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Pensiero del giorno... Chiese

Guardavo il Tg2 Dossier dell' 11/12/2010. Si parlava di chiese. In USA. Pensavo che il peggio fosse passato dopo la parte dedicata alla Cattedrale di Cristallo di Philip Johnson e Richard Meier in California, con le messe disertate dai fedeli e i quaranta milioni di dollari di debito della parrocchia. Ma mi sbagliavo, doveva ancora arrivare il servizio su padre Fred Phelps e le sue omelie al grido di "God Hates Fags" (che dio se lo porti con tutta la sua bellicosa famiglia!). Il programma, tuttavia, doveva ancora terminare.
Il cronista intervista un pastore di Atlanta alle prese con la costruzione della propria chiesa:
Stavamo parlando della possibilità di utilizzare gli arredi della vecchia chiesa quando l'architetto dice: "e perché non trasportiamo la vecchia chiesa qui, pietra per pietra?!
Genio di uno architetto!!! e ha pure sei zampe!
In poche parole, propone di trasportare una chiesa in stile di inizio novecento, da Buffalo (New York) ad Atlanta (Georgia). Motivo? A Buffalo non ci sono abbastanza fedeli e ad Atlanta serve una chiesa nuova. Così le chiesa si sposta "mossa da grazia divina", proprio come recita il titolo del sito ufficiale movedbygrace.com.
Quindici milioni di euro e la Chiesa di San Gerardo si trasformerà, o meglio, si traslerà nella Chiesa di Maria Nostra Signora.

Renzo Piano - Opere

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Appunti e Ricerche condotte nell’ambito del corso di Architettura e Composizione II

Centro Nazionale d’arte e di cultura Georges Pompidou, Parigi, Francia, 1972 – 1977


Negli ultimi anni del novecento i musei sono rinati sotto il profilo del loro utilizzo, ma negli anni ’70 al museo ci andavano poche persone perché erano considerati un’istituzione triste e polverosa al pari delle biblioteche.
Il Centre Pompidou nasce in questa situazione di sacralità museale, ma di cui non si sente la mancanza; anche nel bando di gara istituito per la sua realizzazione si consigliava di uscire dalle frontiere tipiche della biblioteca e del museo.
In questo periodo Piano ha uno studio con Rogers, e partecipano insieme al concorso, vincendolo.
I progettisti hanno l’esigenza di creare un rapporto con il contesto, e questo si realizza in vario modo. La trasparenza delle scale mobili spesso è stata letta come un fatto high-tech, ma in realtà la soluzione è molto più studiata, perché mentre si sale si passa dalla visione della piazza, al quartiere, alla città. La piazza rappresenta una doppia mediazione: quella tra l’edificio e il quartiere, e quella tra la cultura ufficiale e quella di strada ( mimi, musicisti, ecc…).
L’edificio è tutto realizzato in vetro ed acciaio a vista e variamente colorato. Questo ha riscontrato non pochi problemi e critiche negative, ma i progettisti non si sono mai arresi ed hanno aspettato la morte del sindaco per l’istallazione delle prese d’aria nella piazza, e hanno portato le travi d’acciaio di 120 tonnellate e 50 metri di lunghezza con un treno speciale e con i camion all’interno di Parigi di notte, montandole immediatamente.

Museo per la Collezione De Menil, Houston, Texas, 1984 – 1987.

La committente di Piano è Dominique De Menil, una ottantenne che insieme al marito aveva raccolto una importante collezione privata e desiderava un museo per poter esibire i suoi diecimila pezzi. L’idea della committente era quella di realizzare uno spazzio che fosse allo stesso tempo sito espositivo, villaggio e centro di restauro.
La costruzione si inserisce nella maglia urbana ortogonale del quartiere, senza sovrastare in altezza le piccole case circostanti, e utilizzando materiali del luogo, infatti le tamponature delle pareti esterne sono in tavole di cipresso, che vanno a richiamare la tecnica diffusissima del ballon frame.
Gli aspetti che devono essere sicuramente studiati e risolti sono: lo studio della luce e le tecniche di conservazione delle opere d’arte.
Per osservare le opere con una luce ottimale queste devono essere esposte ad una luce superiore a quella che normalmente tollererebbero senza rovinarsi. Per ovviare a questo problema le opere vengono esposte a rotazione, per poi essere riportate al sicuro in un luogo protetto e climatizzato separato dall’area di fruizione, la Treasure House.
Per quanto riguarda la luce, i quadri non possono essere esposti ai raggi ultravioletti e Piano cerca dei metodi per eliminarli mantenendo una duona qualità della luce. Visita il museo di Tel Aviv e tornato a Genova crea una macchina che riproducesse il sole di Houston e dei modelli in scala 1:10 per studiare i risultati.
Realizzo la copertura della sala espositiva attraverso la ripetizione di un profilato in ferro cemento modulare, chiamato foglia, questo ha una curvatura tale da trasformare gli 80000 lux esterni in 1000 lux interni.
Questo museo risulta l’esatto contrario del Centre Pompidou, dove l’high-tech è usato in chiave di parodia nei confronti dell’esistente, simbolo di monumentalità; al contrario, qui, esiste, perché serve.

Spazio musicale per l’opera Prometeo, Venezia e Milano, Italia, 1983 – 1984.

È la prima struttura smontabile che accoglie nello stesso tempo l’orchestra e 400 spettatori.
L’idea era quella di rovesciare l’impostazione delle sale tradizionali. Il pubblico stava al centro, i musicisti tutt’intorno a varie altezze, ed era previsto che questi si spostassero durante l’esecuzione su scale e passerelle.
Per far si che il direttore fosse visibile a tutti gli ottanta elementi dell’orchestra si sviluppò un sistema di monitor.
L’intero ambiente è progettato come un gigantesco strumento musicale, dove si sono fuse l’esperienza del liutaio e quella del cantierista navale per la maestria nell’utilizzo del legno lamellare in oggetti di simili dimensioni.
Qui l’opera architettonica fa parte dello stesso processo creativo di quella musicale, nasce con questa e per questa.


Recupero del porto antico, Genova, Italia, 1988 – 2001.
Nel 1992, cinquecentesimo anniversario del viaggio di Colombo in America, il comune di Genova, organizzo una grande celebrazione internazionale, e chiese a Piano di collaborare nel recupero dell’area urbana del vecchio porto.
Genova è una città porto tra le più importanti del mediterraneo e con l’evento vuole rilanciare la propria immagine. La città arabo-mediterranea è caratterizzata da: alta densità, case alte e strade strette; inoltre le infrastrutture portuali hanno sempre esercitato una forte influenza sulla conformazione del centro storico e hanno sempre fatto da barriera tra questo ed il mare. Il cambiamento di tecnologia aveva fatto si che alla fine degli anni ’80 il porto fosse inadatto ad assolvere le normali funzioni e quindi fu progressivamente abbandonato e spostato più a levante. Si riteneva che l’Expo fosse l’occasione per recuperare il rapporto con il mare.
Fu assegnato a Piano l’incarico di redigere il masterplan, le linee guida erano:
- ricucitura del rapporto città porto
- mantenimento del suggestivo carattere storico ed ambientale
- sottrazione del centro storico al degrado
- realizzazione di opere utilizzabili dopo l’Expo
Già nel 1981 Piano aveva realizzato un progetto per il risanamento del molo vecchio. Un quartiere dove gli edifici sono alti 7-8 piani, e le strade sono strettissime, poco illuminate ed umide, tanto che già nel ‘600 era considerato malsano. La risposta progettuale era quella di trasformare i piani più alti in ambienti pubblici, e di realizzare un sistema di passerelle a più livelli al posto delle malsane vie, con un sistema di specchi per far arrivare la luce sino a terra.
Nel 1965 fu realizzata una strada sopraelevata a scorrimento veloce che interruppe il contatto diretto tra città e porto; la prima cosa che si pensò di fare era quella di rimuovere la sopraelevata e realizzare un tunnel sottomarino, ma era troppo costoso e per questo fu realizzato solo un parziale interramento di fronte a palazzo San Giorgio.
Le nuove realizzazioni sono collocate nelle due banchine centrali del Porto Antico: il Molo Embriaco ed il Ponte Spinola. Nel molo principale si trovano 26 pennoni, alti 18 metri e dotati di teli che richiamano le immagini delle vele delle navi antiche. Davanti il molo si trova il Grande Bigo, un albero di carico che grazie ad un sistema di bracci in acciaio, che si allargano da una base comune, sorregge un ascensore panoramico e una tensostruttura che definisce la Piazza delle Feste. Il Grande Bigo è il simbolo dell’Expo e richiama le vecchie gru del porto.
Nel Ponte Spinola si trova il Padiglione Italia costituito da un parco acquatico con accanto una struttura galleggiante, la Biosfera. Il primo è una struttura in acciaio che ospita un acquario, e rappresenta il tema "del mare"; il secondo invece è una palla di vetro di 20 metri di diametro, posta su una piattaforma galleggiante, simbolo delle colombiane e del globo terrestre, in cui è trattato il tema "le navi", passato l’evento questo è stato trasformato in serra e centro studi per le felci; per impedire l’ingresso dei raggi diretti sono state posizionate delle vele nella struttura metallica.
Nel Porto Antico vennero fatti degli interventi di recupero dei magazzini, trasformandoli in sala espositive e centro congressi.
Dopo l’Expo fu realizzata una società “Porto Antico” che ha continuato ad aggiungere attrezzature al porto, le quali hanno portato una gran quantità di denaro da poter reinvestire nel 2004 (anno in cui Genova è stata Capitale Europea della Cultura) nel recupero del centro storico, cosa che non si era potuta fare nel 1992 perché i finanziamenti non lo prevedevano.


