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domenica 20 aprile 2008

Nuova Galleria Nazionale di Berlino, 1962-68 - Mies Van Der Rohe

Tesina scritta nell'ambito del corso di storia dell'Architettura II

Mentre era occupato al progetto per il museo a Schwainfurt, Mies van der Rohe venne contattato dalla municipalità di Berlino, che gli offriva l’incarico di un museo che avrebbe ospitato la collezione d’arte del XIX e XX sec. dello stato prussiano. Interrotto il lavoro del museo per la piccola cittadina, si dedicò interamente allo studio della Galleria d’arte sulla Postdamerstrasse di Berlino, la città nella quale aveva trascorso i primi anni di formazione artistica. Cominciò la sua progettazione nel 1962 e venne inaugurata nel ‘68. Il principio su cui si fonda è il medesimo che avrebbe applicato nel
museo della piccola città di Schwainfurt: uno spazio espositivo costituito da una grande copertura a griglia sorretta da otto colonne, libero da strutture portanti intermedie e visivamente aperto verso l’esterno. Con evidente riferimento al Neoplasticismo e al De Stijl, come in molte altre sue opere, Mies realizza l’edificio per mezzo di un’addizione di lastre.
L’edificio è organizzato su due livelli. Il secondo piano, costituito dal portico quadrato (di 50.60 m di lato e 8 m di altez
za) di acciaio, che contiene uno spazio libero, circondato da una vetrata, dove la pianta libera permette la flessibilità delle partizioni interne, permettendo di modificare il percorso espositivo a seconda dell’artista che è invitato a mostrare le sue opere. Questo ambiente poggia su un basamento in pietra, con rivestimento in granito, uno spazio fisso dove trovano posto le collezioni permanenti, una galleria convenzionale. In un museo diverse sono le necessità: da un lato la conservazione, che richiede ambiti chiusi e appartati, dall’altro la presentazione necessita di ambienti comuni, aperti e facilmente percorribili. Ciò permette una ricchezza di possibili modi di fruire l’edificio creando due itinerari diversi: uno, in basso, per i visitatori specializzati e uno, nello spazio più aperto, per quelli generici.
Benevolo inoltre ha osservato che con questa separazione di livelli scompare la divisione dei compiti, tra progettista, committente e costruttori, i quali spesso assumevano il compito destinato al progettista, adesso le parti impegnate sono costrette a collaborare e il progettista si comporta da mediatore tra i costruttori e l’utenza.
Tuttavia nel trattamento dei piani inferiori, nonostante la presenza di una zona vetrata verso un giardino per il riposo dei visitatori, alcuni ambienti sono completamente illuminati con luce artificiale. Ciò va contro la ricerca architettonica più tarda di Kahn, il quale addirittura affermerà: “Appena vedo un progetto che tende di propormi spazi senza luce, non faccio altro che respingerlo con la massima disinvoltura, perché capisco che è sbagliato. E quindi, i falsi profeti, come le scuole prive di luce naturale, sono decisamente anti-architettonici. Appartengono a quello che uso chiamare il mercato dell’architettura, ma non all’architettura vera e propria”. Con questo non si intende abbattere l’opera di grande valore architettonico di Mies van der Rohe, poiché probabilmente questi ambiti vennero chiusi appositamente per realizzare ambienti con funzione di magazzino, ma è anche vero che lo stesso risultato si sarebbe potuto ottenere diversamente, fornendo anche a questi ambienti la luce necessaria.
Come già accennato, la copertura, sottoforma di griglia ortogonale di travi metalliche coperta da una piastra continua compressa rinforzata da nervature in acciaio sull’intradosso per impedire fenomeni di instabilità, viene sorretta da otto pilastri (due per lato) in accaio a sezione cruciforme e tale riduzione della struttura porta in gioco il concetto di “Less is more”. I pilastri non stanno agli angoli per evitare la possibilità di individuazione del volume puro.
La precisione nei dettagli della struttura è fortemente individuata nella connessione dei pilastri con la lastra di copertura, che in quanto manifesto degli osannati concetti “Less is more”, verità del costruire e manifestazione del procedimento costruttivo, viene ridotta ai minimi termini.
