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I designer dell'intangibile

Le agenzie di stampa ci informano che nel nostro paese il 71% del PIL deriva dal terziario, settore che offre lavoro al 66% degli occupati (1). Un simile scenario è il frutto di un costante sviluppo, quantitativo e qualitativo, del ventaglio di servizi offerti alla collettività. E tra nuove capacità e competenze richieste agli addetti del settore, ecco che anche la figura del designer muta e si adatta per proporsi in una nuova veste: da plasmatore di materia a progettista dell’intangibile. Ideare nuovi servizi, promuovere ed organizzare la loro offerta, sviluppare interfacce funzionali ed accattivanti tra offerta e utenza, creare un canale di comunicazione riconoscibile: sono questi i principali compiti del designer di servizi, figura professionale in costante ascesa negli ultimi anni.

Il riconoscimento ufficiale di questa nuova strada intrapresa dal mondo del design lo ha messo sul tavolo la stessa ADI (Associazione per il Disegno Industriale) (2), inserendo la categoria Design dei servizi tra gli ambiti tematici per l’assegnazione del Premio Compasso d'Oro (3). Tale premio, creato nel 1954 su idea di Giò Ponti, è il più antico ed autorevole premio mondiale di design, occasione per far conoscere la qualità del “made in Italy”.
Il premio Compasso d'Oro viene assegnato ogni tre anni sulla base di una preselezione effettuata da una una commissione di esperti, designer, critici, storici, giornalisti specializzati, che anno dopo anno individuano i migliori prodotti poi pubblicati negli annuari ADI Design Index.

Tra le idee premiate nell’ultima edizione (4), ampio spazio a servizi improntati sui temi della condivisione di spazi e mezzi di trasporto, dell’economicità e della sostenibilità:

Carpooling - Autostrade per l’Italia
Un nuovo modo di viaggiare nel rispetto dell’ambiente e trovare i tuoi compagni di viaggio: il rinnovato sito internet mette a disposizione un luogo di incontro virtuale dove, previa registrazione, poter offrire o richiedere un passaggio.

BikeMi
È il nuovo servizio di Bike Sharing della città di Milano, facile, pratico ed ecologico. Nato per favorire la mobilità dei cittadini, BikeMi non è un semplice servizio di noleggio bici, ma un vero e proprio sistema di trasporto pubblico da utilizzare per i brevi spostamenti (al massimo 2 ore) insieme ai tradizionali mezzi di trasporto ATM.

Cohousing.it
Il cohousing sbarca anche in Italia forte dell’esperienza quotidiana di migliaia di persone in tutto il mondo che hanno scelto di vivere in una comunità residenziale basata sulla condivisione dei servizi, all’insegna del risparmio economico, della sostenibilità ambientale e della riscoperta della dimensione sociale dell’abitare.
Le comunità di cohousing combinano infatti l’autonomia dell’abitazione privata con i vantaggi di servizi, risorse e spazi condivisi come micronidi, palestre, stanze per gli ospiti, giardini e car-charing. Essenziale per il buon esito del cohousing è il processo di progettazione partecipata.

Approfondimenti:
1 - Speciale - Piccola e media impresa sul Portale di Adnkronos
2 - ADI (Associazione per il Disegno Industriale)
3 - Premio Compasso d'Oro ADI
4 - Tratto da Interni - The magazine of Interiors and Contemporary Design n°608 (Gennaio/Febbraio 2011)

Recupero dell'ex fabbrica Tobler a Torino‏

Siamo lieti di pubblicare uno degli ultimi lavori dello studio torinese Cucchiarati srl. Di seguito troverete una moltitudine di informazioni riguardanti il progetto di recupero dell'ex fabbrica Tobler di Torino‏ portato a termine nel 2009. Non ci resta che augurarvi buona lettura.

Torino: il nuovo volto dell’ex Choccolat Tobler

Principale fonte di energia per le nascenti industrie della Torino sabauda, la Dora nei secoli passati ha rappresentato il naturale asse di sviluppo di una città che ancora oggi conserva importanti tracce del suo passato produttivo. La chiusura delle fabbriche e il collasso dell’industria piemontese avvenuti intorno agli anni Settanta del Novecento hanno determinato anche la morte del fiume, abbandonato al degrado ambientale e sociale. Oggi l’architettura contemporanea riscopre il valore degli antichi stabilimenti dismessi lungo la Dora, li recupera, li riadatta a scopi residenziali e terziari, e contemporaneamente riconsidera il ruolo di quelle acque che per anni ne hanno rappresentato la principale forza motrice.



È quanto è accaduto in via Aosta 8, Borgata Aurora, per un edificio realizzato nei primi del Novecento da una grande firma dell’architettura piemontese, Pietro Fenoglio, sede storica della conceria Gilardini prima e poi della Choccolat Tobler. Qui la vicinanza al fiume Dora ha costituito la premessa fondamentale per concepire una casa votata all’ecologia e al risparmio energetico, ottenuto attraverso un impianto geotermico che sfrutta l’acqua di falda, con una pompa di calore reversibile che produce sia l’energia termica sia la refrigerazione estiva.



