Segnaliamo questa interessante iniziativa:
Cosa:
«"Simeto_landscape" è un workshop internazionale di progettazione che prevede il rinnovo architettonico, paesaggistico ed urbano di contesti caratteristici della città e del territorio contemporanei.»
Chi:
La Fondazione e l'Ordine degli Architetti di Catania in collaborazione con Officina 21. Parteciperanno inoltre i seguenti studi: EMBT - Benedetta Tagliabue; S MC - Mario Cucinella; CyO - Cruz Y Ortiz; Hector Fernandez-Elorza; Arup; OMA.
Petra Dura era un gruppo di studenti universitari in Ingegneria Edile - Architettura dell'Università di Catania che aveva pensato di aprire una finestra sul proprio mondo, sul mondo dell' Architettura e dintorni. Oggi si lavora.
Visualizzazione post con etichetta Urbanistica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Urbanistica. Mostra tutti i post
0# IN ITALIA
Dicono che in Italia ci sia crisi. Crisi del lavoro, crisi dei valori, crisi della cultura e quindi, crisi dell'architettura. Odio questa parola. Il dizionario Devoto-Oli la definisce come "perturbazione" o "improvvisa modificazione" nella vita di un individuo o di una collettività con effetti più o meno gravi e duraturi. Bisognerebbe chiedersi quale sia la condizione di stabilità subalterna alla crisi, almeno nel caso italiano. Semplicemente, non esiste. C'è sempre crisi; c'è crisi da sempre. Improvvisamente, un concetto nato per descrivere un fenomeno "antagonista" diventa la normalità.
La retorica della crisi serve solo a fini propagandistici. Serve a vendere le proprie idee, serve ad argomentare i propri ragionamenti. In realtà è proprio la frequenza con cui si utilizza questo termine a determinarne la perdita d'importanza. Serve una nuova definizione (1).
Tenteremo di descrivere la "Crisi Normale" che da sempre investe l'Italia, la cultura italiana, l'architettura italiana, attraverso riflessioni discrete che meglio possano raccontare il Belpaese.
Questa raccolta di post avrà il nome di "IN ITALIA", titolo preso in prestito dalla martellante canzone di Fabri Fibra e Gianna Nannini.
(1) - Maurizio Spina, professore del corso di Urbanistica presso l'Università degli Studi di Catania, durante le lezioni poneva un'interessante domanda: provate a dare una definizione di territorio naturale e di territorio antropico. In questi casi gli studenti si lanciano con una certa facilità nell'impresa. Dalle voci dell'aula si capiva che il territorio naturale doveva essere: integro in tutte le sue parti, non modificato dalla mano dell'uomo né direttamente né indirettamente (modifiche del clima, inquinamento ecc.). Bene. Questa definizione genera un paradosso, ovvero ci conduce alla conclusione che non esiste alcun territorio naturale in tutto il nostro pianeta. Allora a cosa serve una definizione così fatta?
Se applichiamo gli stessi ragionamenti alla ricerca del significato della parola "crisi", ci accorgiamo di quale enorme errore stiamo commettendo nella descrizione della realtà. Chiamiamo crisi ciò che oggi è prevedibile, ciclico, scontato, normale. Così inverno ed estate diventano crisi (o situazioni critiche) rispetto alle mezze stagioni inesistenti; così l'Italia passa sempre più frequentemente dalle mani del Governo a quelle della Protezione Civile e della sua unità di crisi; così Napoli si trova a gestire la crisi della spazzatura come se non esistesse alcuna previsione sulla produzione giornaliera e la relativa capacità delle discariche.
La retorica della crisi serve solo a fini propagandistici. Serve a vendere le proprie idee, serve ad argomentare i propri ragionamenti. In realtà è proprio la frequenza con cui si utilizza questo termine a determinarne la perdita d'importanza. Serve una nuova definizione (1).
Tenteremo di descrivere la "Crisi Normale" che da sempre investe l'Italia, la cultura italiana, l'architettura italiana, attraverso riflessioni discrete che meglio possano raccontare il Belpaese.
Questa raccolta di post avrà il nome di "IN ITALIA", titolo preso in prestito dalla martellante canzone di Fabri Fibra e Gianna Nannini.
