellina (Trapani) gli studenti del corso di Laurea in ingegneria Edile -Architettura nell’ambito del corso di Architettura e Composizione II.
Tutto il gruppo Petra Dura ha partecipato e ha deciso di mettere a disposizione di tutti il materiale raccolto durante il viaggio in questo splendido angolo di Sicilia.
Per tutta questa settimana pubblicheremo solo articoli dedicati al paese di Gibellina nel tentativo di analizzare diversi aspetti attinenti all’architettura, con la consapevolezza che qualunque cosa diremo non sarà mai abbastanza. Per questo motivo speriamo di ricevere molti commenti da parte vostra. Se avete qualche curiosità in merito a quanto scriveremo, non avete che da chiedere. Siamo disponibili nel fornirvi altre foto qualora quelle pubblicate non siano abbastanza.

Un ringraziamento particolare va ad Agostino P., web master di gibellinaonline.it, che ci ha dato un sacco di informazioni utili accogliendoci nel suo paese.

Argomenti trattati:

1 – Storia e Ricostruzione @
2 – Architetture Pubbliche
3 – Architetture Private
4 – Piazze e Spazi aperti
5 – Arte

1 – Storia & Ricostruzione

Il vecchio paese di Gibellina era il classico esempio di villaggio siciliano della valle del Belice abbarbicato su una collina caratterizzata da forti pendenze. La zona costruita era ben delimitata dalle campagne circostanti; le stradine erano strette e ripide e spesso si alternavano a scalinate; vi era presenza di edilizia spontanea che non seguiva alcun progetto; assenza diffusa di servizi. Poi nel gennaio del 1968 arrivo il terremoto che distrusse il 90% delle abitazioni. Le cronache del tempo narrano di scenari apocalittici dove a fatica si riuscivano a contare le vittime.
Come ben sappiamo, la storia ci insegna che dopo ogni catastrofe naturale l’uomo ha un aspetto particolarmente propositivo per quanto riguarda la ricostruzione. E questo è ciò che è accaduto anche a Gibellina. Dopo un primo periodo di incertezze in cui si facevano avanti le ipotesi più disparate (ricostruire e mettere assieme tutti i paesini limitrofi da un lato e ricostruire sulle macerie dall’altro) si capì che la nuova Gibellina sarebbe stata al centro delle attenzioni di molti specialisti e artisti.

Dove: Da subito si scelse come luogo per la ricostruzione una porzione pianeggiante di territorio e allo stesso tempo nodo infrastrutturale tra la costruenda autostrada Palermo - Mazzara del Vallo e la tratta ferroviaria esistente. Il vecchio paese adesso dista circa 20 KM.
Viaggiando per questi luoghi non si può fare a meno di notare come Gibellina nuova non rispetti i canoni del villaggio siciliano chiuso su se stesso, arroccato, schermato da costruzioni difensive. L’occhio viene calamitato dalle costruzioni moderne che si stagliano sul landscape naturale.

Quando: Il primo piano per la ricostruzione risale al 1970 e porta la firma di Vittorio Gregotti, Ludovico Quaroni, Alberto e Giuseppe Samonà. Era un piano fatto per macrostrutture che lasciavano aree di indeterminatezza, successivamente ripensate nel 1982 dal team coordinato da Oswald Mathias Ungers con la collaborazione di Laura Thermes, Franco Purini e innumerevoli altri progettisti e artisti. È in questa fase che tutto l’impianto comincia a delinearsi e prendere forma il rapporto tra infrastrutture, costruzioni private e spazi pubblici. Tuttavia nel 1991 vengono condotti altri studi sulla ricomposizione urbana da Pierluigi Nicolin.
Ad oggi non è possibile dire che la ricostruzione sia terminata: se è vero che i non esistono più le baraccopoli dei sopravvissuti, alcuni progetti sono ben lontani dall’essere conclusi (il teatro di Pietro Consagra), altri invece sono già in ristrutturazione (la chiesa a sfera di Ludovico Quaroni).

Come: Osservando la cartina del paese è facile notare come si sia materializzata l’idea di un architettura piana e diffusa sul territorio sul modello delle villette americane: casa isolata, garage autonomo, piccolo ambito verde. È presente una forte gerarchizzazione tra viabilità veicolare (viali) e pedonale (vie). Per riassumere potremmo dire che ogni quartiere è circondato da strade principali e/o secondarie, mentre risulta tagliato al centro da vie alberate e percorribili esclusivamente a piedi. La sensazione di riservatezza che sprigionano questi anfratti è da ricollegare al tentativo di creare il senso di vita comunitaria presente nella vecchia Gibellina.
Tutti i quartieri risultano innestati a piazze o parchi pubblici, e sono inframmezzati da sculture o opere architettoniche di rilievo, tanto da poter parlare di città-museo.
Lo spazio urbano viene allungato a dismisura nel tentativo di ricreare migliori condizioni di vita per i loro abitanti, ma l’unico risultato che si avverte passeggiando per queste vie è di vuoto e rarefazione architettonica e umana.

