Sito Ufficiale: http://www.mcarchitects.it/
Progetto: http://www.mcarchitects.it/ita/prog/otranto.htm
Mario Cucinella Architects è una società fondata da Mario Cucinella a Parigi nel 1992 e della quale Elizabeth Francis è partner. Petra Dura è un gruppo di studenti universitari in Ingegneria Edile - Architettura dell'Università di Catania che ha pensato di aprire una finestra sul proprio mondo, sul mondo dell' Architettura e dintorni
Mario Cucinella Architects è una società fondata da Mario Cucinella a Parigi nel 1992 e della quale Elizabeth Francis è partner.
In passato il recupero di strutture in calcestruzzo armato degradate o con carenze statiche era un'operazione complessa e notevolmente dispendiosa in termini di tempo oltre che di denaro. Le tecnologie sviluppate da alcuni anni a questa parte hanno permesso non solo di dare una convincente soluzione al problema, ma anche di moltiplicare le possibilità di intervento. Il merito è di un particolare tessuto realizzato con fibre di carbonio, intrecciate uni o bidirezionale. La caratteristica flessibilità ed adattabilità ad ogni superficie dei tessuti si fonde in questo caso con ottime capacità di resistenza meccaniche: elevato modulo elastico ed elevatissima resistenza meccanica a trazione. Questo materiale, prodotto in fascie, sta oggi conquistando il primato tra le varie tecniche di riparazione e rinforzo strutturale, oltre che per l’adeguamento antisismico di strutture presenti in zone a rischio.




Tesina scritta nell'ambito del corso di storia dell'Architettura IIBibliografia:
“Storia dell’architettura moderna” di Bruno Zevi
Fallingwater o casa sulla cascata nasce da un progetto del 1935 per Edgar J. Kaufmann, un ricco commerciante di Pittsburgh. La costruzione iniziò nel 1936 e sarà completata nel 1939 da Frank Lloyd Wright. I lavori di costruzione furono seguiti da Robert Mosher, per il primo livello, e dal secondo livello in poi da Edgar Tafel.



La pianta è libera, soprattutto al piano terra, che comprende la zona giorno della casa. Nel procedere dall’interno verso l’esterno si parte dal camino, come proprio dell’architettura di Wright, questo è poggiato su un macigno e rappresenta il fulcro dell’intera composizione; infatti si trova al centro del soggiorno che si apre con delle grandi vetrate verso sud, e fa passare sotto di esso il ruscello.
C’è uno studio attento dei flussi interni che ci viene suggerito dall’orientamento dell’edificio. Infatti, al piano terra, l’ingresso è a est, per permettere una buona illuminazione e una buona quantità di calore già alle prime ore del mattino; il soggiorno è aperto a sud con delle grandi verande, utili perché in questo modo l’ambiente risulta sempre ben illuminato e riscaldato durante tutto l’arco della giornata; a nord, la zona più fredda, non troviamo delle grandi aperture ma grossi setti murari proprio per proteggere dal freddo, e gli ambienti saranno quelli di servizio poco utilizzati come scale, cucina e bagno. Discorsi simili si possono fare anche per gli altri due livelli che rappresentano la zona notte della casa. Al secondo piano troviamo tre camere da letto con relativi bagni; ciascuna di esse si apre su una terrazza, disposte rispettivamente ad ovest, est e sud; quest’ultima incrocia quella del soggiorno sottostante e ne costituisce anche il tetto. Al terzo piano c’è una sola camera da letto, un bagno ed un’altra terrazza. I tre piani della casa si arretrano gradualmente verso il costone roccioso, e le terrazze risultano nella loro maggiore dimensione normali a quelle dei corpi sottostanti .Tutto ciò fa si che la casa risulta essere fatta a misura d’uomo e anche per questo sarà considerata come la massima espressione dell’architettura organica.