______________________________
Note:(1) - Maurizio Spina, professore del corso di Urbanistica presso l'Università degli Studi di Catania, durante le lezioni poneva un'interessante domanda: provate a dare una definizione di territorio naturale e di territorio antropico. In questi casi gli studenti si lanciano con una certa facilità nell'impresa. Dalle voci dell'aula si capiva che il territorio naturale doveva essere: integro in tutte le sue parti, non modificato dalla mano dell'uomo né direttamente né indirettamente (modifiche del clima, inquinamento ecc.). Bene. Questa definizione genera un paradosso, ovvero ci conduce alla conclusione che non esiste alcun territorio naturale in tutto il nostro pianeta. Allora a cosa serve una definizione così fatta?
Se applichiamo gli stessi ragionamenti alla ricerca del significato della parola "crisi", ci accorgiamo di quale enorme errore stiamo commettendo nella descrizione della realtà. Chiamiamo crisi ciò che oggi è prevedibile, ciclico, scontato, normale. Così inverno ed estate diventano crisi (o situazioni critiche) rispetto alle mezze stagioni inesistenti; così l'Italia passa sempre più frequentemente dalle mani del Governo a quelle della Protezione Civile e della sua unità di crisi; così Napoli si trova a gestire la crisi della spazzatura come se non esistesse alcuna previsione sulla produzione giornaliera e la relativa capacità delle discariche.
Etichette:
IN ITALIA,
Urbanistica
VENEZIA 2010 - Padiglione Romania: 1:1
Speciale VENEZIA 2010 su Petra Dura.
Il Padiglione nazionale della Romania per la 12a Biennale d'Architettura di Venezia è stato esposto all'interno del circuito dei Giardini. Si tratta di un'installazione in legno contenuta dentro l'edificio monumentale destinato alla Romania: un volume dentro un altro volume. All'ingresso un pannello illustra l'idea progettuale e il modo di utilizzare lo spazio interno. La presentazione, rintracciabile in inglese anche sul sito ufficiale della mostra, chiarisce in poche righe gli intenti e le fonti:
La narrazione all'interno del padiglione, lasciati i pannelli descrittivi all'ingresso, prosegue per un corridoio, ovvero lo spazio residuale tra il volume chiuso dell'installazione e i muri perimetrali dell'edificio. Questo viene vissuto come un'area collettiva in cui le persone si ammassano, si mettono in fila: ecco il legame con il tema della Biennale "peopele meet in architecture". Si ha la possibilità di spiare all'interno del volume ligneo grazie a dei fori, tentazione vouyeristica che ci permette di osservare i 94 mq abitati da qualcun altro. Questo espediente serve anche a fomentare un climax che culminerà con la chiusura della porta, isolandoci dal mondo esterno per godere della densità di popolazione di Bucharest.
Per un attimo ci si sente sospesi nel vuoto, bianco dappertutto, un bianco fatto di luce naturale riflessa infinite volte come in una sfera di Ulbricht. Poi si comincia a riflettere sul come si potrebbe riuscire a far entrate tutta la propria "vita" urbana all'interno di quel misero rettangolo: un pezzo di casa, il vecchio banco di scuola, un letto d'ospedale, un albero, un posto auto e poco altro. Tuttavia non va dimenticato che 94 mq sono la proiezione a terra di quello che spetta ad ogni abitante. Nessuno ci impedisce di considerare infiniti piani al di sopra di questa superficie. Si capisce, dunque, che nella capitale rumena gli abitanti hanno più metri quadrati a disposizione, ovvero quelli non calcolati dei piani fuori terra.
Nel mondo un abitante può disporre in media di 20.640 mq/persona.
In Europa la densità di popolazione è di 8.887 mq/p.
In Romania di 10.648 mq/p, in Italia di 5.094 mq/p.
La Mongolia è la nazione con la densità più bassa nel mondo, scalzando anche l'Australia, e dispone per ogni suo abitante di 552.257 mq.
Nel Principato di Monaco ci sono 16.689 persone in un chilometro quadrato, ovvero ogni abitante dispone di 59,9 mq. E' il paese con la più alta densità di popolazione.
Il confronto dei dati sulle capitali mondiali pone diversi interrogativi:
Manila 23 mq/p (città a più alta densità nel mondo)
Parigi 47 mq/p (capitale europea a più alta densità)
Bucharest 94 mq/p
New York 144 mq/p
Tokio 168 mq/p
Roma 467 mq/p
Sembra strano che Parigi possieda così poco spazio per i suoi abitanti. Addirittura risulterebbe tre volte più "densa" di New York e Tokio. Questo fa riflettere su quanto possa essere effimero il significato di tali numeri.