Il recupero dell’ex fabbrica Tobler si è svolto all’insegna di due paradigmi solo apparentemente contraddittori, conservazione e innovazione, combinati insieme per dare luogo a un’architettura all’avanguardia in un territorio ancora relativamente inesplorato. Il complesso consta in realtà di due maniche, una di più recente costruzione, per la quale il progetto ha previsto la demolizione e la riedificazione ex novo dei volumi, e una invece costituita da due ali storiche che, insieme alle facciate esterne, baffate secondo le disposizioni del piano regolatore, sono state interessate solo da un intervento di restauro filologico. È nelle parti interne e nascoste dell’edificio che il progetto definitivo è riuscito a integrare armonicamente la diversa morfologia delle due maniche, grazie a una sottile strategia di rimandi cromatici e volumetrici tra una facciata e l’altra: le forme del quadrato e del rettangolo si succedono con insistenza su tutte le quattro superfici verticali, negli ampi bowindow blu che sporgono dalla manica storica così come nelle grandi vetrate che rivestono quasi interamente le pareti della manica nuova. In entrambi i casi la presenza assidua del vetro offre modelli abitativi contemporanei, all’interno di ambienti luminosi in cui l’esterno sconfina negli spazi interni.




Il concetto di vivibilità costituisce il tema portante di tutto l’intervento: il progetto infatti propone una reinterpretazione dell’abitare, attraverso un uso flessibile degli spazi interni ed esterni, questi ultimi resi particolarmente fruibili dagli ampi balconi-terrazzi di cui è dotata gran parte degli alloggi e dai giardini pensili ricavati sul tetto della manica nuova.
Anche l’interno cortile è stato studiato in modo da permetterne la vivibilità, anzitutto attraverso le numerose sedute poste al suo interno, ma anche grazie alla distribuzione degli spazi, che alternano al verde delle aiuole fiorite il legno dei camminamenti e la trasparenza di una lama d’acqua che vivacizza tutto il cortile. Ne risulta un giardino piacevole non solo da guardare, ma anche da godere, fulcro di relazioni e occasione di incontro fra i residenti. Allo stesso modo il garage interrato sfugge allo stereotipo di luogo buio e desolante, grazie all’inserimento al suo livello e in corrispondenza di una cavità al centro dell’interno cortile, di una quercia da sughero, che sviluppandosi verticalmente affiora con le sue fronde sulla superficie.
In generale l’intervento non si esaurisce nella realizzazione di un nuovo complesso residenziale di impostazione e carattere tradizionali; i presupposti dai quali esso prende le mosse si articolano in una più complessa rete di obiettivi che da un lato prendono in considerazione il tessuto urbano entro cui si insedia il progetto – il quartiere Aurora –, dall’altro concepiscono la riqualificazione di un antico stabilimento industriale nei termini di un terreno di sperimentazione di inedite tipologie abitative e spazi che profumano di contemporaneità.

Dati tecnici:
Committente: DE-GA S.P.A.
Dimensioni: S.L.P. mq. 7000
Ubicazione: Via Aosta 8 – Torino
Data di realizzazione: 2009

Piante:
piano terra, primo piano A, primo piano B, secondo piano, sottotetto.



Prospetti:
prospetto di via Parma, prospetto di via Aosta.



Sezioni:
sezione 1, sezione 2.



Studio:
Arch. Franco Cucchiarati
Studio di progettazione della città e del territorio
www.studiocucchiarati.it


Pensiero del giorno... Giudizio universale

Da un paio di anni a questa parte, causa impegni universitari, avevo dimenticato come funzionasse quello splendido soprammobile che sin da tenera età mi aveva cresciuto amorevolmente: la televisione. Come una madre affezionata, mi aveva insegnato tutti quei sani principi e quegli atteggiamenti che un uomo moderno avrebbe dovuto seguire per diventare lo stereotipato felice uomo medio traboccante di stereotipi e luoghi comuni. Fortunatamente poi si cresce e si cominciano a capire determinate cose: non siamo tutti principi azzurri e principesse addormentate; Hansel e Gretel se si volevano così bene non potevano essere fratelli; la storia della principessa sul pisello è un po’ porno ecc. ecc.

La Tv, nel frattempo che io sputavo sangue sui libri, ha avuto modo di cambiare: la botta dei reality è stata più forte di quanto chiunque potesse immaginare. Se ci fate caso, oggi ogni programma è così composto: conduttore, partecipanti, giuria di qualità (ovvero quattro sputasentenze senza ne arte ne parte), il pubblico da casa (il contentino per non farci sentire un branco di pecore passive si chiama televoto), e il pubblico in studio (come si suol dire, l’ultima ruota del carro); il premio finale. Quello che mi impressiona di più è vedere come ci sia sempre qualcosa da nominare, votare, televotare, giudicare… sempre e comunque, e nel caso in cui non esista, semplicemente si inventa o si crea. Mi chiedo: che nella bibbia intendessero questo per giudizio universale?! Chissà!

Non sono così sciocco da ritenermi immune dalla sindrome del televoto, anzi, giudico fin troppo. Se la tv è riuscita ad influenzare me, anche a distanza, figuriamoci cosa è riuscita a combinare su chi la segue con affetto e instancabile interesse da anni. Mi rendo conto di stare trattando una argomento ormai eviscerato in tutte le sue parti da persone più competenti di me, ovvero l’influenza dei media sulle nostre vite, ma mi trovavo a riflettere su una domanda sostanziale: io-futuro-architetto dovrei cominciare a preoccuparmi delle interferenze tra l’architettura televisiva e architettura del reale? E in che misura?

Se risulta improbabile che qualche vecchio afficionados dei Puffi possa desiderare di vivere in un fungo, la stessa cosa non vale ,ad esempio, per la casa del Grande Fratello o le abitazioni dei vari reality di turno, dove la finzione stilistica viene riconosciuta per realtà emulabile: camere senza finestre illuminate a giorno; arredi di design sparsi un po ovunque, ambienti giganteschi.
Da poco mi è capitato di toccare con mano i risultati di tali trasposizioni condotte senza alcun metodo e senza alcuna attenzione ai principi fondamentali per il comfort ambientale. Risultato: ogni pezzetto di cemento armato è stato opportunamente ricoperto da legno di rovere (operazione che credevo fosse sanzionabile per legge); gli ambienti sovradimensionati ci sono ma per arredarli è stata adoperata qualsiasi cianfrusaglia reperibile in cantina e in deposito; luce naturale poca e niente; per riscaldarla appena un pochino occorrerebbe dargli fuoco.
Ho passato ore a chiedermi come sia potuto accadere tutto ciò, come nessuno di buon senso sia intervenuto, poi mio padre disse una cosa vera quanto terribile: “vuoi mettere la soddisfazione per una persona di poter dire che ha ideato casa propria?!”