Aula liturgica per Padre Pio, San Giovanni Rotondo, Italia, 1995 – 2004.

L’aula liturgica dedicata a Padre Pio sorge sulla cima del colle di San Giovanni Rotondo, vicino al monastero dei cappuccini e alla chiesa preesistente; vi si giunge attraverso un viale alberato.
La chiesa è circondata da alberi e poco sviluppata in altezza, tanto che la copertura è visibile soltanto una volta arrivati in cima.
Si vuole creare una chiesa che inviti i fedeli ad entrare, e per questo non viene prevista una facciata monumentale, ma un fronte d’ingresso vetrato, che lascia vedere tutto l’interno dalla piazza. Per accogliere ancora di più i fedeli, le ali della copertura in rame si estendono verso la piazza come per abbracciarla.
Viene studiata la luce: all’interno è diffusa, ma sull’altare scende un raggio diretto che fa concentrare l’attenzione verso quel punto. La scelta di un solo materiale è determinante, viene utilizzata solo la pietra locale che definisce la struttura del sistema degli archi portanti.


Auditorium Parco della Musica, Roma, Italia, 1996 – 2002.

Piano vinse la gara internazionale per la realizzazione di un nuovo auditorium a Roma, dove mancava un luogo dedicato alla musica classica all’altezza della città.
Sia per ragioni urbanistiche che di spazio, si decise di realizzare l’opera in posizione decentrata, nei pressi dello stadio Flaminio, del palazzotto dello sport e del villaggio Olimpico del 1960.
Per garantire la massima flessibilità e resa acustica si sceglie di realizzare tre sale distinte. Ogni sala e racchiusa in un contenitore simile a una cassa armonica, e disposte simmetricamente attorno ad un grande vuoto che darà vita ad un anfiteatro all’aperto. Attorno vi è una ricca vegetazione che fa da collegamento con la villa Glori.
Per ottenere la migliore acustica furono costruiti modelli fisici con superfici riflettenti per simulare le prestazioni delle varie sale, emettendo dei segnali laser e tracciando il percorso della riflessione; per poi passare a grandi modelli dove vennero fatti dei test di riflessione con vere onde sonore.
Le tre sale hanno capienza e caratteristiche differenti.
L’auditorium da 750 posti è il più flessibile, il pavimento e il soffitto sono mobili e si può intervenire sulle proprietà acustiche delle pareti.
La sala da 1200 posti dove si tengono concerti di musica da camera e spettacoli di danza, ha il soffitto regolabile e il palcoscenico mobile.
La sala principale che ospita 2800 persone è un omaggio a Scharoun. Come nella filarmonica l’orchestra sta al centro e gli spettatori tutt’intorno su balze a livelli differenti. Questa disposizione è tale da far percepire allo spettatore di essere un tutt’uno con i protagonisti.




The Nascher Sculture Centre, Dallas, Texas, 2001 – 2003.

Raymond Nascher e sua moglie avevano deciso di dare alla città la propria collezione di sculture moderne e contemporanee insieme alla struttura dove ospitarle.
Il sito era un parcheggio circondato da quattro strade rettilinee immerso tra i grattacieli.
Piano non sa inizialmente a cosa legarsi per realizzare il progetto, allora pensa di fare un Centre Pompidou alla rovescia: li vi era un edificio enorme e modernissimo nel centro della città antica, qui una sala espositiva ad un solo livello immersa nel verde e tutt’intorno grattacieli.
Lo spazio è ripartito in cinque padiglioni rettangolari tutti uguali, con la copertura leggermente ricurva. Le coperture sono realizzate interamente in vetro, e per selezionare la luce del nord ( che non contiene raggi UVA ) si è studiato un sistema di pannelli in alluminio.
Il giardino ospita 170 alberi ( olmi, quercie, salici, magnolie, bambù), fontane, laghetti e sentieri pavimentati. È parte essenziale del complesso perché svolge la funzione di spazio espositivo esterno, ma soprattutto perché offre un momento di distacco e di riflessione nel caos della città.


L'architettura di Milazzo (ME)

Tesina prodotta nell'ambito del corso di Storia dell'Architettura I

Su una penisola esile e sinuosa, attorniata dalle Isole Eolie e solcata dai torrenti Mela e Floripotema, sorge Milazzo, luogo ricco di storia e leggenda.

Il panorama dell’architettura religiosa milazzese è dominato dalle grandi chiese monastiche erette da Benedettini, Carmelitani, Minoriti, Francescani e Cappuccini, tutte di imponenti dimensioni e ricche di opere d’arte. Peculiare è la quasi totale assenza di torri campanarie, che trova spiegazione nel continuo susseguirsi di vicende belliche di cui la città fu protagonista. Infatti, per evitare di intralciare i tiri dal castello e che il nemico avesse obiettivi di facile portata, si preferiva erigere modesti campanili a vela e utilizzare soluzioni particolari per le cupole. Queste caratteristiche sono perfettamente rilevabili nel Duomo Antico, posto all’interno della cinta muraria del castello, che presenta un’inedita pianta a croce greca con l’aggiunta di un vasto coro.

1- L’antico Duomo di Milazzo cinto dalle mura difensive del castello.

Solo verso la fine dell’800 sorge qualche torre campanaria. Le chiese monastiche, ad eccezione di quella dei Domenicani, sono a navata unica. Troviamo poi una particolare categoria che è quella dei santuari: l’esempio più illustre è la Chiesetta di S. Antonino, intagliata nella roccia del ripido pendio del Capo, luogo dove ebbe dimora per un periodo il Santo. La Chiesa del Carmine risale alla fine del ‘500. É proprio in questo periodo, a cavallo tra XVI e XVII sec., che lo sviluppo urbano milazzese inizia a trasformarsi di pari passo con la struttura sociale: la nobiltà si arricchisce, il clero e la borghesia acquistano sempre maggiore importanza, la Corona spagnola vi stabilisce la residenza di suoi alti funzionari e dei Vicerè. La fase di crescita economica si riflette sull’edilizia: ovunque sorgono nuovi luoghi di culto e palazzi signorili. La stessa emergente borghesia prende parte alla commissione di nuovi e sfarzosi edifici. La regolare trama urbana si accresce attorno a due assi principali: la “Strada Reale”, l’odierna via Umberto I, e la parallela più esterna della “Marina Garibaldi”. Quale piazza principale all’interno del nuovo contesto di sviluppo della città bassa viene individuato il vasto “Piano del Carmine”, l’attuale piazza Caio Duilio, di origine tardo-rinascimentale, che diviene emblema del Barocco locale grazie all’edificazione di «due quinte settecentesche monumentali: la Chiesa e il Convento del Carmine e il Palazzo Proto»(1).