Nella rivista Architecture del settembre 2002 pag. 95-97 si legge che: La casa ha avuto problemi strutturali sin dall’inizio. Durante la costruzione Wright ebbe numerosi contrasti con gli ingegneri della Metzger Richardson, che seguivano i problemi costruttivi. A struttura ultimata Wright per convincere l’impresario costruttore a disarmare, dovette posizionarsi proprio sotto la terrazza più grande mentre gli operai toglievano le impalcature. Al momento ebbe ragione il grande maestro e non cadde niente, ma da li a poco i primi cedimenti iniziano a manifestarsi, e la struttura si fessurò con inevitabili infiltrazioni d’acqua all’interno dell’edificio. Al tempo la tecnica del cemento armato non era ancora ben conosciuta, infatti nelle terrazze manca una leggera contro pendenza che serve a compensare la loro deformazione al disarmo; e non si conoscevano ancora gli effetti del Fluage: una deformazione nel tempo del calcestruzzo che genera deformazioni di tipo viscoso anche se sembra ormai solido.
La mancanza di acciaio, della dovuta contro pendenza e la non conoscenza del fluage hanno causato un abbassamento di uno degli angoli delle terrazze di addirittura diciotto centimetri.
Nel 1996 la Western Pennsylvania Conservancy ha iniziato un intensivo programma di restauro, affidato allo studio Robert Silman Associates di Washington. Oggi i pericoli di crollo sono stati definitivamente scongiurati grazie all’inserimento dell’acciaio necessario nelle parti strutturali; e per quanto riguarda il dislivello la società ha preferito lasciarlo come si trova per conservare i segni della storia dell’edificio, come nel caso della torre di Pisa.I problemi riguardano anche la muratura che col tempo si disgrega, ma soprattutto i parapetti, perché la parte arrotondata è stata aggiunta successivamente a freddo e attraverso l’intervento della pioggia, che contiene il tasso maggiore di acidità della regione, e al gelo disgelo degli inverni, si è staccato.


questi le caratteristiche tipiche, in quanto è proprio la con
sistenza di ogni materiale che pone o no in evidenza gli elementi naturali, in particolar modo la luce.
essivamente presentano un’asola vetrata, che, nel primo caso lascia entrare una luce radente, nel secondo caso, l’effetto viene accentuato d
al fatto di essere un’apertura curva.
giorno, permea nello spazio interno poggiandosi sulle pareti. Così il calcestruzzo di Ando, da materiale freddo e di grande peso specifico, ma dotato di un’energia sul punto di essere sprigionata, reagisce alla luce in modo da rivelare la sua natura sostanziale, diventando leggero, puro e sempli
ce, e rendendo lo spazio, che un momento prima era freddo, dolce e trasparente. 
è una muratura, austera al punto di apparire del tutto fredda, più essa dialoga con noi”(Tadao Ando)
oggiorno, il legno chiaro per le camere, mentre per gli spazi esterni regna indisturbato il prato.
la zona pranzo ha molti mobili in legno massello ricoperti di vernice poliuretanica e arricchiti da specchiature in vetro. Gli arredi molto semplici e radi si conformano perfettamente al principio di immobilità assunto dall’abitazione, eliminando ciò che non è essenziale. Ed è proprio per questo che in questi spazi è evidente il contrasto tra il calcestruzzo a vista con i fori dei tiranti e la pulizia formale degli elementi d’arredo, in grado di accentuare il gioco di luce.
modo di operare basato sul rapporto retorico di muro e colonna” (Tadao Ando). Il MURO esprime un invito e al contempo un ri
getto di tutto ciò che è indesiderato. In tal modo si comunica una critica alla società contemporanea: “…la struttura trilitico omogenea ha caratterizzato l’architettura moderna. Ha rubato alle colonne il loro significato, il carattere sacrale, il ritmo. Per questa ragione i muri hanno sostituito le colonne”(Tadao Ando).
parco nazionale ai piedi dei monti Rokko. Spesso, come in questo caso, Ando si trova a cimentarsi con luoghi particolarmente significativi per la bellezza naturalistica o per la difficoltà intrinseca nell’inserirvi un’architettura. Vittorio Gregotti fa notare come, nonostante le difficoltà dell’operazione, il luogo modificato dall’intervento dell’architetto Tadao Ando non risulterà mai anonimo, anche se semplice nell’apparenza al punto da poter apparire scarno al primo sguardo. “Forse è proprio il silenzio dei progetti di Ando a renderli così riconoscibili nel rumoroso tumulto causato dal disordine delle piccole costruzioni tradizionali o dai virtuosismi tecnologici più recenti” scrive il critico.