Nell’era del Giudizio Universale, nell’era degli opinionisti di professione, non è difficile trovare chi voglia improvvisarsi designer d’interni o architetto del tutto, e aimè, mi duole costatare che mamma Tv rappresenti un infinito database di immagini pessime per chi “non-sa-cosa-mettere-in-quest’-angolo”.

Taliesin West in Arizona (dal 1938) di Frank Lloyd Wright

Occorre fare una precisazione: Taliesin (Wisconsin a partire dal 1911) e Taliesin West (Arizona a partire dal 1938) non sono la stessa cosa, eppure fanno idealmente parte di un unico progetto nato nel tempo. La scelta dei nomi dovrebbe farci riflettere su quelle che dovevano essere le idee che con gli anni si facevano largo nella mente di Frank Lloyd Wright: costruire una comunità che seppure fisicamente divisa in due da parecchi chilometri fosse un unicum. Ma quale doveva essere il motivo che portò a questa dislocazione? Potremmo dire che Wright, così come utilizzava i materiali con le proprie specificità, volle usufruire dei differenti territori con le relative caratteristiche, primo tra tutti il clima. Esemplificando il discorso: il primo era un "villaggio" estivo; il secondo invernale visto che si trovava in un deserto (evitiamo però di vederla come una case di villeggiatura). Così egli trattò le condizioni climatiche come un vero e proprio "materiale" da costruzione, soprattutto per quanto riguarda Taliesin west. Ma i differenti territori non comportavano esclusivamente differenti temperature; implicavano diversi ambienti naturali, diversi gradi di antropizzazione, diverse necessità. La progettazione non poteva quindi prescindere da questi soprattutto se parliamo di architettura organica. Da questo punto di vista, quali furono le linee guida che influenzeranno la forma degli edifici nel deserto dell'Arizona? Wright stesso ci propone un interesse altissima lettura del problema e relativa soluzione. Le cime pronunciate delle catene montuose che degradavano fino al deserto gli suggerirono un'interpretazione del territorio che non fosse di tipo naturalistico, bensì il tipo naturale ovvero la ricerca di tutte le leggi che stavano alla base di “quell'organismo”. Wright non vedeva colline, ma forze, spinte e tensioni. Il deserto le scomponeva e allora egli pensò che poteva ricomporle, ma non certo in un atto di mimesi con l'ambiente. Per questo motivo l'intero impianto sembra essere scaturito violentemente dal suolo, enfaticamente richiamato dalle pietre che costituiscono la muratura. Non esistono linee perpendicolari al terreno che non siano quelle dei profili dei cactus. La lezione della natura viene anche interpretata con il continuo ed instancabile susseguirsi di dislivelli, terrazzamenti e scalinate come nel tentativo di non voler violentare il suolo, ma anzi esaltarne l'irregolarità. Questo “limite” viene sfruttato da Wright con la creazione di ambiente a differenti altezze che sono sicuramente utili per riportare le varie parti dell'edificio a dimensione umana. La disposizione delle scale inoltre interrompere qualsiasi tentativo di tracciare assi (rette) di percorribilità creando sempre una sorta di virtuali disimpegni. È inutile dire che non viene intaccata minimamente la funzione degli ambienti. Questo rapporto con l'ambiente, per un allievo di Sullivan, non poteva però essere l'unico motivo a determinarne la forma. Allora ci sorge spontanea la domanda: a cosa doveva servire Taliesin west? Sicuramente doveva garantire ambienti in cui progettare, laboratori e alloggi per tutti i suoi allievi. Inoltre un'analisi del pensiero Wrightiano e dello stile di vita che si prefiggeva raggiungere potrebbe fornirci parecchie altre informazioni sulla costruzione. Ma limitiamoci ad evidenziare quelle più significative: 1) il lavoro e il soggiorno a Taliesin west dovevano essere vissuti come un'avventura; 2) un progettista doveva condurre una vita da progettista.
In cosa si traducono questi due enunciati? Il primo fa riferimento ad una condizione di “instabilità” che architettonicamente fa vedere la costruzione come un cantiere sempre aperto. Work in proggress forever. Infatti col tempo parecchi corpi di fabbrica vennero aggiunti. Non credo che questo aspetto sia da sottovalutare se si pensa quanto sia difficile concepire un edificio che un domani possa essere ampliato, modificato o semplicemente adattato a nuove esigenze. Particolarmente utile doveva essere risultata l'intersezione di quadrati ruotati a 45 gradi che nella loro aggregazione formano un complesso triangolare. Siamo comunque convinti che tale forma geometrica si sia generata per quel famosissimo processo che caratterizza l'architettura di Wright: dall'interno verso l'esterno.
Adesso analizziamo come questo edificio potesse favorire lo sviluppo di una mentalità da progettista. Quest'individuo, secondo Wright, doveva essere soprattutto una persona che sapeva risolvere problemi con le proprie forze. Non poté che creare ambienti altamente accessibili in modo tale che ogni allievo non avesse mai nulla da chiedere e provvedesse da solo alla proprie esigenze. Inoltre per nessuna ragione l'attività progettuale doveva essere scissa dalla vita quotidiana. In questo senso non ci sorprende il fatto che la Works Room fosse limitrofa alle cucine in una continua celebrazione della vita comunitaria. La stanza per la preparazione dei cibi rappresenta infatti ciò che il camino era per le prairie houses.
Una zona più distaccata, più silenziosa viene ritagliata da Bedrooms, da bagni e da differenti ambienti che creano una sorta di nicchia privata: la sua residenza. In sezione notiamo come in questa parte della comunità in muri siano molti di più e molto più spessi, così come la vegetazione si infittisce in una sorta di giardino interno.
Ciò che sollecita maggiormente l'interesse per Taliesin west è l’utilizzo dei materiali per le coperture. Partiamo da un basamento di solida roccia, proseguiamo con delle membrature triangolari lignee per giungere ad un evanescente tetto di tela. Un climax di materiali: duro, soffice; pesante, leggero; opaco, traslucido. Poeticità dei materiali a parte, ogni elemento è usato per un fine specifico. La scomposizione delle forze e il modo di lavorare sinergico è intuibile da chiunque, così come è visibile e riconoscibile ogni materiale utilizzato con una comprensione pressoché immediata della propria funzione: ad esempio risulta ovvio che la tela bianca servisse per un controllo qualitativo della luce; che la leggera intelaiatura lignea si prestasse meglio a poggiare su dei contrafforti litici.
In alcuni casi le travi oblique affondano gradualmente nella muratura creando ambienti continui e ampi come quelli della sala giorno. Questo processo probabilmente affonda la sua ragione d’esistere nel concetto di plasticità, ovvero quel risultato finale che permette di leggere le varie parti di un oggetto come un unicum piuttosto che come una somma.
L’orientamento non fornisce dati di facile analisi considerando il fatto che la costruzione si trova in un deserto e che fosse utilizzata solamente per pochi mesi l’anno. Tuttavia è semplice notare che le porzioni più ampie di tela fossero rivolti ad un soleggiamento diretto.
Il valore di questa opera wrightiana è da ricondurre allo spirito pionieristico del suo autore. La carica di originalità è innegabile. L’uso dei materiali è addirittura poetico. Il rapporto instaurato con il territorio ha per rivale solo la Kaufman. Gestione della luce insuperabile. Progetto ambiziosissimo che si pregia della collaborazione dei suoi studenti e al quale non è mai messa la parola fine.