2- Il Piano del Carmine, attuale Piazza Caio Duilio.


Altra espressione del barocco milazzese è il Santuario di San Francesco da Paola, del 1765, che presenta una forte connotazione scenografica nella facciata e nella doppia scalinata d’accesso, creata in stretta correlazione con l’abitato circostante. Al contrario della maggior parte delle città siciliane, dove il tessuto urbano orbitava attorno alla “maggiore ecclesia” della città, il secentesco Duomo viene qui collocato nella “Cittadella”, scelta che porta ad una situazione anomala ponendolo in modo decentrato rispetto alla direttrice di espansione della città. Indubbiamente il Duomo risulta invece del tutto inserito nel contesto milazzese da un punto di vista architettonico e simbolistico, quale espressione caratterizzante del potere politico ed ecclesiastico. È tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 che si collocano le prime notizie relative ad architetti milazzese: ricordiamo Stefano Zirilli, che costruì il Convento dei Cappuccini; Giuseppe Ryolo, autore della chiesa di S. Marco alla Piana; l’ingegnere Diego Cumbo Borgia, che diede il piano regolatore alla città; l’ingegnere Giovanbattista Lucifero, che progettò il palazzo di famiglia in stile neorinascimentale. La Chiesa del Carmine sorge in un’area che dalla seconda metà del ‘600 ha assunto un ruolo centrale nello sviluppo urbano e architettonico della città. L’ingresso alla Terra Nuova è segnato da Piazza Mazzini, un tempo chiamata Largo della Pietà per la chiesetta omonima che vi sorgeva, dalla quale ci si immette proprio nel vasto piano del Carmine. In piazza Mazzini, dall’impianto triangolare, è conservata la traccia di un rivellino (2) che difendeva la porta Messina. Due sono gli edifici settecenteschi di qualche interesse: una palazzo della prima fase di ricostruzione, dopo il 1718, che conserva al primo piano due balconate riccamente decorate con motivi floreali e volute, con mensoloni a doppia voluta e ringhiere neoclassiche sostituite a quelle originali che dovevano essere barocche; un secondo palazzo, dai tratti rococò, ha subito notevoli rifacimenti in epoche più recenti che pure hanno risparmiato il cantonale (3) e l’alto timpano ornato da festoncini e volute. L’edificio più importante della strada è l’ottocentesco palazzo Cutelli: a pian terreno, tra due semplici botteghe sovrastate da balconcini, si apre un ampio portone ad arco; al piano superiore, quello riservato ai nobili, vi sono tre grandi balconi con ferri e decorazioni dei mensoloni particolarmente curate; pilastri angolari a bugnato definiscono il prospetto, lasciando sulla destra un’appendice della costruzione edificata in epoca più tarda. Giungendo in piazza Caio Duilio, al centro dell’impianto irregolare, sorgeva la fontana del Mela, costruita nel 1643 e rifatta nel 1762/63 dopo le distruzioni della guerra. Ciò che vediamo oggi è la riproposizione in chiave moderna di una testimonianza perduta della Milazzo antica. Si tratta di una vasca poligonale al cui interno sorge un isolotto artificiale circondato da cavallucci marini e aquile, simbolo araldico della città. Al centro troneggia una statua antropomorfa, che, nella versione settecentesca di Giuseppe Buceti, nelle sembianze del dio Mercurio personifica il fiume Mela, raffigurato come un nume seduto nell’atto di reggere un remo con la mano destra mentre versa dell’acqua da una giara con la sinistra.


3- La Fontana del Mela, nella ricostruzione del 1700 attualmente visibile in Piazza Caio Duilio.


Nella stessa piazza, antistante alla Chiesa del Carmine, si erge il palazzo Proto. Ciò che vediamo attualmente è frutto di una ricostruzione successiva ai bombardamenti del 1718; solo un breve tratto conserva le strutture originali. Il palazzo è articolato su tre livelli: la facciata è da dominata da un portone ad arco inflesso, affiancato in origine da quattro colonne che sorreggevano il balcone sovrastante. Il prospetto principale è suddiviso in cinque porzioni da semplici paraste e scandito in elevazioni da cornici marcapiano. A pian terreno si aprono botteghe, al primo balconi abbinati a due a due e sorretti da vistosi mensoloni scolpiti e con ringhiere barocche ricurve; al secondo balconi singoli dalle forme più semplici. L’autore di questo edificio probabilmente si ispirò alla tradizione architettonica del ‘600, ma ingentilendola con motivi floreali di gusto rococò. Nel portone sulla piazza si conserva una bella icona marmorea della Pietà entro una ricca cornice barocca. Il palazzo annovera tra gli ospiti che accolse i reali Borboni, Garibaldi, che vi ricevette Agostino Depretis accompagnato dal Segretario di Stato Francesco Crispi, e fu Quartier Generale dei Garibaldini.

Note:

(1) Tratto da “Milazzo – Ritratto di una città” di Antonino Micale e Giovanni Petrungaro – La Nuova Provincia – Milazzo (1996)
(2) Rivellino: opera fortificata eretta come copertura avanzata dinnanzi alle porte di una piazzaforte
(3) Cantonale: elemento d’angolo (4) Tratto da “Milazzo città d’arte” di Franco Chillemi – Mesogea – 1999

Bibliografia:

- “Milazzo – Ritratto di una città” – Antonino Micale e Giovanni Petrungaro – La Nuova Provincia – Milazzo (1996)
- “Milazzo città d’arte: Disegno urbano e patrimonio architettonico” – Franco Chillemi – Mesogea (1999)
- “Milazzo Sacro” – Padre Francesco Perdichizzi – Stes – Milazzo (1996)
- “Milazzo: guida turistica artistica” – Antonino Micale – Stes – Milazzo (1974)
- “Guida di Milazzo” – Domenico Ryolo – (1974)
- “Stradario Storico della città di Milazzo” – Antonino Micale – Stes – Milazzo (1987)
- “Il Carmelo in Sicilia” – (Non sono disponibili altre informazioni sul testo, danneggiato nella copertina)
- “Il recupero del centro antico di Milazzo attraverso lo studio dell’iconografia antica” – Cinzia Di Paola – Quaderno del DAU No 20 (Dipartimento di Architettura ed Urbanistica dell’UniversitÁ di Catania)

Il Barocco in Italia, in Sicilia, e la fondazione del comune di Niscemi (CL) con la sua chiesa Madre

Tesina/ricerca scritta nell'ambito del corso di Storia dell'Architettura I, con analisi di un opera architettonica da trovare nel proprio territorio: Chiesa Madre di Niscemi (CL)

Capitoli:
>Quadro storico e architettonico del "Barocco"
>Il Barocco in Sicilia:
>Colonizzazione interna della Sicilia nel XVII sec. e fondazione del Comune di Niscemi.
>Assetto ed espansione urbanistica del Comune di Niscemi
>La storia
---La vecchia chiesa
---Il dopo-terremoto e la ricostruzione
---La nuova chiesa
---La facciata
---Restauro
---I Portoni
>Curiosità


Quadro storico e architettonico del "Barocco".