In ultima analisi possiamo affermare che l'idea del padiglione è chiara, semplice ed accattivante e viene venduta con altettanta freschezza. Forse si pecca nell'assenza di riflessioni approfondite, tuttavia non rischia di apparire banale perchè la lettura del padiglione con i suoi esiti viene affidata direttamente al visitatore. E' così che si scopre la sua complessità intrinseca.
Approfondimenti:
- Sito ufficiale del padiglione rumeno unulaunu.ro
- Classifica dei Paesi con relativa densità di popolazione su wikipedia.org aggiornata al 2006.
- Classifica delle città con la più alta densità di popolazione nel mondo e relative alla sola Europa.
- Ottimo reportage fotografico su dezeen.com
Credits:
- Architetture: Romina Grillo, Ciprian Rasoiu (studente), Liviu Vasiu, Matei Vlasceanu (studente), Tudor Vlasceanu.
- Commissario: Monica Morariu
- Commissario aggiunto: Alexandru Damian
- Strutture: Dragos Marcu
- Costruzioni: Art - DECO / Atelier RD
Il Padiglione nazionale della Romania per la 12a Biennale d'Architettura di Venezia è stato esposto all'interno del circuito dei Giardini. Si tratta di un'installazione in legno contenuta dentro l'edificio monumentale destinato alla Romania: un volume dentro un altro volume. All'ingresso un pannello illustra l'idea progettuale e il modo di utilizzare lo spazio interno. La presentazione, rintracciabile in inglese anche sul sito ufficiale della mostra, chiarisce in poche righe gli intenti e le fonti:
La premessa del progetto intitolato "1:1", che sarà esposto nel padiglione rumeno dei Giardini di Castello, è radicale: l'architettura come traduzione di un'idea unica, in ultima analisi la determinazione e la definizione dello spazio in cui abitiamo.
Il concetto è quello di "esporre spazio" e, così facendo, di esplorarne le sue varie istanze. All'idea di "spazio" è legato un fatto specifico e quantificabile: 94m2/person è la densità di popolazione a Bucarest, ed è rappresentativa della condizione urbana in Romania. Essa illustra, allo stesso tempo, uno stato di esistenza sia individuale che collettiva. 94 mq sarà lo "spazio" in mostra. Sarà sperimentato da una sola persona alla volta. Tradurre in scala 1:1 questo rapporto astratto eppure fondamentale tra l'uomo e il suo spazio, diventa una chiave di decodifica per i diversi significati dello spazio.
La narrazione all'interno del padiglione, lasciati i pannelli descrittivi all'ingresso, prosegue per un corridoio, ovvero lo spazio residuale tra il volume chiuso dell'installazione e i muri perimetrali dell'edificio. Questo viene vissuto come un'area collettiva in cui le persone si ammassano, si mettono in fila: ecco il legame con il tema della Biennale "peopele meet in architecture". Si ha la possibilità di spiare all'interno del volume ligneo grazie a dei fori, tentazione vouyeristica che ci permette di osservare i 94 mq abitati da qualcun altro. Questo espediente serve anche a fomentare un climax che culminerà con la chiusura della porta, isolandoci dal mondo esterno per godere della densità di popolazione di Bucharest.
Per un attimo ci si sente sospesi nel vuoto, bianco dappertutto, un bianco fatto di luce naturale riflessa infinite volte come in una sfera di Ulbricht. Poi si comincia a riflettere sul come si potrebbe riuscire a far entrate tutta la propria "vita" urbana all'interno di quel misero rettangolo: un pezzo di casa, il vecchio banco di scuola, un letto d'ospedale, un albero, un posto auto e poco altro. Tuttavia non va dimenticato che 94 mq sono la proiezione a terra di quello che spetta ad ogni abitante. Nessuno ci impedisce di considerare infiniti piani al di sopra di questa superficie. Si capisce, dunque, che nella capitale rumena gli abitanti hanno più metri quadrati a disposizione, ovvero quelli non calcolati dei piani fuori terra.
Nel mondo un abitante può disporre in media di 20.640 mq/persona.
In Europa la densità di popolazione è di 8.887 mq/p.
In Romania di 10.648 mq/p, in Italia di 5.094 mq/p.
La Mongolia è la nazione con la densità più bassa nel mondo, scalzando anche l'Australia, e dispone per ogni suo abitante di 552.257 mq.
Nel Principato di Monaco ci sono 16.689 persone in un chilometro quadrato, ovvero ogni abitante dispone di 59,9 mq. E' il paese con la più alta densità di popolazione.