Bibliografia:

“storia dell’architettura moderna” di Bruno Zevi
“Il futuro dell’architettura” di F. Lloyd Wright

Foto di...

GIBELLINA - Capitolo 3: Architetture Private

1 – Storia e Ricostruzione
2 – Architetture Pubbliche
3 – Architetture Private @
4 – Piazze e Spazi aperti
5 – Arte

Il panorama urbano di Gibellina è punteggiato da una grande quantità di edifici privati degni di essere ammirati. Da una parte la mano pubblica, dall'altra il singolo privato, hanno fatto si che in questo piccolo paese l'architettura contemporanea non fosse un fatto legato solamente alle grandi opere, ma a tutti gli aspetti dell'abitare. Le firme degli architetti riportati sui cartelli turistici, scandiscono le strade in maniera uniforme, dando un senso di città orizzontale dove la qualità ambientale non è solo un fatto di zoning.
Franco Purini e Laura Thermes sono tra i progettisti che hanno avuto maggior voce in capitolo nella ricostruzione di Gibellina e di conseguenza una visuale privilegiata sui fatti urbani che analizziamo. Oltre la realizzazione delle 5 Piazze, vanno menzionate due costruzioni private parecchio interessanti. La prima è la Casa del Farmacista (1980-88). Questa costruzione è informata da parecchie idee che hanno esito più o meno evidente:
- Rievocazione della memoria della "casa" intesa come idea, che si materializza nella realizzazione di una nicchia che sovrasta l'ingresso alla farmacia.
- Unione di funzione abitativa-privata e commerciale-pubblica tradotta mirabilmente in una separazione e differenziazione dei fronti stradali che sembrano appartenere a edifici differenti.
- Il disegno formale è influenzato dagli studi di Purini per le forme geometriche e lo spazio metafisico, che vede le persone come un elemento di disturbo. A tale proposito è da notare che in tutti i suoi disegni di progetto manca la figura umana a pesare e caratterizzare lo spazio. Purini dopotutto è un architetto che ha disegnato molto più di quanto abbia prodotto, e sebbene questo non tolga importanza alla sua persona, giustifica l'assenza di uomini. Non meravigliatevi se di fronte le sue opere il gusto metafisico e geometrico della scena vi farà odiare qualsiasi presenza umana.
- Cura del dettaglio che va ben oltre l'attenzione per gli elementi "importanti", ma caratterizza ogni oggetto dandogli dignità.


L' altra opera del duo Purini-Thermes è collocata a pochi metri dalla casa del farmacista, sull'altro fronte del viale dell'indipendenza siciliana. Colori , forme, idee fanno pensare a case di autori differenti, ma dopo un analisi accurata si possono agevolmente riscontrare i tratti comuni.
Le travi oblique del tetto caratterizzano il blocco contenente le scale. Subito dietro si trovano le abitazioni vere e proprie collegate tramite ponti-balconi. Le forme e gli spazi contorti generati sembrano poter essere ricollegati ai primissimi studi di Purini con esiti squisitamente piranesiani.
Tutta la piazza del fronte principale era stata studiata in dettaglio, con tutti gli elementi di arredo urbano minuziosamente disposti. Il progetto sembra però esser stato realizzato solo parzialmente. Registriamo inoltre l'assenza di un corpo di fabbrica cilindrico.



A causa della scarsità di informazioni e della difficoltà con qui queste sono reperibili non ci è possibile risalire agli autori, ci limitiamo quindi a postare qualche fotografia che esplicita di fronte a quale tessuto urbano ci troviamo... a voi gli approfondimenti.