Verso la seconda metà del XVI sec. il progressivo mutare del panorama politico, sociale, economico dovuto agli effetti della scoperta del nuovo mondo e all'ascesa della Francia e dell'Impero Spagnolo come "superpotenze", si intreccia alla Riforma Protestante e alla Controriforma Cattolica. Attraverso tali eventi, arti figurative e architettura maturano un nuovo linguaggio, convenzionalmente definito "Barocco". Il termine Barocco ha un'etimologia incerta: in portoghese significa perla di forma irregolare, mentre in italiano era usato per indicare una forma di sillogismo complicata ed ambigua. I teorici del '700 lo useranno in un'accezione negativa per indicare tutti quegli aspetti dell'architettura bizzarri e che sovvertivano qualsiasi ordine rinascimentale. Bisogna attendere la fine dell'800 affinché il termine si liberi di tale valenza negativa.
Il periodo barocco, che ebbe comunque larga fortuna e diffusione, si associa propriamente ad alcune manifestazioni artistiche del periodo compreso tra il 1600 e 1760. In questo periodo si riescono a fondere due elementi apparentemente contraddittori: sistematicità e dinamismo, dato dalla necessità di appartenere ad un sistema assoluto e integrato ma nello stesso tempo aperto e dinamico. Proprio per questo motivo si ha una nuova concezione di spazio e natura ed il rapporto, di questi, con l'uomo; ma anche l'adozione di forme dinamiche, effetti luministici e scenografici e l'accentuazione della pregnanza emozionale della rappresentazione. Tutto ciò scaturisce inoltre da un fattore molto importante: la grande rottura della sintesi tra arte e scienza. L'artista non è più in grado di riassumere nella sua persona i ruoli del filosofo e dello scienziato ma si pone in un posto fisso nella gerarchia sociale, scegliendo entro certi limiti il sistema che vuole; inoltre, dopo aver fatto ciò, egli sente il bisogno di rendere tale sistema visibile e manifesto. Così, vera e propria civiltà dell'immagine, la cultura figurativa barocca diviene strumento di propaganda e di persuasione del potere religioso e politico. L'arte assume quindi un ruolo predominante in questo periodo proprio perché è il mezzo di comunicazione più diretto rispetto alle dimostrazioni logiche ed inoltre più accessibile all'analfabeta. All'interno di questo concetto si inserisce perfettamente l'intera architettura barocca che inizia a trasformare il paesaggio in una rete di sistemi centralizzati che hanno idealmente un'estensione geometrica infinita e ordinata.


Il Barocco in Sicilia:

Il periodo che va dalla fine del XVI sec. agli inizi del XVIII vede un vasto movimento di colonizzazione interna alla Sicilia che porta ad un riordino delle strutture urbane esistenti e alla nascita di nuove realtà comunali. Predominante è la presenza delle classi egemoni: aristocrazia ed ecclesiastici ai quali vengono concessi i permessi di costruire nelle zone più prestigiose e agronomicamente ben collocate, con l'intento di apportare vantaggi economici, sociali e culturali alle popolazioni. E' proprio in questo lungo periodo barocco che assistiamo ad un'intensa attività edilizia ed urbanistica, inserita in un clima di riorganizzazione e rinnovamento che vede le città murate trasformarsi in città aperte, con la totale demolizione delle opere di fortificazione. Per queste città non si può però parlare di "urbanistica barocca" in quanto non ritroviamo un disegno urbano unitario. Si può invece parlare di città celebrate dal Barocco, dal momento che troviamo ambienti urbani fastosi e magnifici che non ripropongono più le dimensioni ridotte e la pluralità dei temi architettonici delle città medievali. Si realizzano quindi le decorati sedi dell'aristocrazia e dei nuovi ordini religiosi mentre la municipalità, con le strade e le piazze, realizza quei "salotti urbani" sedi degli incontri mondani della borghesia e, nel contempo, delle feste, delle processioni e fiere delle classi popolari. Il piano barocco è dunque quello di organizzare la sua estensione in funzione di centri focali. Ma poiché tali centri rappresentavano un movimento statico rispetto al movimento orizzontale, bisognava definirli attraverso assi verticali. Ecco perché si spiegano le magnifiche cupole delle alti e monumentali chiese barocche che solitamente si adattano perfettamente agli ampi spazi in cui si affacciano: le piazze. Le piante della chiesa barocca siciliana sono varie e sono quelle individuate da impianti longitudinali a una o a tre navate, quelle da impianti centralizzati e quelle, più raramente ottenute dalla combinazione dei due tipi precedenti.
Tra le tre la più usata, anche fino alla fine dell'800 è l'impianto longitudinale nella versione a tre navate che era generalizzata per le chiese matrici nelle quali era prevista l'accoglienza di folle di fedeli; la versione a una navata era invece preferita per le chiese annesse ai conventi e infine la pianta centralizzata, essendo di superficie più ridotta, consentiva lo svolgersi della preghiera comunitaria. Inoltre sotto le indicazioni liturgiche della Controriforma il presbiterio viene separato dalla zona riservata ai fedeli mediante transenne o rialzi con gradini, e al centro di esso, in posizione elevata, viene posto l'altare principale. Altri altari, ognuno attribuito ad un santo diverso, vengono poi disposti lungo le pareti, spesso dentro cappelline intercomunicanti. Il presbiterio si conclude generalmente con un'abside, mentre la zona d'incontro con il transetto è definita da una cupola. Il resto dell'organismo interno si basa sull'aggregazione di cellule spaziali rinascimentali generalmente ad impianto quadrato che si concludono lateralmente con archi sorretti da colonne o pilastri e superiormente con una volta a vela o a crociera. Ma l'elemento che più assume importanza e valenza simbolica è la facciata, la quale rappresenta la vera caratteristica delle chiese barocche siciliane in quanto, a differenza degli impianti interni, ha prodotto quasi sempre immagini originali e fantasiose. Essa va dal tipo ad impianto retto e squadrato della tradizione cinquecentesca a quello ondeggiante sinusoidale. In alcune soluzioni presenta due campanili staccati e affiancati, mentre in altre i campanili emergono dalla trabeazione di conclusione dell'ultimo ordine. Infine a conferire ricchezza espressiva a tutta l'architettura religiosa sono le decorazioni, realizzate mediante segni plastici caratterizzati da una "laicità" prorompente (mascheroni, erme, figure muliebri, ecc…), mediante quelli tradizionali (angeli, putti, ecc…) e dall'imitazione della natura (fiori, frutta) che si ritrovano anche in tutto il barocco europeo.


Colonizzazione interna della Sicilia nel XVII sec. e fondazione del Comune di Niscemi.