Il funzionamento statico del giunto sferico di 16 cm di diametro, viene probabilmente ripreso dalla Turbinenhalle di Behrens, dove un simile sistema articolava i portali e il suolo.
La cura dei dettagli è anche esplicitamente visibile nel grado di rastremazione verso l’alto della colonna, nonché rapporto tra la sua lunghezza e quella dell’ala.
Tutto quello detto finora ci porta a ritrovare delle possibili rimembranze, da parte dell’architetto, del tempio greco su podio.
Lo stesso Mies affermava: “Volevo qualcosa che armonizzasse con la tradizione schinkeliana”.
Tuttavia per molti critici, tra cui Zevi e De Fusco, l’atmosfera classica, poiché fuori tempo massimo, risulta troppo pomposa o meglio come afferma lo stesso autore: “Il mito del tempio greco, della purezza, suona ormai inattuale, fuga dalla realtà”. Eppure è possibile ricercare una giustificazione a questo nel suo attaccamento al luogo di formazione e nella sua volontà di realizzarvi una sorta di monumento o reliquiario e questo desiderio trova la sua più semplice ispirazione nel mondo classico. Quest’ultimo tuttavia viene filtrato dal linguaggio della modernità: il capitello quindi viene reinterpretato, proponendo una manifestazione spoglia di ogni valenza decorativa del procedimento costruttivo.
Il discorso sul tempio ci riconduce inevitabilmente alla simmetria, insita specialmente nel secondo livello. Ma tale concetto viene smentito dalla possibilità di modifica della partizioni interne e, all’esterno, dalla disposizione di scale secondarie agli angoli nord – est e sud – est della piattaforma, che negano l’evidente simmetria e il segnalamento di un unico percorso dati dalla grande scalinata in asse rivolta ad est.
Anche la stessa copertura quadrata devia e distrugge la possibilità di ottenere un asse preferenziale.
Dal punto di vista del soleggiamento, Mies pone delle tende, che permettono di graduare la luce, e frangisole, generati dalla stessa lastra di copertura che gira tutta attorno a creare una peristasi, che la filtra. Questo rese il museo per certi versi inospitale, luogo dove esporre solo oggetti molto grandi, poiché l’immensa estensione interna (interrotta solo da due condotti per impianti e un corpo scala che giunge al piano inferiore) creava una forte dispersione di opere d’arte di modeste dimensioni. È stato osservato dallo Zevi:”…se l’epigramma “il meno è il più” assumeva una funzione moralizzatrice nel clima dell’Existenzminimum, applicato ad opere costose e monumentali perde significato”dunque contesta anche l’ampiezza dell’edificio che devitalizza il valore dell’opera. Il Benevolo è invece di opinione molto differente: “Le sue opere, e anche questa Galleria, non complicano, ma riducono gli organismi edilizi alla forma più elementare. Per ogni tema egli stabilisce un “meno” di organizzazione spaziale, che rende possibile un “più” di controllo della forma e della distribuzione…”
Infatti, è vero che Mies stesso riconosceva con modestia questo problema, tuttavia, andando contro la stessa mente produttrice dell’opera, sta nella maestria dell’allestitore creare un ambiente accogliente e riuscire a fare in modo che tutta questa grande disponibilità spaziale non venga sperperata. Mies si impegna a realizzare un ambiente con grandi possibilità distributive, attraverso la pianta libera egli crea un ambiente flessibile alle molteplici esigenze.
Zevi mette a paragone la Galleria d’arte di Mies van der Rohe con Philarmonie berlinese di Scharoun: “Involucro reticente, tenda dissimetrica, quasi provvisoria, in tacita polemica con l’adiacente galleria d’arte di Mies van der Rohe: questa postula un oggetto ellenico, puro ed astratto, timoroso di essere sporcato dai fruitori; la Philarmonie invece calamita i passanti, li invita ad entrare, dice che potrebbero camminare anche sulla copertura…Nell’arcaico museo miesiano si resta sempre estranei al dipinto o alla statua; qui ci si tuffa in una conchiglia sonora…”
Senza annientarlo né elogiarlo, Benevolo afferma: “La tettoia non invita né respinge ma propone solo un passaggio tra lo scoperto e il coperto”. Si manifesta con semplicità evitando magniloquenza e spettacolarizzazione ma solo offendo al visitatore un luogo dedicato all’arte.