Osservazioni: oggi Gibellina soffre quel male conosciuto con il nome di alienazione. Si ha l’impressione che gli abitanti non abbiano apprezzato l’esito prodotto dall’urbanistica di un trentennio, seppure sembrino essere stati parte attiva della trasformazione. Abbondano i luoghi senza identità, le piazze vuote, le strade deserte. Se in un primo momento, la ricostruzione del paese aveva attirato gli interessi di non poche persone, adesso pare che anche il turismo sia in calo.
Tuttavia, in paese si registrano le voci di chi auspica un radicale cambiamento per quest’isola fatta di contemporaneità in un isola (la Sicilia) che da poco comincia ad apprezzare l’altra faccia della sua terra, non fatta unicamente di mare, ruderi e chiese.


Link utili e approfondimenti:

Post di Petra Dura su Gibellina:
http://petra-dura.blogspot.com/2008/01/pensiero-del-giorno-gibellina.html

Sito in cui potrete trovare molte foto e informazioni aggiornate e sul paese e i suoi abitanti:
http://www.gibellinaonline.it/

sito del comune di Gibellina con mappa interattiva e fonti storiche
http://www.comune.gibellina.tp.it/

Autori e opere di Gibellina:
http://www.traarchit.it/architetture/luogo/gibellina.htm

Discussioni:
http://architettura.supereva.com/coffeebreak/20001127/index.htm
http://www.antithesi.info/testi/testo_2.asp?ID=137

venerdì 4 aprile 2008

Attualità e Curiosità...Fast Architecture - Studio Ghigos (2006)

Si tratta di un padiglione espositivo e di un allestimento temporaneo nell'Accademia delle Belle Arti NABA di Milano realizzato per il Salone del Mobile.

Questa struttura, dopo essere stata smontata nel luglio 2006, è stata riutilizzata in altre due occasioni presso lo stesso campus universitario.

Ciò che mi ha attirato è proprio l'allestimento temporaneo, in cui sono utilizzati semplici bidoni di plastica naturalmente componibili tra di loro, che costituiscono pareti caratterizzate da una semitrasparenza colorata. "Edifici contenitore fatti a loro volta di contenitori" come dicono gli stessi autori.

L'energia di questo lavoro è proprio data dalla capacità di essere trasformabile dai fruitori: viene così curato anche l'aspetto ludico e viene fomentata la creatività degli utenti.

Riportando una frase del gruppo autore ( Studio Ghigos) dell'opera: "Perché in fondo... se gli oggetti vanno utilizzati, perchè limitarne l'utilizzo? Se l'edificio-oggetto è una soluzione, l'edificio di oggetti è una rivoluzione." E' proprio qui che si innesta il rapporto tra architettura e riciclo.



Sito ufficiale, ricco di immagini

giovedì 20 marzo 2008

Premio di Fotografia "ALDO NASCIMBEN"

Sappiamo bene che scienze-arti come architettura e fotografia sono legate da fortissimi rapporti di complementarità. Ogni architetto si improvvisa fotografo, per vocazione o necessità, ed ogni buon fotografo è a sua volta un "critico" d'architettura nel momento in cui punta l'obbiettivo su una costruzione. Con l'avvento del digitale questo binomio sembra essersi definitivamente cementificato. Che voi siate architetti, ingegneri, fotografi o semplici studenti sono sicuro che le cartelle del vostro computer siano piene zeppe di immagini, per questo oggi proponiamo un concorso di Fotografia a tema libero intitolato ad Aldo Nascimben, cineasta e fotografo trevigiano. L'iniziativa è promossa dalla regione Veneto, dalla provincia di Treviso, dall'associazione Benetton e dal Cine Club Treviso.

Info: Il tema è libero. Possono partecipare persone con meno di 35 anni presentando da 4 a 6 immagini a colori e/o in bianco e nero. Occorrono 10 € per la quota d'iscrizione.