Il periodo che va dalla fine del XVI sec. agli inizi del XVIII vede un vasto movimento di colonizzazione interna alla Sicilia intrinseca ad un massiccio intervento di popolazione delle campagne e ad un ampio sfruttamento delle risorse agricole con un conseguente sviluppo delle attività socio - economico - culturale siciliane. La Sicilia era allora governata da Filippo IV di Spagna e Sicilia, che per il suo prepotente dispotismo e per i suoi continui bisogni finanziari, travolse l'isola in una irreparabile crisi economico-sociale ,che sarebbe continuata se molti signori della nobiltà non avessero pensato a rialzare le sorti dell'agricoltura. E' proprio in questo periodo che assistiamo alla rapida ascesa della nobiltà, che approfittò della vendita da parte del re di titoli nobiliari, di terre demaniali o vescovili, di "licentia populandi" e giurisdizioni del mero e misto imperio per accrescere sempre più il loro prestigio personale. Dunque i Baroni furono spinti alla colonizzazione interna della Sicilia, non solo da motivi politici ma da necessità di ordine economico - sociale, in un momento in cui cercavano guadagni sempre maggiori per il mantenimento del lusso da sfoggiare e dalla necessità di dare al territorio una migliore disposizione per intensificare lo sfruttamento delle risorse agricole. Bisogna inoltre evidenziare che la nascita dei nuovi Comuni è strettamente connessa all'ingente sviluppo demografico e quindi ad una necessità di provvedere ad una maggiore produzione di derrate alimentari creando nuove aree agricole mettere a colture. E' proprio in questo contesto politico – economico - culturale che si inserisce la fondazione del Comune di Niscemi. A puntare gli occhi sul feudo niscemese fu la Baronessa Giovanna Branciforte, madre e tutrice di Giovanni Branciforte, che per risollevare le sorti del figlio decise bene di investire sull'urbanizzazione e sullo sfruttamento agricolo di questo territorio. La scelta del luogo destinato ad accogliere i nuovi coloni cadde in quella parte occidentale della collina alta 332 m sul livello del mare, climatologicamente mite e ben arieggiata e che prestava una buona collocazione da un punto di vista agronomico. Inoltre un altro richiamo di attrazione fu, senza dubbio, la fama che si era diffusa nei paesi limitrofi del ritrovamento del quadro della Madonna, conservato in una chiesetta rustica e che faceva ritenere il luogo come privilegiato per i miracoli e le grazie. Donna Giovanna, in nome del figlio Don Giuseppe Branciforte, volendo quindi conferire solennità giuridica alla fondazione di Niscemi, previo pagamento di onze 400, ne ottenne licentia populandi addì 30 giugno 1626 dal vicerè cardinale Giovanni Doria. Per essa si dava facoltà a Don Giuseppe Branciforte di congregare persone nella baronia di Niscemi, di esercitarvi il mero e misto imperio cioè la giurisdizione civile e penale, di imporvi la gabella della dogana per l'importazione delle merci, di eleggervi il castellano o governatore come suo luogotenente, il secreto per la riscossione delle rendite e dei provenienti del patrimonio baronale, il capitano per assicurare l'ordine pubblico e per amministrare la giustizia penale, il giudice per amministrare la giustizia civile, i giurati per curare le funzioni di polizia locale nell'interesse del Comune e cioè la costruzione di nuovi edifici, la salvaguardia dei diritti di tutti gli abitanti e la ripartizione delle tande o tributi da versare allo Stato e, infine, altri ufficiali indispensabili, come il maestro notaro o segretario per la stesura degli atti del Comune. In virtù dell'autorizzazione vicereale, la borgata della baronia di Niscemi, nello spirar del giugno 1626, divenne Universitas e come tale, nella Val di Noto, ufficialmente entrò a far parte dei Comuni della Sicilia. Donna Giovanna si rese conto però che la scelta del luogo, per quanto felice, non poteva considerarsi sufficiente per la colonizzazione della terra, per cui bisogna mostrare ai nuovi venuti i vantaggi e la convenienza che potevano avere da un punto di vista economico e finanziario fermandosi definitivamente nella nuova terra. Così, anziché spendere ingenti capitali per la costruzione di strutture, ella puntò sulla concessione di aiuti economici ai massari che venivano a coltivare la terra nella baronia di Niscemi. Ben presto i coloni che vennero a stabilirsi sul territorio niscemese furono numerosi e iniziarono la costruzione di case fatte di pietra e taio, rivestite con intonaco di calcio senza alcuna pretesa architettonica e alquanto modestamente costruite.
Divenuto maggiorenne, Giovanni Branciforte prese la direzione per la tutela dei suoi beni disegnando una pianta planimetrica del comune secondo le norme urbanistiche del tempo. La tipologia urbanistica impiegata dal barone si rifaceva ad una legge emanata il 13 giugno 1573, da Filippo II per la colonizzazione dell'America e sulla quale si basava anche tutta la colonizzazione della Sicilia. In tale codificazione egli prescrive:<>. Così al centro del paese sorgeva la nuova Chiesa Madre, nello stesso luogo in cui si trova quella attuale, con la facciata rivolta a mezzogiorno e con un'ampia strada di fronte che serve a conferirgli maggiore solennità. Essa è isolata dagli altri fabbricati in quanto il suo pavimento si alza da terra e per potervi accedere bisogna salire diversi scalini, conferendogli in questo modo sempre più grandiosità e maestosità. La sua costruzione si deve alla grande generosità e devozione del popolo niscemese che con elemosine, mano d'opera gratuita e offerte dei vari materiali contribuirono alla sua nascita. La nuova Chiesa (si usa il termine "nuova" dato che allora esisteva già una piccola chiesetta, Chiesa della Madonna, costruita sul luogo del ritrovamento della sacra effige) venne dedicata a Maria Santissima d'Istria, corruzione del vocabolo greco Odigitria che significa "Guida del Cammino". Nel 1639 però, dopo pochi anni dalla sua fondazione, Niscemi, come tutta la Sicilia Orientale venne travolta da un terribile terremoto che danneggiò gravemente tutte le case e sopratutto la Chiesa Madre. E' stato accertato che non vi furono morti ma non si può disconoscere che tutte le costruzioni, in seguito ai danni subiti , vennero demolite e poi ricostruite senza cambiare l'assetto urbanistico che avevano ricevuto nell'originario piano regolatore. Salvatore Boscarino afferma infatti: <>. Nel frattempo Carlo Maria Caraffa era diventato Signore dello Stato e della Università Niscemese, il 24 febbraio 1671 in seguito alla morte dello zio Giovanni Branciforte e all'investitura datagli da Carlo II con la lettera del 6 luglio 1676. Egli era intervenuto con aiuti finanziari insignificanti a favore della nostra popolazione e per la ricostruzione delle case e delle Chiese. Queste infatti vennero con il tempo riedificate con la contribuzione generosa delle singole famiglie e con il solo aiuto morale del Principe di Butera e del vescovo di Siracusa.


Assetto ed espansione urbanistica del Comune di Niscemi

L'assetto urbanistico del paese risale alla seconda metà del XVII sec. ed è caratterizzato dalla maglia ortogonale, sviluppata intorno alla piazza principale che nasce dalla soppressione di due isolati e dove si affacciano gli edifici monumentali più rappresentativi: la Chiesa Madre, il palazzo comunale e la Chiesa dell'Addolorata. La pianta planimetrica del centro abitato venne disegnata dallo stesso Principe Giuseppe Branciforte.
Il disegno delle piante dei comuni di nuova fondazione, fa supporre che vi fosse un modello originale che, con gli adattamenti che di volta in volta si prendevano necessari, veniva utilizzato dai singoli fondatori. Il singolo progetto di ogni nuovo comune doveva essere elaborato attentamente a tavolino, in base ad una serie di elementi urbanistici calcolati non senza raffinatezza.In via preliminare, bisognava decidere quale e quanta terra doveva essere destinata per le costruzioni,e quale e quanta terra riservare alle colture agrarie dei nuovi abitanti , predisponendo le indispensabili operazioni. Il territorio urbano di una comunità feudale , per legge o per tradizione era così costituito: 1) Dal centro abitato vero e proprio. 2) Dalle cosiddette terre comuni, cioè da una estensione di superficie agraria e forestale appartenente al patrimonio comunale. Generalmente le terre comuni erano immediatamente confinati al centro abitato. 3) Dalle terre concesse in enfiteusi agli abitanti e che in seguito si sono trasformate in "chiuse", cioè in beni alloidali liberamente commerciabili. 4) Dalle terre feudali del barone, del vescovo o anche della stessa università, coltivate dagli abitanti con rapporti più o meno precari di affitto o di terraggio.
Dalla piazza si dipartono gli assi principali con andamento rettilineo in direzione nord-sud ed est-ovest sviluppando un impianto a scacchiera estremamente regolare,il cui elemento base è costituito dall'isolato "a spina". In generale la forma dell'isolato è quella rettangolare allungata con il lato esposto verso mezzogiorno,ma in alcuni casi esso si restringe fino a diventare quasi un quadrato. All'interno della maglia ortogonale assume importanza fondamentale l'isolato come elemento base della griglia per la costanza e modularità delle sue dimensioni in relazione alla posizione del tessuto urbano. La forma dell'isolato è strettamente connessa alla tipologia abitativa minima ed assume prevalentemente la forma rettangolare allungata con la dimensione minore costante determinata dall'accostamento di due cellule apposte dorso a dorso e la dimensione maggiore variabile in dipendenza del numero delle cellule che si ripetono fianco a fianco. Questa organizzazione dell'isolato "a spina",su un muro centrale, è la più semplice ed economica in quanto ogni cellula ha in comune con le altre tre muri su quattro ed il suolo urbano risulta sfruttato al massimo per l'edificazione. Le dimensioni e la tipologia della cellula abitativa sono stati, fino a poco tempo fa, quasi sempre costanti:la casa terrana, tipologia largamente prevalente sulle altre è costituita da un unico vano ,nel quale si svolge la vita, un tempo promiscua di uomini ed animali, di larghezza costante sui metri sei di prospetto e sette di profondità. La casa era quasi sempre solarata, per ricavare attraverso un solaio un altro vano cui si accedeva tramite una scala a pioli.
Dal confronto delle cartografie storiche risulta chiara una crescita della città verso nord-est secondo un doppio sistema di assi ortogonali con la persistenza di tracciati più antichi, le regie trazzere, che determinano e guidano alcune deformazioni del reticolo. La carta topografica più antica risalente al 1867 mostra già un tessuto abbastanza compatto, con un perimetro vagamente circolare attestato a sud del declivio e innervato a nord da stradoni di collegamento al territorio,le antiche regie trazzere. Nella cartografia del 1897 si nota l'inizio di un'edificazione lineare lungo i bordi delle suddette vie mentre in quella del 1920 è ormai chiara una crescita della città secondo l'adattamento alla preesistenza dei tracciati che determinano una rotazione della tessitura di alcuni gradi rispetto all'orientamento sud-nord originario.
Niscemi conferma quindi alcune accreditate teorie sulla genesi e lo sviluppo dei fenomeni urbani e in particolare la teoria della permanenza del piano e dei tracciati, formulate da Marcel Poete ("La città antica", Torino 1958) molti decenni addietro, secondo la quale è specifico del fenomeno urbano la persistenza,nel corso dei secoli, dell'edificazione sullo stesso piano urbano e il mantenimento dei tracciati che da antichi sentieri di collegamento si vanno man mano trasformando in strade urbane. Le barriere naturali,quindi,e i tracciati di origine spesso condizionano il principio insediativo qualunque ne sia la cultura e l'epoca che lo hanno prodotto. Le carte del '66 e del '70 mostrano ormai una città consolidata con una trama che, originariamente pseudo regolare si allunga, si sfilaccia, ruota, si deforma e accoglie in se gli antichi tracciati delle regie trazzere.