Il confronto dei dati sulle capitali mondiali pone diversi interrogativi:
Manila 23 mq/p (città a più alta densità nel mondo)
Parigi 47 mq/p (capitale europea a più alta densità)
Bucharest 94 mq/p
New York 144 mq/p
Tokio 168 mq/p
Roma 467 mq/p
Sembra strano che Parigi possieda così poco spazio per i suoi abitanti. Addirittura risulterebbe tre volte più "densa" di New York e Tokio. Questo fa riflettere su quanto possa essere effimero il significato di tali numeri.

In ultima analisi possiamo affermare che l'idea del padiglione è chiara, semplice ed accattivante e viene venduta con altettanta freschezza. Forse si pecca nell'assenza di riflessioni approfondite, tuttavia non rischia di apparire banale perchè la lettura del padiglione con i suoi esiti viene affidata direttamente al visitatore. E' così che si scopre la sua complessità intrinseca.
______________________________
Approfondimenti:
- Sito ufficiale del padiglione rumeno unulaunu.ro
- Classifica dei Paesi con relativa densità di popolazione su wikipedia.org aggiornata al 2006.
- Classifica delle città con la più alta densità di popolazione nel mondo e relative alla sola Europa.
- Ottimo reportage fotografico su dezeen.com
Credits:
- Architetture: Romina Grillo, Ciprian Rasoiu (studente), Liviu Vasiu, Matei Vlasceanu (studente), Tudor Vlasceanu.
- Commissario: Monica Morariu
- Commissario aggiunto: Alexandru Damian
- Strutture: Dragos Marcu
- Costruzioni: Art - DECO / Atelier RD
Etichette:
Città,
ITALIA - Veneto,
Padiglione,
Romania,
Urbanistica
Pensiero del giorno... tutti al mare
Questo è uno di quei post in cui come al solito mi lamenterò. Mi lamenterò per qualcosa che in Italia non va bene, in Sicilia va peggio, mentre nel resto del mondo, guarda un po', va più che bene.Perchè la domanda che si pone sempre più di frequente con la bella stagione è la seguente: ma di chi è la spiaggia, di chi è il mare? Domanda lecita a vedere lo stato dell'arte delle coste italiane al confronto di quelle estere. Non voglio ammorbarvi con questioni sulla legalità e illegalità dell'uso che ne fanno gli stabilimenti balneari a fronte di canoni di concessione irrisori, argomento tra l'altro trattato nell'inchiesta di Report "Di pubblico demanio" che vi consiglio caldamente di vedere. Vorrei concentrare gli sforzi per capire quando gli Italiani hanno deciso di rinunciare alle spiagge "libere". Stiamo parlando del luogo pubblico per eccellenza in ambito naturale/naturalistico, così come le piazze possono esserlo per quello antropizzato. Il parallelismo non si esaurisce con quest'unica osservazione perchè a ben pensare l'uso di spiagge e piazze è del tutto simile: in entrambi i casi si finisce sempre ad utilizzare le attività private che nel primo caso si chiamano lidi, nel secondo caso bar o negozi. Il più delle volte la scelta è tutt'altro che libera. Nella foto potete ammirare il chilometrico lungomare di Mondello (PA) in cui solo una cinquantina di metri (e nella parte peggiore) è destinata al libero accesso. Per le piazze la situazione si complica: spiegatemi cosa dovrebbe fare una persona in quelle che sono considerate a Catania tra le più belle, ovvero piazza duomo e piazza università. Nulla di nulla, quasi peggio dei nonluoghi di Marc Augè. Potrei ribaltare la domanda e chiedere in quale piazza catanese si possa svolgere una qualche forma di aggregazione pubblica o attività che sia, ma voglio evitare di essere preso dal panico.
La rinuncia alla spiaggia è quindi l'ennesima rinuncia ad uno spazio pubblico, che come dimostrato si fonda sulla perdita della cosa pubblica in generale. Compito ben più ingrato sarebbe andare a ritroso nella storia per coglierne i motivi e le fasi della disfatta. Finiremmo per fare i conti con la nascita dei centri commerciali, l'endemica assenza e malgestione del pubblico per finire a disquisire dei nuovissimi e virtuali spazi di aggregazione. Storia vecchia. Ma la globalizzazione dovrebbe far pensare che simili circostanze, dovrebbero produrre effetti simili in tutto il mondo. Inutile dire che non è così.
In mente ho sempre l'accattivante storiella sulla Spagna, che adesso posso completare con il ragionamento sulle spiagge.