Bibliografia:
Neumeyer Fritz – Mies van der Rohe, le architetture e gli scritti, Zanichelli 1996
De Fusco – Mille anni di architettura occidentale, 1993
Benevolo – Storia dell’architettura moderna, 1960
Schulz Franz – Mies van der Rohe, Milano 1989
Zevi Bruno – Storia dell’architettura moderna, Einaudi 1973

lunedì 31 marzo 2008

Materiali - L'ACCIAIO COR-TEN

A gentile richiesta, oggi ci occupiamo di un materiale da costruzione che si va facendo largo nel settore edile sia per l’elevata resistenza, sia per le alte potenzialità espressive a livello architettonico. Stiamo parlando dell’acciaio COR-TEN, materiale brevettato dalla United States Steel Corporation (U.S.S.) nel 1933; il suo nome è strettamente connesso alle sue caratteristiche:
- L’elevata resistenza alla corrosione (CORrosion resistance);
- L’elevata resistenza meccanica (TENsile strength).
Queste sono essenzialmente le motivazioni del suo successo, con gli evidenti vantaggi di carattere tecnico ed economico che derivanti dalla possibilità di utilizzare sezioni ridotte e dalla scarsa necessità di manutenzione. Infatti, l'ottima resistenza del COR-TEN alla corrosione da agenti atmosferici consente sia l'utilizzazione del prodotto "nudo", sia verniciato. In particolare, quando l'acciaio COR-TEN è esposto all’esterno non verniciato, si ricopre di una patina uniforme e resistente di ossido che impedisce il progressivo estendersi della corrosione all’interno. Tale patina assume una gradevole colorazione bruna, le cui tonalità variano nel tempo in base alle condizioni ambientali.



L’utilizzo del materiale verniciato, invece, gli conferisce un ulteriore margine di resistenza che permette di effettuare cicli di manutenzione molto diradati nel tempo. Le caratteristiche dell’acciaio COR-TEN variano poi in relazione alla diversa composizione chimica e allo spessore; ne esistono tre tipi: A, B e C, che consentono di rispondere adeguatamente ad ogni esigenza.
- Il tipo A, detto “al fosforo”, è quello più adatto alle applicazioni architettoniche, poiché possiede una resistenza all'azione degli agenti atmosferici tra 5 e 8 volte superiore a quella di un acciaio comune e pertanto si presta bene all’utilizzo non verniciato. Si pensi che per questo tipo di acciaio la corrosione si arresta dopo una diminuzione di spessore di soli 0,05 mm. Il COR-TEN A viene normalmente prodotto in spessori fino a 12,5 millimetri, per non avere penalizzazioni in termini di resistenza.
- Il tipo B, detto “al vanadio”, si presta meglio alle strutture portanti, per la maggiore resistenza meccanica anche su forti spessori. È lievemente penalizzata la resistenza alla corrosione, che comunque si attesta sulle 4 volte in più rispetto all’acciaio comune. È pertanto possibile l’impiego senza verniciatura, senza tuttavia raggiungere gli effetti estetici simili del COR-TEN A.
- Infine il COR-TEN C, di recente introduzione sul mercato, ha una resistenza meccanica notevolmente superiore agli altri due tipi e resistenza alla corrosione comparabile con il COR-TEN B. Lo spessore può raggiungere addirittura i 25 mm. Qualche altra caratteristica: questo materiale è prodotto prevalentemente in lastre, lavorabili per formatura a freddo –nel rispetto dei raggi di curvatura- fino a 12 mm di spessore. Per spessori superiori è preferibile la formatura a caldo, che generalmente non necessita di trattamenti termici particolari; si presta bene alla saldatura, anche con i materiali di apporto comunemente utilizzati. L'acciaio COR-TEN trova largo impiego nella realizzazione di strutture portanti, sia per edifici civili che industriali, opere di scultura, infissi, rivestimenti dalle alte potenzialità espressive, attrezzature di servizio per viabilità e trasporti in generale, sistemi di stoccaggio e anche macchinari ad uso agricolo o industriale.

giovedì 6 marzo 2008

Pensiero del giorno... Posate

E dopo la cucina, la Z.island, non potevano mancare le posate. La serie si chiama "Zaha" proprio come il nome dell'architetto: Zaha Hadid appunto. Che donna egocentrica ...
Questa volta non è stata utilizzata nessuna tecnica o tecnologia d'avanguardia (sono semplici posate in acciaio) privilegiando l'aspetto estetico.
Lo stile è chiaramente il suo. Ergonomiche? non saprei. Pratiche? beh... forse la signora Hadid non ha mai mangiato un piatto di spaghetti (ma evidentemente neanche le minestrine)
Considerando che 5 pezzi costano 250 $ più che mangiarci, le userei come sculture.. e guardate che sembrano belle quando sono tutte vicene... avrà studiato pure il modo di comporle?!