1) Cartografia militare del 1867 2) Cartografia del 1897 3) Cartografia del 1920 4) Cartografia del 1966 5) Cartografia del 1970


La storia

La Chiesa Madre, Santa Maria D’Itria, non è stata costruita una sola volta, bensì due. Una prima volta quando il comune è stato fondato, nel 1599, e una seconda volta in seguito al rovinoso terremoto dell’ 11 gennaio 1693, che distrusse gran parte dei palazzi niscemesi e la chiesa in esame.

La vecchia chiesa

Non ci è rimasto nessun documento della vecchia chiesa Madre, che era stata costruita nel decennio successivo alla fondazione del comune, perché gli archivi furono distrutti da un incendio. Sappiamo soltanto, grazie alla relazione sugli edifici sacri di Niscemi, inviata nel 1746 al vescovo di Siracusa mons. Matteo Trigona da don Antonio Maceri, che la vecchia chiesa Madre era ubicata nello stesso luogo dove poi fu costruita quella nuova; senza essere sicuri, però, se fosse stata costruita a spese di Giuseppe Branciforte, nel periodo principe di Niscemi, oppure per contribuzione volontaria del popolo.
La relazione sulla prima visita pastorale avvenuta il 26 gennaio 1654 fatta da mons. Giovanni Antonio Capobianco, vescovo di Siracusa, alla parrocchia di Niscemi, ci da informazioni a chi fosse dedicata la chiesa; la chiesa era dedicata a Santa Maria de Itria, che non è altro che una alterazione del vocabolo greco Odigitria, che significa “guida del cammino”.
Nel 18 ottobre del 1700 mons. Asdrubale Termine fece una nuova visita pastorale al comune di Niscemi, e dalla relazione riusciamo ad avere qualche informazione sulla struttura interna della chiesa; si rivela che la chiesa al suo interno aveva due cappelle, una dedicata al Purgatorio e l’altra al Rosario, poi, sempre dalla relazione, si ricava che vi erano anche diversi altari dedicati a Sant’Anna, alla Sacra Famiglia, a San Pietro e Paolo e al Santissimo Crocifisso.
La chiesa però, come già detto, venne distrutta dal terremoto del 1693 e pertanto aveva bisogno di un urgente ed accurato restauro, per ciò in occasione delle visite pastorali, i vescovi di Siracusa, sollecitarono la popolazione a contribuire per le spese necessarie alla riedificazione della nuova chiesa.
Oggi, durante i lavori di restauro compiuti dall’Architetto Palumbo, sulla chiesa e sulla cripta, è stata trovata una fondazione diversa dalle altre e per questo si pensa che appartenesse alla vecchia chiesa; questa presenza è molto importante perché ci da la conferma sul fatto che la chiesa nuova sia stata costruita sulle fondazioni di quella vecchia, anche se si pensa che fosse stata ingrandita perché la parte di fondazione trovata è più piccola.


Il dopo terremoto e la ricostruzione

Dopo il rovinoso terremoto del 1693, negli anni che vanno dal 1710 al 1780, il popolo da solo, senza nessun aiuto esterno, riuscì a ricostruire quasi tutte le chiese oggi esistenti, trascurando però la Chiesa Madre, anche se aveva bisogno di un urgente ed accurato restauro.
Il vescovo, considerando che le risorse economiche venivano disperse per la costruzione di chiese filiali, ordinò al clero e ai fedeli di sospendere tutti i lavori sino a quando non fosse terminata la costruzione della Chiesa Madre.
Il principe sino al 1725 rimase al di fuori della vicenda niscemese, e solo in quell’anno, trovandosi in visita al paese, si accorse delle condizioni drammatiche in cui si trovava, ma il suo interessamento si limitò alla costituzione di un comitato cittadino per la raccolta di fondi necessari ai cantieri, senza mai impegnarsi economicamente. Il principe mise al capo del comitato il sac. Antonio La Iacona, e restò al di fuori della vicenda perché non era interessato dal paese dato che la sua concentrazione era più attratta dal paese di Butera.
Mons. Matteo Trigona per invogliare ancora di più la popolazione chiese ed ottenne dalla Santa Sede nel 1739 la concessione di speciali indulgenze per tutti coloro che si fossero impegnati alla ricostruzione. È da sottolineare la profonda devozione e carità di tutta la popolazione niscemese del periodo, che si adoperò in qualsiasi modo per aiutare la ricostruzione degli edifici sacri donando oltre al denaro, frumento, orzo, galline, materiali, animali da trasporto e offerte gratuite di mano d’opera.
I lavori per la costruzione della nuova chiesa ebbero inizio nel 1742, e il progetto fu affidato all’Architetto Giuseppe La Rosa, che con i suoi disegni riuscì a conquistare il parroco, i giurati e il principe Branciforte. I lavori continuarono finanziati dalla popolazione sino al 1751, quando il nuovo parroco, don Antonio Monelli, decise di sospenderli provvisoriamente perché vedeva i cittadini ormai stanchi. Negli anni successivi però la concentrazione dei finanziamenti della popolazione si spostò verso la riedificazione della chiesa di Maria SS.ma Addolorata e anche a causa degli scarsi raccolti non si riuscì più a portare a termine la Chiesa Madre. La chiesa rimase incompleta nel terzo ordine della facciata; l’interno rimase senza intonaco, stucchi e decorazioni. In questi anni s’intonacarono le pareti con della calce; fu fatto il pavimento con lastre di marmo nero di Ragusa, alternate con strisce bianche di Poggio Diana; si sistemarono i vecchi altari recuperati e le campane; fu benedetta, e il 15 luglio 1753, in occasione della visita del vescovo di Siracusa mons. Francesco Testa, fu consacrata, e ripresero ad essere celebrate le sacre funzioni.