GIBELLINA - Capitolo 1: Storia e Ricostruzione

Sabato 15 marzo la Facoltà d’ingegneria dell’Università di Catania ha portato in visita a Gibellina (Trapani) gli studenti del corso di Laurea in ingegneria Edile -Architettura nell’ambito del corso di Architettura e Composizione II.
Tutto il gruppo Petra Dura ha partecipato e ha deciso di mettere a disposizione di tutti il materiale raccolto durante il viaggio in questo splendido angolo di Sicilia.
Per tutta questa settimana pubblicheremo solo articoli dedicati al paese di Gibellina nel tentativo di analizzare diversi aspetti attinenti all’architettura, con la consapevolezza che qualunque cosa diremo non sarà mai abbastanza. Per questo motivo speriamo di ricevere molti commenti da parte vostra. Se avete qualche curiosità in merito a quanto scriveremo, non avete che da chiedere. Siamo disponibili nel fornirvi altre foto qualora quelle pubblicate non siano abbastanza.

Un ringraziamento particolare va ad Agostino P., web master di gibellinaonline.it, che ci ha dato un sacco di informazioni utili accogliendoci nel suo paese.

Argomenti trattati:

1 – Storia e Ricostruzione @
2 – Architetture Pubbliche
3 – Architetture Private
4 – Piazze e Spazi aperti
5 – Arte

1 – Storia & Ricostruzione

Il vecchio paese di Gibellina era il classico esempio di villaggio siciliano della valle del Belice abbarbicato su una collina caratterizzata da forti pendenze. La zona costruita era ben delimitata dalle campagne circostanti; le stradine erano strette e ripide e spesso si alternavano a scalinate; vi era presenza di edilizia spontanea che non seguiva alcun progetto; assenza diffusa di servizi. Poi nel gennaio del 1968 arrivò il terremoto che distrusse il 90% delle abitazioni. Le cronache del tempo narrano di scenari apocalittici dove a fatica si riuscivano a contare le vittime.
Come ben sappiamo, la storia ci insegna che dopo ogni catastrofe naturale l’uomo ha un aspetto particolarmente propositivo per quanto riguarda la ricostruzione. E questo è ciò che è accaduto anche a Gibellina. Dopo un primo periodo di incertezze in cui si facevano avanti le ipotesi più disparate (ricostruire e mettere assieme tutti i paesini limitrofi da un lato e ricostruire sulle macerie dall’altro) si capì che la nuova Gibellina sarebbe stata al centro delle attenzioni di molti specialisti e artisti.

Dove: Da subito si scelse come luogo per la ricostruzione una porzione pianeggiante di territorio e allo stesso tempo nodo infrastrutturale tra la costruenda autostrada Palermo - Mazzara del Vallo e la tratta ferroviaria esistente. Il vecchio paese adesso dista circa 20 KM.
Viaggiando per questi luoghi non si può fare a meno di notare come Gibellina nuova non rispetti i canoni del villaggio siciliano chiuso su se stesso, arroccato, schermato da costruzioni difensive. L’occhio viene calamitato dalle costruzioni moderne che si stagliano sul landscape naturale.

Quando: Il primo piano per la ricostruzione risale al 1970 e porta la firma di Vittorio Gregotti, Ludovico Quaroni, Alberto e Giuseppe Samonà. Era un piano fatto per macrostrutture che lasciavano aree di indeterminatezza, successivamente ripensate nel 1982 dal team coordinato da Oswald Mathias Ungers con la collaborazione di Laura Thermes, Franco Purini e innumerevoli altri progettisti e artisti. È in questa fase che tutto l’impianto comincia a delinearsi e prendere forma il rapporto tra infrastrutture, costruzioni private e spazi pubblici. Tuttavia nel 1991 vengono condotti altri studi sulla ricomposizione urbana da Pierluigi Nicolin.
Ad oggi non è possibile dire che la ricostruzione sia terminata: se è vero che i non esistono più le baraccopoli dei sopravvissuti, alcuni progetti sono ben lontani dall’essere conclusi (il teatro di Pietro Consagra), altri invece sono già in ristrutturazione (la chiesa a sfera di Ludovico Quaroni).

Come: Osservando la cartina del paese è facile notare come si sia materializzata l’idea di un architettura piana e diffusa sul territorio sul modello delle villette americane: casa isolata, garage autonomo, piccolo ambito verde. È presente una forte gerarchizzazione tra viabilità veicolare (viali) e pedonale (vie). Per riassumere potremmo dire che ogni quartiere è circondato da strade principali e/o secondarie, mentre risulta tagliato al centro da vie alberate e percorribili esclusivamente a piedi. La sensazione di riservatezza che sprigionano questi anfratti è da ricollegare al tentativo di creare il senso di vita comunitaria presente nella vecchia Gibellina.
Tutti i quartieri risultano innestati a piazze o parchi pubblici, e sono inframmezzati da sculture o opere architettoniche di rilievo, tanto da poter parlare di città-museo.
Lo spazio urbano viene allungato a dismisura nel tentativo di ricreare migliori condizioni di vita per i loro abitanti, ma l’unico risultato che si avverte passeggiando per queste vie è di vuoto e rarefazione architettonica e umana.

Osservazioni: oggi Gibellina soffre quel male conosciuto con il nome di alienazione. Si ha l’impressione che gli abitanti non abbiano apprezzato l’esito prodotto dall’urbanistica di un trentennio, seppure sembrino essere stati parte attiva della trasformazione. Abbondano i luoghi senza identità, le piazze vuote, le strade deserte. Se in un primo momento, la ricostruzione del paese aveva attirato gli interessi di non poche persone, adesso pare che anche il turismo sia in calo.
Tuttavia, in paese si registrano le voci di chi auspica un radicale cambiamento per quest’isola fatta di contemporaneità in un isola (la Sicilia) che da poco comincia ad apprezzare l’altra faccia della sua terra, non fatta unicamente di mare, ruderi e chiese.