venerdì 29 febbraio 2008

Materiali - LA LAMIERA

Ultimamente i prof di composizione 2 ci hanno spedito sull’Etna in un Paese che si chiama Randazzo. Le foto che vi mostriamo narrano di una strana consuetudine che hanno da questa parte, ovvero rivestire le pareti delle case con fogli di lamiera grecata. La si usa nella facciate cieche, qualsiasi orientamento esse abbiano. Probabilmente vengono ritenute buone schermature termiche contro la dispersione dovuta al vento… mah… il loro modo di usarla ci lascia parecchio perplessi. L’effetto “baraccopoli” non tarda a manifestarsi.

Randazzo - foto del 2007

Chi invece ci ha colpito positivamente per l’uso della lamiera è Shuhei Endo . L’architetto giapponese stupisce con i suoi fogli intrecciati, piegati, cuciti come tamponamenti e come parte strutturale. Perché questo materiale? Semplice: economico, standardizzato, flessibile, riciclabile. Effettivamente non gli si può dar torto. Le sue opere spaziano dal settore privato a quello pubblico, dalle micro alle macro architetture come a voler far capire che con la lamiera si può far di tutto.

Springtecture H - 1998 Tatsuno-City, Giappone


E come arredare una casa di Shuhei Endo?! Ovviamente con le opere di Ron Arad!!
Il celeberrimo designer è conosciuto al mondo intero per le sue opere plastiche, metallicamente plastiche. Ammassi cromati che sembrano liquidi informi sospesi tra cielo e terra. Ha usato pure la lamiera, scintillantissima ovviamente, per una seduta tutta particolare. Ho la vaga impressione che faccia un rumore atroce… devo provarla!

Well Tempered - 1986

Sito ufficiale di Shuhei Endo (davvero ben fatto):
http://www.paramodern.com/

E voi cosa sapete dirmi su questo materiale?!

martedì 26 febbraio 2008

Aeroporto Vincenzo Bellini (FontanaRossa) – Catania – Under Construction fino al 2012

Catania, ormai da qualche anno, si mantiene tra le prime cinque posizioni della classifica italiana relativa al numero di passeggeri che utilizzano i propri impianti aerei. Ma se qualcuno in passato fosse venuto da queste parti di certo non avrebbe intuito la vocazione del luogo, per il semplice motivo che la struttura dell’aeroporto comunicava un senso di vecchio e d’insicurezza assolutamente atipico per queste costruzioni. Tale sensazione era legata al fatto che effettivamente il vecchio aeroporto FontanaRossa era vecchio. Fortunatamente, prima di passare alla cronaca per chissà quale sciagura, si è provveduto a costruirne un altro che rilancia l’immagine della città siciliana e si lega al circuito internazionale dell’architettura contemporanea. Al momento è stato realizzato solo un terminale. Non chiedetemi da chi è firmato perché non sono riuscito a trovare notizie in merito, se non che la torre di controllo è stata disegnata da Manfredi Nicoletti (dal sito di Luigi Prestinenza). A proposito di questa torre, su internet girano voci che il suo campo visivo non riesca a coprire tutta l’area di decollo e atterraggio a causa di strutture di servizio troppo alte… mah… (vedi qui)
Si compone principalmente di tre volumi: torre, uffici(parte scura), imbarco e sbarco (parte vetrata)
Le impressioni che ho avuto visitandolo parlano di ambienti altamente comunicativi e informativi, ovvero fanno capire con un solo sguardo la disposizione di tutti i servizi aeroportuali. Questo fenomeno è accentuato dal fatto che ci si trova in un'unica stanza ad altissima permeabilità visiva sia in orizzontale che in verticale (da un piano all’altro). Al pian terreno ci sono gli “arrivi”; al primo piano le “partenze”. Semplice e immediato.
Ben risolto il rapporto tra interno ed esterno.
Struttura metallica a vista davvero interessante.
Si possono leggere i tentativi di creare elementi a “reazione tecnologica” che fanno la parodia degli elementi a “reazione poetica” di Le Corbusier. Si tratta di aeratori.
L’attenzione per le scale denuncia quanto i dettagli siano stati presi in considerazione.
Che aggiungere? Date un occhiata alle foto… le ho scattate io e sono consapevole che fanno schifo, però almeno potrete utilizzarle come volete… (e poi sono giustificato dal fatto che la giornata era schifosa :P )





