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mercoledì 2 aprile 2008

Casa Currutchet -Buenos Aires, Argentina1949 - Le Corbusier

Tesina scritta nell'ambito del corso di storia dell'Architettura II

Progettata nel 1949 e realizzata nel 1955 da Le Corbusier per il dr. Currutchet in un quartiere della Plata Argentina, la Casa – studio Currutchet figura come uno dei manifesti della poetica architettonica del grande maestro.
Le Corbusier non procedette astrattamente ma si preoccupò di dare una risposta alle condizioni morfologiche del terreno e dell’ubicazione. La prima condizione era quella di realizzare un’abitazione unifamiliare in un lotto di dimensioni limitate da tre muri di confine spartifuoco, la cui conseguenza immediata sarebbe stata la presenza di una sola facciata. Inoltre dovette risolvere il problema dell’inclinazione dell’asse longitudinale del suolo molto vicina a 45°. Divise quindi la costruzione in due blocchi, il primo fra i quali avrebbe ripreso la pendenza della linea municipale rispettando la continuità della facciata e risolvendo la divergenza angolare. Quest’ultima venne contemporaneamente negata dall’orientamento del blocco più esterno diverso rispetto all’allineamento stradale, lasciando quindi uno spazio vuoto di mediazione di fronte l’ingresso.
Il progettista si mostrò sempre incline ad adeguare gli spazi alle esigenze della committenza in particolare nei confronti della richiesta del cliente di schermare le ampie pareti vetrate dell’edificio. Per accorrere a tale necessità Le Corbusier antepose alla superficie delle mura un sistema reticolare di brise-soleil, nati dall’accostamento di tavole di cemento che si prolungano verso l’alto incorniciando il fronte della terrazza. Tali frangisole, come l’intero edificio vennero orientati dell’architetto secondo l’incidenza del sole a quella latitudine.
Si accede all’abitazione mediante un’apertura racchiusa da un prisma che facilmente si individua nella spazio vuoto generato dalla struttura in pilotis. Tale accesso definisce anche un punto di mediazione tra lo spazio aperto di fronte la casa e uno parzialmente coperto, una sorta di hall. In quest’ambito è predominante la presenza di una rampa, che connette il pianterreno con il retro, dove è disposta la vera e propria residenza, e successivamente cambiando direzione giunge alla clinica, posta al primo piano. A partire dall’elemento compositiva della rampa si articola l’idea del viaggio o promenade architecturale, tanto osannato concetto creato da Le Corbusier, che offre all’osservatore dinamiche di vedute differenti, ricorrendo tra le altre cose anche al fattore tempo, il quale viene trattato come una quarta dimensione.
Accanto alla rampa è piantato un albero, il cui fogliame si eleva fino al punto più alto dell’edificio, forse per marcare la netta separazione tra lo studio e la vera e propria residenza. Quest’ultima presenta ad un piano intermedio (mezzanino) la zona d’accesso all’appartamento, quasi del tutto vetrata quasi per indicare al visitatore la direzione da seguire o mettere in contatto ambiti differenti. Questa contiene una scala che, passando per il primo piano, che contiene cucina , sala da pranzo e soggiorno a doppia altezza (riprendendo la pratica introdotta da Loos), giunge al secondo piano, dove si articolano tre camere da letto e due bagni racchiusi da pareti curve e di cui uno presenta un lucernario probabilmente per permettere il ricambio dell’aria. Un elemento particolarmente interessante è la camera da letto del padrone di casa che si relaziona visivamente con il sottostante salotto e con la terrazza di fronte tramite delle grate in legno.
Il blocco più esterno contiene al primo piano una sala d’attesa, lo studio del medico e una camera di servizio, e al secondo piano la famosa terrazza- giardino. Le Corbusier progettò l’edificio e quindi anche l’orientamento della terrazza in modo tale che potesse godere del cielo, del sole e della splendida visuale sulle due piazze in primo piano e sulla foresta sullo sfondo, ricorrendo ad una pensilina disposta sul muro mediano ovest che proteggesse dalla pioggia o dal soleggiamento diretto. Il progettista si preoccupò inoltre di realizzare dei supporti per le piante, che assieme alla presenza dell’albero che percorre tutta l’altezza dell’edificio e alla forte presenza di aperture verso il parco, permette di interiorizzare l’esterno entro le mura dell’abitazione. Questo rapporto interno – esterno è fortemente presente come già accennato nella hall di ingresso poiché posta in uno spazio né interno né esterno, come una sorta di scatola vetrata.
E’ facile rintracciare una gerarchia in relazione ai diversi gradi di privatezza che raggiunge il suo acme nella terrazza, destinata all’uso privato ma contemporaneamente partecipe della vita pubblica.
Questo elemento, l’intima relazione che l’abitazione tesse con l’ambiente e il già citato gioco di prospettive sono tutti fattori che accorrono ad una necessità di ordine psicologico – spirituale. Si tratta infatti di un’architettura basata sulle esigenze più profonde dell’uomo legate alle emozioni e alle aspettative. Lo stesso Le Corbusier afferma: “L’architettura, essendo emozione plastica, deve…cominciare dall’inizio, e impiegare gli elementi suscettibili di colpire i nostri sensi, di esaudire i nostri desideri visuali, e disporli in maniera che la loro vista ci colpisca chiaramente”.
Un concetto caro a Le Corbusier è il problema della bellezza, progettare un’architettura che ritrovi l’”ordine universale”. “L’architettura c’è quando interviene emozione poetica. L’architettura è un fatto plastico. La dimensione plastica è ciò che si vede e si misura con gli occhi…”.
L’idea di bellezza viene concepita come una simbiosi di due fattori:
• L’utilizzo di forme elementari, di geometrie proporzionali, con l’utilizzo del famoso modulor, che in Casa Currutchet viene applicato per individuare l’altezza della struttura di brise – soleil, e di superfici che seguano l’andamento delle linee direttrici e generatrici del volume;
• L’appropriatezza funzionale, poiché dichiara il significato di casa in quanto “macchina da abitare” sulla base di esempi del piroscafo e dell’aereoplano.
In ultima analisi è percepibile l’applicazione dei cinque punti resi manifesti da Le Corbusier nel 1926:
1. Pilotis: la casa si regge infatti su questi pilastrini ed è quindi quasi del tutto sospesa in aria, distante dal terreno portatore di umidità, mentre il giardino cresce indisturbato sotto l’abitazione;
2. Tetti – giardino: il cemento armato viene gettato sopra uno strato di sabbia che impedisce al cemento di dilatarsi e frantumarsi e trattiene l’umidità, contrastando il dilagarsi dell’umidità;
3. Pianta libera: l’uso del cemento armato porta alla libertà dei muri che non devono più essere ricalcati gli uni sugli altri. Così facendo si produce anche economia di volumi. Nel caso di Casa Currutchet ciò permette l’inserimento dell’albero tra i limiti dell’edificio;
4. Finestre in lunghezza: grazie al cemento armato le finestre possono percorrere tutta la lunghezza della facciata;
5. Facciata libera: i pilastri sono arretrati rispetto ai muri e ciò comporta l’indipendenza di questi dalla struttura portante e la modificabilità delle pareti e della facciata.