osizione dei due parallelepipedi, con l’asse maggiore orientato in modo ottimale, in direzione est-ovest. Il progettista sceglie infatti di assecondare la direzione diagonale del pendio, ruotando l’abitazione di circa 45° rispetto all’asse viario. I due volumi distinti del progetto iniziale vengono così disposti parallelamente, in parte interrati, ponendo particolare attenzione a preservare gli alberi già presenti sul suolo, lasciando inalterato il contesto naturale.
scende a livello dell’uomo e diviene il tramite del contatto con la natura. “Non credo che l’architettura debba comunicare in maniera eccessiva: è preferibile che si mantenga silenziosa consentendo alla natura, attraverso manifestazioni quali il vento o la luce del sole, di parlare in modo i mutamenti delle stagioni trasformano il vento e la pioggia da momenti gelidi in altri sua vece. La qualità della luce del sole muta col trascorrere del tempo, può invadere amichevolmente uno spazio e subito dopo tagliarlo
creare un tutto, non una semplice combinazione di parti, né le parti sono controllate dall’esterno; l’individualità è alla base del progetto e il rapporto tra l’individualità e il tutto è sempre la principale preoccupazione poiché il progetto si sviluppa dall’interno all’esterno”. L’architetto descrive l’architettura come l’arte di organizzare lo spazio per mezzo della geometria, a partire dalle forme più semplici possibili. Per lui la geometria è composizione di volumi elementari, prismatici o cilindrici, disposti in modo da creare pause spaziali che caratterizzano l’architettura. Così lo schema organizzativo di Casa Koshino è racchiuso semplicemente nell’accostamento di due parallelepipedi; in quello centrale si trova l’ingr
esso, traslato rispetto
all'asse della strada che costeggia il lotto a nord. Variazioni di direzione e di altezze ne fanno un luogo colmo di valenze simboliche connesse alla tradizione giapponese degli accessi oscuri e nascosti dei templi. Il risultato è un luogo che stimola le aspettative e rende più piacevole l'arrivo all’interno della casa. Dalla zona d’ingresso si scende nel soggiorno a doppia altezza, comunicante con la cucina-tinello posta sotto la camera matrimoniale e un’altra stanza. Il secondo volume parallelepipedo, connesso al primo tramite un corridoio sotterraneo, ospita una serie di camere per i bambini e di stanze per gli ospiti,
rigidamente organizzate sul modulo del tradizionale tatami. Il terzo volume, aggiunto solo alcuni anni dopo, ospita l’atelier della signora Koshino. Il filo conduttore prevalente che guida il progettista nell’articolazione dell’abitazione e nella distribuzione di questi ambienti non è certamente l’aspetto funzionale: il “form follow function” di Sullivan qui non trova posto; tutto è calibrato in modo da agevolare la percezione degli ambienti come spazi del ”sentimento”, dell’individualità e del contatto con la natura, non come spazi di vita quotidiana. Neppure la suddivisione dell’abitazione in tre blocchi distinti può rientrare nell’ottica di una scelta funzionale, volta ad esempio a separare l’ambito della vita diurna, da quello notturno o dallo spazio lavorativo. A riprova di ciò, il blocco centrale, contenente la zona giorno, ospita anche una camera da letto nel livello superiore, mentre il blocco più a sud racchiude oltre alle camere da letto anche stanze di gioco per i bambini. Scrive Ando: “Potrebbe sembrare che il mio scopo sia quello di costruire spazi astratti dai quali siano stati banditi uomini, funzionalità, modi di vita, dato che gli interni delle mie costruzioni appaiono nudi. In realtà non sono spazi astratti bensì prototipi spaziali, frutto di lunghe indagini. Mentre l’architettura moderna ha ricercato, adottando telai indifferenziati e ripetuti, di configurare omogeneamente lo spazio, la mia preoccupazione è di creare spazi che possano apparire semplici a prima vista, ma che non configurino esperienze altrettanto semplici; vale a dire: spazi complessi, risultanti da operazioni di semplificazione. Questi spazi non sono il risultato di operazioni intellettuali, ma traggono origine dalle emozioni di persone diverse. Il mio rapporto con quanti fruiranno lo spazio consiste nell’agire come intermediario nel dialogo tra costoro e l’architettura”. E ancora: “Le mie forme si modificano e acquistano un significato sia utilizzano elementi naturali, quali l’aria e la luce, che rendono percepibile il trascorrere del tempo e delle stagioni, sia attraverso gli accadimenti della vita”. Dunque gli elementi essenziali sui quali Ando gioca per articolare lo spazio interno, sia pure senza intenti funzionali immediati, sono i materiali e il contatto con la natura che entra nell’edificio attraverso manifestazioni incorporee come la luce caratterizzando in modo singolare ogni ambiente, in modo tale che ognuno possa attribuirvi propri significati. In questo edificio l’uso del calcestruzzo ha ormai raggiunto livelli tali da renderlo incorporeo, privato del peso materico dai giochi di luce. È proprio la luce a generare spazi complessi all'interno di volumetrie semplici, ma soprattutto è la luce la misura del tempo, con la sua capacità di mutare la percezione degli spazi e degli oggetti con il trascorrere delle ore.