Approfondimento:
http://it.wikipedia.org/wiki/Aeroporto_di_Catania-Fontanarossa

domenica 24 febbraio 2008

Quartiere Residenziale - Almere (Olanda) 1999/2001 - UN Studio

Tesina scritta nell'ambito del corso di Architettura Tecnica II

ANALISI TIPOLOGICA

L’area soggetta ad edificazione si trova direttamente su una laguna. Il quartiere ha forma triangolare con un lato delimitato dal canale principale (lotto da 15150 mq. con 2880 mq. edificati). I lembi di terra bene s’innestano sullo specchio d’acqua, nel tentativo di integrare la materia fluida all’interno del progetto. Gli edifici realizzati prevedono da 2 a 6 unità abitative. Il tipo edilizio è quello delle case a schiera su tre livelli con ingressi separati e scale interne private. Un altro gruppo di fabbricati, villette unifamiliari, è distribuito lungo il canale. Tutte le residenze sono caratterizzate da volumi sfalsati che creano all’esterno nicchie, balconi, terrazzi, dando all’interno la possibilità di organizzare gli spazi in maniera funzionale e organica. Le partizioni interne sono ridotte al minimo e sono totalmente aperte verso l’esterno per mezzo di grandi pareti vetrate. Ogni unità abitativa dispone di un fronte sud-ovest. Ciò testimonia un processo architettonico democratico volto a dare uguali condizioni a tutte le abitazioni.

IDEE PROGETTUALI
I progettisti hanno improntato l’ideazione di queste residenze sul concetto di flessibilità e individualità: ogni abitazione è personalizzabile sia per mezzo delle partizioni interne che con l’aggiunta di volumi al corpo di fabbrica. Infatti, sono stati pensati dei moduli in acciaio di 2,5 per 6 metri rivestiti in legno da poter essere montati sotto richiesta del cliente. Sono utilizzabili come balconi, giardini d’inverno, nicchie, stanze ecc. Sono stati ideati in modo da non interferire con l’architettura esistente in quanto ne richiamano forme e geometrie.


ANALISI DELLE RELAZIONI

- Tra la realizzazione e il contesto urbano:
Il contesto urbano, a parte il rapporto con la laguna, sembra essere stato completamente tralasciato in fase progettuale. Non vi è alcun riferimento ne d’intenti e ne di esiti volti in tal senso. Si nota subito che la configurazione del quartiere risulta essere chiusa e ben delimitata a nord, sebbene apre le sue visuali verso la laguna circostante. I circuiti terresti che si vengono a creare sono tutti a fondo cieco e ciò limita la possibilità di avere più connessioni isolando l’area e confinandola ad uso dei soli residenti.

- Tra le unità abitative:
Era intento dei progettisti creare abitazioni che fossero assolutamente indipendenti l’una dall’altra, sia in termini fisico-funzionali che in termini di privacy: gli ingressi sono separati così come i corpi scala; la zona notte di ogni abitazione non confina con la zona giorno della residenza vicina; balconi, nicchie e vetrate comunicano il meno possibile tra di loro per evitare sguardi indiscreti. Tutto ciò rientra nei piani dell’ UN STUDIO ovvero poter garantire la massima libertà ad ogni residente senza compromettere quella degl’altri. Nel caso delle villette, questo fenomeno è molto evidente per il fatto che si esplica con il mezzo più semplice: la distanza, distanza regolare che si moltiplica passando da una casa all’altra. La disposizione lungo l’asse del canale rarefà gli ambiti connotandoli con un particolare senso di riservatezza.

- Tra gli ambienti della singola unità abitativa:
Ogni abitazione presenta al piano terra un grande stanza aperta all’esterno per mezzo di parete vetrata. Questa ha tutte le sembianze di un loft e tenta di evocarne tali suggestioni. Ai piani superiori si articola la zona notte con le varie camere da letto. Il corpo scala è collocato in posizione centrale e, sebbene non fruisca sempre di illuminazione diretta, passa da ambienti di disimpegno sempre ben illuminati. Le soluzioni escogitate per ottenere questo risultato sono ben riuscite sia da un punto di vista formale che pratico e rappresentano un ottimo esempio da seguire.


Rif. Bibliografico: Casabella n°713 Luglio/Agosto 2003 pp. 60-67

Sito UN Studio (consigliato):
http://www.unstudio.com/