Scadenza: 19 aprile 2008

Premi: 1° Premio: 2000 Euro; 2° Premio: 800 Euro; 3° Premio: 400 Euro

Bando: http://www.fotostorica.it/Pagine/FAST/frameconcorso.htm

Scorsa edizione: http://www.fotostorica.it/Pagine/FAST/news/Nascimben/2007.html

lunedì 17 marzo 2008

Pensiero del giorno... Italia - Olanda, sconfitta annunciata

Il prof di composizione 2 ci faceva notare durante una sua lezione di come alcune scelte progettuali producano effetti totalmente differenti se applicate in contesti differenti. Nello specifico metteva a confronto architetture italiane e olandesi. Il tema era quello dell'edilizia popolare. Negli anni passati architetti di tutto il mondo hanno pensato che si potessero risolvere i problemi e i disagi sociali affidando gli abitanti meno abbienti a strutture molto grandi rispetto il contesto, a volte veri e propri "fuori-scala urbani". Più che tentare di ricostruire un senso di collettività ritrovata si ragionava in termini economici ovvero: uso intensivo del suolo ed economicità delle costruzioni. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: le Vele di Napoli (Francesco Di Salvo), il quartiere Zen di Palermo (Vittorio Gregotti), il quartiere Librino di Catania (Kenzo Tange) ecc ecc. E manco a dirlo in Olanda ogni progetto che si è sviluppato in questo senso ha avuto seguito e continua ad averne.
Adesso, nei Paesi Bassi stanno sperimentando (da qualche tempo a dir il vero) qualcosa di geniale ed intellettualmente stimolante per qualunque architetto e/o urbanista: le città senza semafori.
Hans Monderman, architetto-ingegnere scomparso da poco, fu messo a capo di una commissione traffico con il preciso compito di trovare un modello che diminuisse di molto gli incidenti stradali nelle cittadine olandesi. Le sue teorie erano semplicissime e geniali allo stesso tempo. Tutto partiva dalla considerazione che il modello di regole del codice della strada non aveva funzionato fino a quel momento. Evidentemente non si poteva continuare sulla scia della "regolamentazione" bensì su quella della "liberalizzazione": meno cartelli stradali, niente semafori, minori distinzioni tra corsie, piste ciclabili e marciapiedi. Cosa voleva ottenere Monderman? Voleva responsabilizzare i cittadini; fargli capire che nulla è dato per scontato sulle strade; creare un atteggiamento di rispetto verso gli altri, che essi siano pedoni o automobilisti. Risultato? Ci è riuscito. La consapevolezza di guidare in una città deregolamentata ha fatto ridurre gli incidenti, la velocità delle auto, il traffico. La città simbolo di questa sperimentazione è Drachten. Non c'è da stupirsi se il simbolo della città è una rotatoria in centro.
I cittadini hanno bene accolto queste iniziative partecipano attivamente alla ri-appropriazione delle strade. Di recente la popolazione locale ha fatto dipingere una strada di blu con la scritta bianca "Water is Life". Il motivo? Volevano far capire al comune che l'interramento del canale preesistente non era stato affatto gradito. Quanto deve essere bello vivere la propria città in questo modo...
La notizia che mi fa rabbrividire è che simili sperimentazioni verranno fatte pure in Italia: a Bologna pare che ci stia pensando il sindaco Cofferati.
Funzionerà?!? o Finirà o come per i quartieri popolari?!




Altri esempi di "città senza semafori"
Christiansen, Danimarca
Wiltshire, Inghilterra
Bohmte, Germania


Foto di...

mercoledì 12 marzo 2008

Pensiero del giorno... Gioielli

Ho un amico appassionato di gioielli ed oreficeria in generale. Io adoro bracciali in plastica e collane in corda; per lui l'oro potrebbe non essere un materiale abbastanza prezioso e mi rimprovera di non capire nulla in materia, così come io lo rimprovero di non capire nulla d'architettura... :)
Magari i gioiellini di Philippe Tournaire potranno in qualche modo metterci d'accordo. Infatti, questo orafo francese adora realizzare manualmente delle piccole opere d'arte, gioielli per intenderci. Come ogni altro gran artista, informa i suoi progetti con le suggestioni e le visioni avute durante i suoi viaggi, con chiari riferimenti alle architetture incontrate qua e là per il mondo.
Certo che se avesse preso spunto da certe architetture contemporanee questi gioielli oltre ad essere originali sarebbero stati splendidi (e meno ridicoli)... e voi la mettereste mai al dito una "villa toscana"? Dopotutto, non è il sogno di chiunque avere una casa in oro massiccio?!