calcestruzzo armato. Esempio quanto mai eloquente del perché la critica abbia da subito notato le sue opere, è casa Koshino: già nell’aprile del 1982 la rivista francese “L ‘architecture d’aujour’hui” l’annoverava nella sezione “actualites”. Data significativa questa, se si pensa che l’abitazione non era ancora stata ultimata con l’addizione dello studio, eppure veniva già presa in considerazione da un prestigioso periodico d’architettura. Ciò che veniva allora sottolineato, era l’accostamento naturale-innaturale dei blocchi cementizi con il suolo e i dintorni. Benché oggi gli spunti di riflessione si siano moltiplicati, rimane chiaro che la chiave di lettura di casa Koshino stia proprio nella sua estetica. Un’analisi che prescinde da tale considerazione potrebbe apparire fuorviante. Per capire meglio, concentriamo la nostra attenzione sull’utilizzo del calcestruzzo armato. Ando non ne sfrutta le qualità ingegneristiche come faceva F.L Wright negli arditi sbalzi di casa kaufman; non ne sfrutta le doti plastiche come Michelucci nella chiesa dell’autostrada del Sole; non usa i risultati formali del fare brutalista di Le Corbusier nel convento di La Tourette; non apporta innovazioni sostanziali al calcestruzzo. Sorge allora spontaneo chiedersi perché abbia deciso di utilizzare questo materiale per realizzare l’intera struttura, “trascurando” che il calcestruzzo armato è deprecato co
me pessimo materiale per quell’edilizia che prende in primaria considerazione il comfort ambientale, il controllo dei rumori e del calore, l’impatto ambientale generato dai processi produttivi e di smaltimento. Tale scelta, secondo F. Del Co, fu fatta per dare continuità ai singoli spazi garantendone un immateriale percezione. Il calcestruzzo riesce a dare linearità soprattutto se, come in questo caso, lo si usa per tutti gli elementi di fabbrica fino a farli coincidere totalmente l’uno con l’altro: struttura portante che funge da chiusura verticale e orizzontale le quali a loro volta sono finiture e ornamenti. Ciò è reso dal punto di vista formale con la ricostituzione dell’archetipo architettonico per eccellenza: la scatola, la stessa scatola che per decenni era stata scomposta, scavata, rimodulata, resa bidimensionale, adesso si rimaterializza, ma non totalmente. Ad aiutare Ando nella sua impresa c’è la luce, la luce solare che con complessi sistemi di captazione, aperture e
pareti vetrate appare sempre diversa, artificiale: luce che fende le pareti; luce che penetra nell’edificio; luce che smaterializza i contorni.
percorsi, tipicatipica delle case orientali. In effetti uno studio accurato dei collegamentiorientali. In effetti uno studio accurato dei collegamenti interni ci parla di un groviglio viario atto a sorprendere più che a essere pratico. Dalle foto e dai disegni che si possono osservare su riviste e libri, tale