La nuova chiesa

Si vede subito che la chiesa ha una pianta basilicale a tre navate a croce latina, in stile barocco, ma si possono osservare diverse anomalie.Le cappelle dedicate al SS.mo Sacramento e al SS.mo Crocifisso, situate lateralmente all’ abside centrale, non hanno la stessa larghezza delle navate laterali, sono più larghe; e le navate laterali non rispecchiano la simmetria classica delle basiliche, in quanto risultano più piccole del ventotto per cento rispetto ai normali canoni architettonici. È stata trovata una spiegazione a questa anomalia, nell’episodio descritto, in una delle sue lettere, dal can. Rosario Disca; egli scrive: si narra che nella via a sinistra della chiesa vi fosse la casa del capitano di giustizia di quel tempo, il quale per evitare che la propria casa restasse soffocata dalla chiesa, impose con minacce, al capo mastro, di restringere la chiesa, quindi quello che vediamo non è il disegno di Giuseppe La Rosa perché le navate laterali furono ristrette di circa due metri. Le cappelle quindi sono più larghe perché rimasero nella loro forma originaria, e a causa di questo restringimento non è stato possibile aprire tre portoni sulla piazza, ma solo uno. Altra anomalia che si può riscontrare sta nel fatto che, i bracci dell’impianto a croce latina non sono in linea col transetto, e quindi non formano una vera e propria navata trasversale con a centro la cupola, si estendono sino alle navate laterali e poi sembrano spostate più a nord andando a formare le due cappelle laterali.



Le tre navate sono divise da cinque pilastri liberi per lato. I pilastri hanno una sezione quadrangolare, poggiano su uno zoccolo, e sono decorati con paraste in stile composito addossate a leggero rilievo; si notano anche delle scanalature intervallate da listelli, che da un certo punto in poi corrono per tutto il pilastro.
L’abside della navata centrale ha una forma molto allungata perché contiene il presbiterio con gli scanni per il clero, è diviso dal transetto da una iconostasi costituita da eleganti balaustri in marmo policromo artisticamente lavorati, e in fondo troviamo l’altare maggiore anch’esso in marmo policromo lavorato in stile barocco.La navata centrale risulta ottimamente illuminata grazie alle dieci finestre aperte cinque per lato nel claristorio, ed al grande finestrone che si apre sulla facciata sopra il portone centrale.
La cupola è posta all’incrocio del transetto con la navata centrale e risulta molto slanciata ed ariosa, effetto accresciuto dai colori delle decorazioni molto chiari e dalle ampie aperture. La sua forma semi sferica, però, non viene ripresa nella muratura esterna, in quanto viene ricoperta da una banale costruzione quadrata. Per quanto riguarda le decorazioni si possono individuare: i quattro medaglioni, in stucco a rilievo, dei quattro evangelisti che sono rappresentati nelle vele, S. Luca, S. Giovanni, S. Matteo, S. Marco, accompagnati dai loro simboli religiosi, il bue e il vangelo, l’aquila e il libro, l’angelo e il libro, il leone alato; nella cupola si alternano alle aperture i quattro dottori della chiesa; e al centro lo Spirito Santo circondato da nuvole e da angeli con i raggi. La navata centrale risulta ottimamente illuminata grazie alle dieci finestre aperte cinque per lato nel claristorio, ed al grande finestrone che si apre sulla facciata sopra il portone centrale.


La navata centrale è coperta con una volta a botte a tutto sesto, e la sua linea d’imposta poggia sulla trabeazione che gira per tutto il perimetro della chiesa; l’intera superficie della volta risulta divisa in cinque parti, che vengono scandita dagli archi che si scaricano sugli altrettanti pilastri. Sull’ intradosso della volta, come già detto, si aprono cinque finestre per lato che determinano altrettante lunette nella zona dell’ archivolto, ed hanno il compito di illuminare l’intera chiesa. Sotto l’arco poggiante sulle alette del terzo e quarto pilastro, è stato ricavato uno spazio dove è stato collocato un ricco ed artistico organo in legno scolpito in foglia d’oro; e quasi di fronte, nel quarto pilastro, è stato posto un pulpito in legno lavorato e decorato, e di sopra è stato posto un baldacchino a tettoia anch’esso in legno decorato allo stesso modo del pulpito.

C’è da dire che di recente è stato fatto un grandissimo scempio per quanto riguarda l’ organo. Inizialmente la ringhiera si portava verso l’esterno correndo su di un palchetto che serviva per permettere al musicista di sedere davanti l’organo per suonarlo. Con la scusante che le opere di restauro dell’organo fossero troppo onerose si è ben pensato di tagliare il palchetto è abbandonare l’organo al suo destino.



Le navate laterali sono suddivise in cinque campate, con gli archi di volta che si poggiano sui pilastri liberi della navata centrale e sulle paraste addossate alle pareti di destra e di sinistra, e sono coperte con volte a crociera rettangolari i cui costoloni di spigolo convergono tutti in un cerchio centrale in stucco decorato. Nelle navate laterali inizialmente erano sistemati quattro altari per lato, dove al di sopra si potevano osservare dipinti o statue in legno che in tempi più recenti sono stati sostituiti. Precisamente, entrando nella navata di sinistra, troviamo: il primo altare dedicato alla Madonna del Carmelo, il secondo alla Madonna del Carmine con le relative statue, il terzo altare dedicato a San Biagio con una tela raffigurante la Madonna del Bambino Gesù, infine il quarto dedicato a San Saverino con la relativa statua. Invece la navata di destra comprende il fonte battesimale in legno lavorato e decorato in modo simile al pulpito e all’ogano, e al di sopra del quale si può vedere un quadro di ottima fattura che raffigura il battesimo di Gesù; un sarcofago dove è sepolto Giuseppe Antonio Masaracchio morto il 9 marzo 1860; un altare in marmo policromo scolpito in stile barocco e dedicato alla Sacra Famiglia che ha un grande quadro dipinto di un autore ignoto ma di ottima fattura; al posto del secondo altare è stato sistemato un confessionale, ma è rimasto un grande quadro dipinto raffigurante il transito di San Giuseppe; il terzo altare è in marmo policromo ma con elementi lineari e semplici, e al di sopra vi è una statua in stucco dedicata al Sacro Cuore di Gesù.I bracci del transetto contengono altri due altari; a sinistra quello dedicato alla Madonna del Rosario, e a destra quello dedicato a Gesù alla colonna, con la relativa statua racchiusa in una nicchia.


1) Altare della madonna del carmelo 2) Fonte battesimale 3) Altare Sacro cuore di Gesù 4) Altare della Madonna del rosario 5) Altare di Gesù alla colonna

Nella cappella di sinistra, del SS.mo Crocifisso, vi è un grande altare in marmo policromo scolpito in stile barocco con un grande crocifisso in legno scolpito, che sono in fase di restaurazione. Sulla parete destra della cappella è possibile trovare il monumento funebre di Antonio malerba Castronovo morto nell’1883. La copertura della cappella risulta divisa in otto vele e affrescata con angeli in gesso a rilievo, e nel medaglione centrale è stato dipinto Gesù risorto con la croce.
La cappella di destra, del SS.mo Sacramento, ha un altare in marmo policromo con diversi disegni lineari semplici; la parete di fondo risulta racchiusa tra due colonne in stucco in stile composito, complete di trabeazione e timpano triangolare. Nella parete sono posti due angeli ad alto rilievo circondati da nuvole, che con la mano destra sorreggono il Sacramento e con la sinistra una corona di fiori; mentre le pareti di sinistra e destra sono adornate con due grandi quadri ad olio di ottima fattura, ma di autori ignoti.