Link utili e approfondimenti:

Post di Petra Dura su Gibellina:
http://petra-dura.blogspot.com/2008/01/pensiero-del-giorno-gibellina.html

Sito in cui potrete trovare molte foto e informazioni aggiornate e sul paese e i suoi abitanti:
http://www.gibellinaonline.it/

sito del comune di Gibellina con mappa interattiva e fonti storiche
http://www.comune.gibellina.tp.it/

Autori e opere di Gibellina:
http://www.traarchit.it/architetture/luogo/gibellina.htm

Discussioni:
http://architettura.supereva.com/coffeebreak/20001127/index.htm
http://www.antithesi.info/testi/testo_2.asp?ID=137

Casa Curuchet -Buenos Aires, Argentina1949 - Le Corbusier

Tesina scritta nell'ambito del corso di storia dell'Architettura II

Progettata nel 1949 e realizzata nel 1955 da Le Corbusier per il dr. Currutchet in un quartiere della Plata Argentina, la Casa – studio Currutchet figura come uno dei manifesti della poetica architettonica del grande maestro.
Le Corbusier non procedette astrattamente ma si preoccupò di dare una risposta alle condizioni morfologiche del terreno e dell’ubicazione. La prima condizione era quella di realizzare un’abitazione unifamiliare in un lotto di dimensioni limitate da tre muri di confine spartifuoco, la cui conseguenza immediata sarebbe stata la presenza di una sola facciata. Inoltre dovette risolvere il problema dell’inclinazione dell’asse longitudinale del suolo molto vicina a 45°. Divise quindi la costruzione in due blocchi, il primo fra i quali avrebbe ripreso la pendenza della linea municipale rispettando la continuità della facciata e risolvendo la divergenza angolare. Quest’ultima venne contemporaneamente negata dall’orientamento del blocco più esterno diverso rispetto all’allineamento stradale, lasciando quindi uno spazio vuoto di mediazione di fronte l’ingresso.
Il progettista si mostrò sempre incline ad adeguare gli spazi alle esigenze della committenza in particolare nei confronti della richiesta del cliente di schermare le ampie pareti vetrate dell’edificio. Per accorrere a tale necessità Le Corbusier antepose alla superficie delle mura un sistema reticolare di brise-soleil, nati dall’accostamento di tavole di cemento che si prolungano verso l’alto incorniciando il fronte della terrazza. Tali frangisole, come l’intero edificio vennero orientati dell’architetto secondo l’incidenza del sole a quella latitudine.
Si accede all’abitazione mediante un’apertura racchiusa da un prisma che facilmente si individua nella spazio vuoto generato dalla struttura in pilotis. Tale accesso definisce anche un punto di mediazione tra lo spazio aperto di fronte la casa e uno parzialmente coperto, una sorta di hall. In quest’ambito è predominante la presenza di una rampa, che connette il pianterreno con il retro, dove è disposta la vera e propria residenza, e successivamente cambiando direzione giunge alla clinica, posta al primo piano. A partire dall’elemento compositiva della rampa si articola l’idea del viaggio o promenade architecturale, tanto osannato concetto creato da Le Corbusier, che offre all’osservatore dinamiche di vedute differenti, ricorrendo tra le altre cose anche al fattore tempo, il quale viene trattato come una quarta dimensione.
Accanto alla rampa è piantato un albero, il cui fogliame si eleva fino al punto più alto dell’edificio, forse per marcare la netta separazione tra lo studio e la vera e propria residenza. Quest’ultima presenta ad un piano intermedio (mezzanino) la zona d’accesso all’appartamento, quasi del tutto vetrata quasi per indicare al visitatore la direzione da seguire o mettere in contatto ambiti differenti. Questa contiene una scala che, passando per il primo piano, che contiene cucina , sala da pranzo e soggiorno a doppia altezza (riprendendo la pratica introdotta da Loos), giunge al secondo piano, dove si articolano tre camere da letto e due bagni racchiusi da pareti curve e di cui uno presenta un lucernario probabilmente per permettere il ricambio dell’aria. Un elemento particolarmente interessante è la camera da letto del padrone di casa che si relaziona visivamente con il sottostante salotto e con la terrazza di fronte tramite delle grate in legno.
Il blocco più esterno contiene al primo piano una sala d’attesa, lo studio del medico e una camera di servizio, e al secondo piano la famosa terrazza- giardino. Le Corbusier progettò l’edificio e quindi anche l’orientamento della terrazza in modo tale che potesse godere del cielo, del sole e della splendida visuale sulle due piazze in primo piano e sulla foresta sullo sfondo, ricorrendo ad una pensilina disposta sul muro mediano ovest che proteggesse dalla pioggia o dal soleggiamento diretto. Il progettista si preoccupò inoltre di realizzare dei supporti per le piante, che assieme alla presenza dell’albero che percorre tutta l’altezza dell’edificio e alla forte presenza di aperture verso il parco, permette di interiorizzare l’esterno entro le mura dell’abitazione. Questo rapporto interno – esterno è fortemente presente come già accennato nella hall di ingresso poiché posta in uno spazio né interno né esterno, come una sorta di scatola vetrata.
E’ facile rintracciare una gerarchia in relazione ai diversi gradi di privatezza che raggiunge il suo acme nella terrazza, destinata all’uso privato ma contemporaneamente partecipe della vita pubblica.
Questo elemento, l’intima relazione che l’abitazione tesse con l’ambiente e il già citato gioco di prospettive sono tutti fattori che accorrono ad una necessità di ordine psicologico – spirituale. Si tratta infatti di un’architettura basata sulle esigenze più profonde dell’uomo legate alle emozioni e alle aspettative. Lo stesso Le Corbusier afferma: “L’architettura, essendo emozione plastica, deve…cominciare dall’inizio, e impiegare gli elementi suscettibili di colpire i nostri sensi, di esaudire i nostri desideri visuali, e disporli in maniera che la loro vista ci colpisca chiaramente”.
Un concetto caro a Le Corbusier è il problema della bellezza, progettare un’architettura che ritrovi l’”ordine universale”. “L’architettura c’è quando interviene emozione poetica. L’architettura è un fatto plastico. La dimensione plastica è ciò che si vede e si misura con gli occhi…”.
L’idea di bellezza viene concepita come una simbiosi di due fattori:
• L’utilizzo di forme elementari, di geometrie proporzionali, con l’utilizzo del famoso modulor, che in Casa Currutchet viene applicato per individuare l’altezza della struttura di brise – soleil, e di superfici che seguano l’andamento delle linee direttrici e generatrici del volume;
• L’appropriatezza funzionale, poiché dichiara il significato di casa in quanto “macchina da abitare” sulla base di esempi del piroscafo e dell’aereoplano.
In ultima analisi è percepibile l’applicazione dei cinque punti resi manifesti da Le Corbusier nel 1926:
1. Pilotis: la casa si regge infatti su questi pilastrini ed è quindi quasi del tutto sospesa in aria, distante dal terreno portatore di umidità, mentre il giardino cresce indisturbato sotto l’abitazione;
2. Tetti – giardino: il cemento armato viene gettato sopra uno strato di sabbia che impedisce al cemento di dilatarsi e frantumarsi e trattiene l’umidità, contrastando il dilagarsi dell’umidità;
3. Pianta libera: l’uso del cemento armato porta alla libertà dei muri che non devono più essere ricalcati gli uni sugli altri. Così facendo si produce anche economia di volumi. Nel caso di Casa Currutchet ciò permette l’inserimento dell’albero tra i limiti dell’edificio;
4. Finestre in lunghezza: grazie al cemento armato le finestre possono percorrere tutta la lunghezza della facciata;
5. Facciata libera: i pilastri sono arretrati rispetto ai muri e ciò comporta l’indipendenza di questi dalla struttura portante e la modificabilità delle pareti e della facciata.