Villa toscana & Villa Florence




Casa Cinese & Villa in Florida

sabato 1 marzo 2008

Rupert Shrive

Tutti noi sappiamo quanto risulti difficile dover modificare e rielaborare un lavoro quando lo riteniamo già concluso. In particolar modo per quei progetti schizzati a mano dove ogni pennellata in più sembra imbevuta del nostro stesso sangue... e se sbagliamo?! Si può cominciare da capo. Immaginate come doveva sentirsi Caravaggio poco prima di concludere le proprie opere. E Michelangelo?! se faceva saltare il naso al suo bel Davide poteva buttare tutto. A tal proposito credo che qualcosa del genere sia accaduta con il pene... dopo un tragico errore è andato a salvare il salvabile (ben poco).
E sapete cosa fa l'artista inglese Rupert Shrive?! Dopo aver realizzato nei minimi dettagli i suoi dipinti su carta da pacchi li prende e li stropiccia. Il sublime si trasforma in spazzatura. Ma non credete che dietro ogni piega si nasconda poco lavoro. I suoi studi sono orientati all'analisi delle deformazioni delle figure nell'eterno processo della creazione-distruzione-ricreazione. Noi architetti siamo autorizzati a chiamarlo decostruttivista.
Alcune sue opere sono delle parodie o citazioni ad artisti famosissimi. Non aggiungo altro perché sono sicuro che li conoscete tutti...




Sito ufficiale di Rupert Shrive (tante foto e un catalogo Pdf):
http://www.rupertshrive.com/

Approfondimento (in italiano):
http://www.exibart.com/profilo/eventiV2.asp/idelemento/37339

venerdì 22 febbraio 2008

Pensiero del giorno... I Nazca

I Nazca erano una popolazione del Perù nata e vissuta tra il quarto e il nono secolo d. c.
Come tutte le civiltà precolombiane praticavano riti violenti e sanguinari, dove non di rado saltavano teste e mani. Avevano tanto di quell'oro da poterci fare pure vestiti e copricapi. Conoscitori dell'astronomia... templi di fango... mummie... il solito fritto misto che ispira le avventure di Indiana Jones o Lara Croft...
Eppure questi tizi hanno realizzato qualcosa di particolarmente interessante nel omonimo deserto in cui vivevano: mega disegni ottenuti con dei semplici solchi nel terreno, miracolosamente giunti fino ad oggi. Erano talmente grandi che difficilmente saranno riusciti a vedere le opere in tutta la loro bellezza. Eppure continuavano nella loro impresa per assecondare le ire degli dei e chiederne i favori.
Non posso fare a meno di pensare che questo sia un esempio ante-litteram del movimento Land Art. Ne abbiamo parlato quì e quì. non credete?
Altra riflessione che mi sorge spontanea... le religioni occidentali hanno mai praticato tipi d'arte di cui non potessero immadiatamente fruire sia materialmente (chiese, templi, gioielli) che intellettualmente (quadri, statue ecc.)? Perchè i Nazca si accontentavano di disegnare senza sapere cosa saltava fuori?! illuminatemi...

Giochino:
vi ho messo mappa e google-map... divertitevi a cercare i disegni


Visualizzazione ingrandita della mappa

Approfondimento su Wikipedia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Linee_di_Nazca

Foto e approfondimenti:
http://robinedgar.stumbleupon.com/tag/nazca-lines/

giovedì 21 febbraio 2008

Materiali - IL SALE

Oggi nasce questa nuova rubbrica dedicata a tutti quei materiali che interessano il mondo dell’architettura, del design e della cultura contemporanea. Ci ripromettiamo di sondare questi argomenti nel modo che ci contraddistingue ovvero proponendo approfondimenti, spunti o semplici immagini senza mai essere seriosi o avere la presunzione di sapere tutto. Per questo motivo riteniamo sia fondamentale il vostro contributo (cesareee@hotmail.it) anche sottoforma di semplici commenti.
Cominciamo da un materiale insolito, uno di quei materiali che sembra avere poco a che fare con l’architettura…

SALE

Uno dei sapori che non riuscirò mai a levarmi di bocca è quello del limone con il sale. In Sicilia e un vero must. Esiste il seltz a l limone e sale, bevanda rinfrescante che somiglia ad un bel bicchiere d’acqua di mare. Esistono “i lumii co caddu” ovvero i cedri che vanno mangiati solo ed unicamente a fettine cosparse di sale. Chi non conosce la tequila boom boom con relativa leccata di sale e fetta di limone?!
Ok… che il sale fosse prezioso in cucina non è certo una novità… ma prezioso solo in cucina?
Oggi il suo costo è veramente irrisorio; nell