La facciata

La facciata è costituita da tre ordini, di cui l’ultimo rimasto incompleto e completato solo in tempi recenti (vedi foto di copertina). La superficie di ciascun ordine è divisa da due paraste in tre rettangoli, di cui i due laterali rientrano con leggera concavità conferendo movimento, snellezza ed eleganza a tutta la facciata. Quella centrale è la parte che risulta più bella ed artistica, in particolare, nel primo ordine, si trova il ricco motivo plastico del portale che si pone subito in evidenza con due fasci di colonne a tutto rilievo e con il suo fastoso coronamento. I fasci sono costituiti da tre colonne per ciascun lato in stile composito, complete di piedistallo, base, capitello e trabeazione, con il fusto che presenta un’ entasi a due terzi dell’altezza, e un conseguenziale assottigliamento al sommoscapo e all’imoscapo. Il dado del piedistallo ha una superficie divisa in quattro triangoli i cui vertici centrali sono in leggero rilievo. Sopra il portale è posto un medaglione con sculture in bassorilievo che rappresentano l’ostia e il calice. Nelle parti laterali sono ricavate delle nicchie che contengono le statue in grandezza naturale di San Giovanni e San Marco.
Nel secondo ordine troviamo un’ampia finestra con una cornice, individuata da dalle paraste complete di trabeazione e finimento, artisticamente adornata con un motivo ornamentale che riprende quello del portale. Anche qui nelle parti laterali troviamo due nicchie uguali a quelle di sotto che contengono le statue, sempre in grandezza naturale, di San Pietro e San Paolo.
Il terzo ordine come già detto è rimasto incompiuto perché manca la trabeazione, il finimento e il coronamento di statue, ma c’è solo una semplice croce in ferro. Come gli altri risulta diviso in tre parti, con quella centrale che racchiude tre celle campanarie i cui architravi sono costituiti da archi a tutto sesto che hanno l’imposta su delle paraste; mentre nella parte sinistra troviamo un orologio, invece quella di destra è rimasta incompleta. Secondo scritti del can. Rosario Disca, la chiesa, nel terzo ordine, doveva avere tre celle campanarie ornate di statue, a grandezza naturale, di evangelisti ed apostoli col Cristo che doveva coronare il finimento.
Nelle superfici laterali di destra e di sinistra della chiesa, troviamo quattro paraste per lato che ne scandiscono lo spazio; queste arrivano sino al tetto e sono completate da un piedistallo dove dovevano essere collocate altrettante statue, che però, non furono mai scolpite. A seguito di queste, che hanno una funzione portante, si trovano dei contrafforti in pietra artisticamente lavorati.
I materiali utilizzati sono: la pietra di Placane, tipica del luogo, scolpita e squadrata, per le parti portanti; e i mattoni in laterizio per i riempimenti. Questi materiali dai colori uno giallo e uno rosso forniscono un contrasto che insieme alle concavità della facciata accentuano gli effetti chiaroscurali.


Restauro

Alla fine degli anni ottanta ci si è accorti che c’erano delle infiltrazioni all’interno della chiesa e per questo è stato richiesto un restauro delle coperture. I progettisti del restauro delle coperture sono stati l’Arch. Marilù Balsamo e l’ Arch. Palumbo.
Dalle indagini condotte e da documenti ritrovati, è stato accertato che tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70 il Genio Civile aveva approntato un progetto per la riparazione dei tetti. Dalle indagini si è visto che quando negli anni ’70 sono state montate le nuove coperture, corrispondenti alle navate laterali della chiesa, non si è tenuto conto delle quote e del sistema di canalizzazione delle acque originario. Tanto che nella zona del sottotetto delle navate laterali era evidente che il tavolato, posto sopra le travi, e i coppi, sbattevano contro le cornici in pietra delle finestre che illuminano la navata centrale. Questo comportava che l’acqua piovana riusciva ad infiltrarsi tra la cornice in pietra e il tavolato che non era stato incassato nella muratura per non danneggiare le cornici.
Negli anni ’90 il problema fu provvisoriamente risolto con la posa in opera di una guaina all’esterno tra la muratura e i coppi. Successivamente un intervento di restauro portò alla sostituzione dei tetti e al ripristino delle quote e dei sistemi di smaltimento delle acque originario.
Nello smantellamento dei tetti, nei sottotetti sono stati ritrovati volute, statue e mensole, che sono quelle originarie scolpite per il finimento del terzo ordine. Gli stessi architetti hanno perciò richiesto lo stanziamento di denaro necessario per un secondo intervento di restauro necessario per il posizionamento nei punti originari degli elementi ritrovati.



Altre opere di restauro hanno poi interessato l’interno della chiesa, e nello specifico il posizionamento originario dell’altare e delle balaustre; e l’intervento nella cripta che è consistito nello spostamento di tutti i defunti e la ripavimentazione della stessa.


I portoni.


Viste le condizioni pessime in cui si trovavano il portone principale e i due laterali, negli inizi degli anni ’90 è partito un progetto che doveva consegnare alla chiesa tre grandi portoni in bronzo scolpito.
Il primo ad essere realizzato fu quello centrale, progettato dal geometra Salvatore Ravalli, scolpito dallo scultore H. Josef Rungaldier, fuso da Giuseppe Gagliano nelle fonderie Mongelli di Milano, collocato nel giugno del 1998 dall’impresa Gaetano e Sandro Di Giovanni; all’opera contribuirono il Comune, il Banco Ambrosiano Veneto, Francesco e Ludovica Nicastro, la parrocchia e i fedeli. Il secondo ad essere realizzato fu quello di destra in occasione dell’anno giubilare del 2000. Fu progettato e scolpito dalle stesse personalità del portone centrale, fuso nella fonderia dei F.lli Lucarini di Pietrasanta e finanziato dall’ amministrazione comunale, la parrocchia e tutti i fedeli.
Il portone di sinistra fu l’ultimo ad essere realizzato, nel giugno del 2001. progettato e scolpito dagli stessi artisti degli altri due portoni, fuso nella fonderia dei F.lli Lucarini di Pietrasanta e finanziato dai medici: Parrimuto Mario, Nicastro Santi, Piazza Giuseppe, Monelli Francesco, Giudice Salvatore, Gatto Giuseppe, Cusmano Carlo, La Mantia Maria Grazia, e i devoti di Maria SS. del Bosco.

Curiosità. Recandomi nella chiesa per fare le foto e vedere più nel dettaglio i particolari, mi sono accorto che la facciata della chiesa è leggermente inclinata verso l’interno. Guardando i punti di legatura del portone, si vede che quello basso è distanziato circa 10 cm dal muro interno della facciata, invece quello superiore è quasi attaccato alla facciata; ciò comporta che, o il muro o la facciata sono storte. Il portone per aprirsi o chiudersi è necessario che sia posto in una posizione perfettamente verticale, quindi se il portone è dritto concludo che la facciata deve essere storta e in particolare inclinata verso l’interno. Ma quale potrebbe essere la motivazione?Una soluzione si può andare a ricercare nella storia: i greci quando costruivano i templi usavano diverse correzioni ottiche, una delle quali consisteva nell’inclinare leggermente le colonne verso l’interno per evitare l’effetto che queste davano, a chi si avvicinasse, di cadergli addosso; in questo periodo però non vengono fatti questi tipo di studi e tale ipotesi si dovrebbe scartare. Un’altra ipotesi si può andare a ricercare nella funzionalità: potrebbe essere stata fatta così per aumentarne la resistenza dato che in questo modo si appoggia alle mura laterali. Un’altra soluzione ancora può trovarsi nei cedimenti che la facciata ha, infatti basta osservare attentamente la muratura da vicino per accorgersi che è in parte deteriorata e in alcuni punti manca anche la malta.


Bibliografia

·"Geografia antropica" di Angelo Marsiano
·"Niscemi.Origini e fondazioni" di Emanuele Conti, Salvatore, Sciascia Editore 1977, Caltanissetta-Roma
·"Storia di Niscemi" di Angelo Marsiano, a cura del Lions Club di Niscemi, anno sociale 1991/92
·"Città nuova di Sicilia, XV-XIX sec." a cura di Maria Giuffrè, Palermo, Vittorietti 1979
·"Niscemi. Il recupero della memoria" a cura di Francesco Asta e Salvatore Ravalli, Università degli Studi di Palermo, Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Caltanissetta
·"Niscemi 1693-1993, tre secoli di storia" di Daniela Vullo, Niscemi 16 maggio-6 giugno 1993
·Progetto di restauro della Chiesa Madre di Niscemi, relazione tecnica progetto esecutivo, Arch. Marilù Balsamo e Arch. Roberto Palombo, luglio 1989
·Progetto di restauro della Chiesa Madre di Niscemi, relazione storica, Arch. Marilù Balsamo e Arch. Roberto Palombo, luglio 1989
·Progetto di restauro della Chiesa Madre di Niscemi, relazione tecnica di progetto, Arch. Marilù Balsamo e Arch. Roberto Palombo, dicembre 1990