Bibliografia:
Boesiger-Girberger – Le Corbusier 1910-65, Zanichelli 1987
Brooks-Allen – Le Corbusier 1887-1965, Electa 1987
Zevi Bruno – Storia dell’architettura moderna, Einaudi 1973
Le Corbusier – Verso un’architettura, Longanesi eC 1973

Architetti Emergenti: gruppo AWG

Recensione scritta nell'ambito del corso di Architettura & Composizione II a proposito del sito ufficiale del gruppo italo-austriaco AWG e della loro opera "Turn On".

Il sito internet, realizzato in linguaggio php, ha una struttura semplice e lineare anche per chi non conosce la lingua tedesca. Tuttavia il contenuto, l’accessibilità e la fruizione del materiale presente non è particolarmente soddisfacente: non si possono copiare ne testo ne immagini; di alcune pagine esiste solo la versione tedesca; l’autocelebratività del gruppo fa si che vengano riportate informazioni veramente inutili (la marca della caffettiera dell’ufficio) liquidando in poche righe i contenuti più importanti. Viene da pensare che sia proprio questa l’immagine che il gruppo AWG voglia dare di se stesso: un team di giovani sopra le righe, sfacciati e un pò naïf. Loro stessi dichiarano di non amare le regole precostituite e di non adottare gerarchizzazioni di alcun tipo.


Turn On
Le opere del gruppo saltano all’occhio per la spregiudicatezza intrinseca che si portano dietro: forme, sbalzi, rapporto con il contesto, nulla è banale.
L’opera presa in esame è una micro architettura modulare dal nome Turn On che si prefigge di raccogliere su una superficie lineare di 14 metri tutte le funzioni dell’abitare.
Analizzando il progetto del gruppo AWG si percepisce come sia sottile la linea di separazione tra Architettura e Design d’arredo. Infatti, il modulo base del Turn On è un oggetto d’arredo e allo stesso tempo un’architettura finita (nello spazio) e completa (dal punto di vista funzionale). L’idea progettuale originale era la seguente: raccogliere tutte le funzioni dell’abitare contemporaneo su una superficie che si estende in lunghezza per 14 metri e poco più larga di 1 metro. Per ottenere tale risultato si dovevano sfruttare tutti gli spazi disponibili comprese le pareti e il soffitto. Così nasce la forma circolare mobile che permettere di fruire tutte le superfici seppure in uno spazio volumetrico ridotto. Ad ogni configurazione corrisponde una o più funzioni.
Il passaggio successivo che ha fatto il gruppo AWG è stato quello di accostare più moduli Turn On così da ottenere un architettura propriamente detta che si sviluppa anche in profondità. In questa maniera ad ogni disco rotante viene affidato il compito di sostituire una “stanza”: cucina, soggiorno, camera letto, bagno e così via.
Non esiste un unico modulo di Turn On: al momento ne sono stati studiati circa una decina tutti differenti per usi e forme. Si va da modelli plastici che richiamano il design di Zaha Hadid a dischi spigolosi e molto geometrizzati. I progettisti individuano un punto di forza nel fatto che la ruota può essere personalizzabile per materiali e funzioni.
L’idea di poter utilizzare questo oggetto in maniera sempre diversa con una piccola rotazione dà una connotazione ludica al progetto che viene sempre esaltata e sottolineata nelle presentazioni.
La realizzazione artigianale di alcuni prototipi mette in evidenza come questo progetto non sia informato da particolari tecniche, tecnologie o nuovi materiali.