Bibliografia:
Boesiger-Girberger – Le Corbusier 1910-65, Zanichelli 1987
Brooks-Allen – Le Corbusier 1887-1965, Electa 1987
Zevi Bruno – Storia dell’architettura moderna, Einaudi 1973
Le Corbusier – Verso un’architettura, Longanesi eC 1973

sabato 23 febbraio 2008

Pensiero del giorno... La mia casa

Ore 00:30 non ho sonno.
Vediamo che c'è in TV.
Un programma che non conosco su rai 3: Doc 3.
Ok, proviamo!
E' un documentario sul Guatemala.
Un vecchietto tagliuzza e sferruzza tra lamiere arrugginite e leghi marci. Ad un certo punto esclama: " Martina, vieni a vedere la tua nuova casa".
Lì per lì mi scappa una sonora risata: quella non era una casa, era... era... non era niente!
Una vecchietta si avvicina sospetta e con l'unico occhio che gli rimane scruta l'ammasso di ferraglia. Improvvisamente s'illumina di uno splendore raro e visibile.
Sussurra: "la mia casa...".
Come a volersi convincere di quello che stava vedendo, ripete: " la mia casa..."
Ringrazia dio per essere stata così fortunata e ammette di non meritare così tanto.
Scoppia in lacrime; prende la mano dell'uomo che l'aveva chiamata e comincia a pregare.
Mi si è stretto il cuore e mi sono amaramente pentito per aver riso.

Ci credete se vi dico che ho una fottuta paura a fare l'architetto?

Foto di...

venerdì 22 febbraio 2008

Pensiero del giorno... I Nazca

I Nazca erano una popolazione del Perù nata e vissuta tra il quarto e il nono secolo d. c.
Come tutte le civiltà precolombiane praticavano riti violenti e sanguinari, dove non di rado saltavano teste e mani. Avevano tanto di quell'oro da poterci fare pure vestiti e copricapi. Conoscitori dell'astronomia... templi di fango... mummie... il solito fritto misto che ispira le avventure di Indiana Jones o Lara Croft...
Eppure questi tizi hanno realizzato qualcosa di particolarmente interessante nel omonimo deserto in cui vivevano: mega disegni ottenuti con dei semplici solchi nel terreno, miracolosamente giunti fino ad oggi. Erano talmente grandi che difficilmente saranno riusciti a vedere le opere in tutta la loro bellezza. Eppure continuavano nella loro impresa per assecondare le ire degli dei e chiederne i favori.
Non posso fare a meno di pensare che questo sia un esempio ante-litteram del movimento Land Art. Ne abbiamo parlato quì e quì. non credete?
Altra riflessione che mi sorge spontanea... le religioni occidentali hanno mai praticato tipi d'arte di cui non potessero immadiatamente fruire sia materialmente (chiese, templi, gioielli) che intellettualmente (quadri, statue ecc.)? Perchè i Nazca si accontentavano di disegnare senza sapere cosa saltava fuori?! illuminatemi...

Giochino:
vi ho messo mappa e google-map... divertitevi a cercare i disegni


Visualizzazione ingrandita della mappa

Approfondimento su Wikipedia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Linee_di_Nazca

Foto e approfondimenti:
http://robinedgar.stumbleupon.com/tag/nazca-lines/