Crescent House - Winterbrook 1994-1997 - Ken Shuttleworth

Tesina scritta nell'ambito del corso di Architettura e Composizione II.

Crescent House significa casa a mezza luna, significato che deriva dalla sua originale forma. Sorge a Winterbrook, nel cuore del Wiltshire, nel Regno Unito. L’architetto e padrone della casa è Ken Shuttleworth, che progetta questa casa unifamiliare nel 1994 per se e per la propria famiglia. La residenza sarà poi realizzata nel 1997.
I punti che più di tutti saranno toccati in questa relazione sono:
a) Le regole compositive della geometria delle piante e dei fronti.
b) I principi organizzativi della distribuzione funzionale degli spazzi.

La planimetria dell’abitazione è sostanzialmente costituita da due spicchi di luna uniti da una galleria-corridoio d’ingresso, e si posiziona su un terreno di 5 acri.
L’orografia del luogo è caratterizzata da delle forme circolari come i cerchi sul grano o le rovine di Stonehenge. Lo stesso architetto afferma di essersi ispirato a queste forme per realizzare il progetto; ma queste non sono state le uniche ad influenzarlo, perché sarà soprattutto influenzato da esigenze di fruibilità interna e dal rapporto con l’esterno.
La casa è posizionata nell’angolo Nord-Ovest del lotto, e dietro di questa vengono fatte delle operazioni di riciclaggio con accumuli di spazzatura, e si trovano anche un gruppo di alloggi che “l’Architetto non vuole vedere”. Dall’impossibilità di annullarli scaturisce la forma a mezza luna della casa. Questa è una forma ideale perché può voltare le spalle a tutto questo guadagnando la privacy, proteggendo la costruzione dai venti tempestosi dell’Ovest; e contemporaneamente si apre al “mondo buono” del giardino, garantendo sempre il contatto con questo grazie alla vetrata di 79 piedi senza pilastri della luna più interna.
Per realizzare le varie parti di circonferenza che vanno ad individuare in pianta le due semi lune, il corridoio d’ingresso e le pareti interne, il progettista non usa un unico punto centrale, ma diversi, in questo modo le circonferenze non risultano mai uguali; infatti la luna più interna ha una profondità superiore rispetto all’altra, quasi, come dice lo stesso architetto, a riprendere le fasi lunari, facendo comunque apparire i due spicchi paralleli.
Come si vede la geometria di questa abitazione è molto forte, ma il progettista non si fa vincolare da questa, infatti come si è visto per l’esterno si può trovare una motivazione logica. La luna più interna non è uguale rispetto all’altra perché ha bisogno di più spazio dato che accoglie tutti gli ambienti cosidetti pubblici e costituisce la zona giorno della casa.

Guardando la planimetria lo spicchio di luna più interno sembra quasi abbracciare il giardino circolare di 105 piedi di diametro. Quest’ultimo è posizionato a Nord-Ovest di uno più grande, di 328 piedi di diametro, con un piantumato di fieno e fiori e delimitato da una folta schiera di alberi (1000).
Gli alberi proteggono la casa in estate da un’ eventuale eccessivo soleggiamento, dato che è rivolta a Sud con una grande vetrata, e in inverno la proteggono dai gelidi venti. Anche qui gli alberi servono per delimitare una forma pura, ma questa non è la loro unica funzione, ne hanno anche una esigenziale.
A differenza di Le Corbusier, che anche lui lavora per forme pure, la casa non è staccata dal terreno con piloti, ma è strettamente vincolata ad esso.
Come già stato detto la residenza è costituita dall’accostamento di due semi lune che sono unite da una galleria-corridoio che ne segue la loro curvatura. In una delle due estremità di quest’ultima è posizionato l’ingresso principale costituito da una porta in alluminio che si apre su un perno centrale.

Il corridoio d’ingresso è un ambiente unico a doppia altezza illuminato e ventilato da delle vetrate nella sua parte alta; queste illuminano anche un secondo corridoio che porta alle zone private della casa: camere da letto e servizi.
Proseguendo il corridoio d’ingresso questo si apre a sinistra sulla zona giorno che costituisce un unico ambiente, un (open space), racchiuso dalla mezza luna più interna. Quest’ ambiente è dedicato alle attività di cucina, mangiare, giocare e riposare ed è totalmente svetrato sul giardino privato.

A destra del corridoio d’ingresso si può passare ad altri corridoi che portano alla zona notte della casa. Qui la parete esterna delle camere è totalmente opaca, le camere e i servizi prendono luce da un’apertura sul soffitto che corre lungo tutta la curvatura della semi luna esterna. Il progettista afferma che il contatto con la natura è garantito anche in questi ambienti, e si ha quando si è sdraiati sul proprio letto e si focalizza il cielo, le stelle e si sente il suono della pioggia.
La distribuzione degli ambienti interni è studiata sia per quanto riguarda il soleggiamento sia per quanto riguarda i percorsi. Infatti la zona giorno è esposta a Sud e tutti i servizi invece si trovano a Nord; queste due zone sono schermate e allo stesso tempo collegate dalla galleria corridoio d’ingresso.
Nell’asse trasversale alle due lune passante per l’apertura della zona giorno, incastrato nella parete della semi luna più esterna, troviamo un camino che è il centro dell’intera abitazione e rappresenta il centro del focolare domestico, un po’ come lo era per Wright. Questo d’inverno riscalda l’intera abitazione e d’estate contribuisce alla sua ventilazione.