Tutto comincia con la fine di Franco (1975). Il caro Francisco durante la sua dittatura aveva passato il tempo ad eliminare qualsiasi miraggio di libertà personale soprattutto quelle che potessero rievocare una qualche identità regionale. La vita pubblica era capillarmente controllata e vigeva un senso di paura permanente. Ma come in tutte le favole che si rispettino, il cattivo muore e lascia il posto ad una fase di prosperità e felicità. Gli Spagnoli rivendicheranno con estremo orgoglio l'appartenenze regionali tanto da produrre estremismi di vario genere: molte zone hanno vocazioni indipendentiste parecchio forti e hanno cominciato a parlare e imporre i propri dialetti in maniera del tutto anacronistica. Un'altra "rivalsa" rispetto al regime di Franco è avvenuto in campo urbanistico con la "riconquista" dello spazio pubblico, di cui prima si poteva fruire limitatamente. Questa volontà è stata magistralmente tradotta in quelle architetture che tutto il mondo ha preso ad ammirare. Un esempio su tutti: Barcellona. Da allora, tutti in Spagna conoscono l'essenza genuina dello spazio pubblico. L'appropriazione delle piazze si esplica in maniera sempre diversa e creativa, ma sono le spiagge (sempre e solo libere!) che danno una chiara visione di come ci si possa appropriare totalmente dello spazio. Pensate al centro del lungomare di Barcellona, il centro della città che dà sul mare. Bene, lì vi troverete una spiaggia nudista, non appartata, non nascosta, semplicemente una spiaggia nudista sotto la luce del sole. Questo vuol dire prendere lo spazio pubblico "a morsi", goderne in pieno, senza se e senza ma.
E in Italia devo pagare per andare a mare... ma voi paghereste per entrare in una piazza?
Etichette:
ITALIA - Sicilia,
Pensiero del giorno,
Spagna,
Urbanistica
Recupero dell'ex fabbrica Tobler a Torino
Siamo lieti di pubblicare uno degli ultimi lavori dello studio torinese Cucchiarati srl. Di seguito troverete una moltitudine di informazioni riguardanti il progetto di recupero dell'ex fabbrica Tobler di Torino portato a termine nel 2009. Non ci resta che augurarvi buona lettura.
Principale fonte di energia per le nascenti industrie della Torino sabauda, la Dora nei secoli passati ha rappresentato il naturale asse di sviluppo di una città che ancora oggi conserva importanti tracce del suo passato produttivo. La chiusura delle fabbriche e il collasso dell’industria piemontese avvenuti intorno agli anni Settanta del Novecento hanno determinato anche la morte del fiume, abbandonato al degrado ambientale e sociale. Oggi l’architettura contemporanea riscopre il valore degli antichi stabilimenti dismessi lungo la Dora, li recupera, li riadatta a scopi residenziali e terziari, e contemporaneamente riconsidera il ruolo di quelle acque che per anni ne hanno rappresentato la principale forza motrice.
È quanto è accaduto in via Aosta 8, Borgata Aurora, per un edificio realizzato nei primi del Novecento da una grande firma dell’architettura piemontese, Pietro Fenoglio, sede storica della conceria Gilardini prima e poi della Choccolat Tobler. Qui la vicinanza al fiume Dora ha costituito la premessa fondamentale per concepire una casa votata all’ecologia e al risparmio energetico, ottenuto attraverso un impianto geotermico che sfrutta l’acqua di falda, con una pompa di calore reversibile che produce sia l’energia termica sia la refrigerazione estiva.
Il recupero dell’ex fabbrica Tobler si è svolto all’insegna di due paradigmi solo apparentemente contraddittori, conservazione e innovazione, combinati insieme per dare luogo a un’architettura all’avanguardia in un territorio ancora relativamente inesplorato. Il complesso consta in realtà di due maniche, una di più recente costruzione, per la quale il progetto ha previsto la demolizione e la riedificazione ex novo dei volumi, e una invece costituita da due ali storiche che, insieme alle facciate esterne, baffate secondo le disposizioni del piano regolatore, sono state interessate solo da un intervento di restauro filologico. È nelle parti interne e nascoste dell’edificio che il progetto definitivo è riuscito a integrare armonicamente la diversa morfologia delle due maniche, grazie a una sottile strategia di rimandi cromatici e volumetrici tra una facciata e l’altra: le forme del quadrato e del rettangolo si succedono con insistenza su tutte le quattro superfici verticali, negli ampi bowindow blu che sporgono dalla manica storica così come nelle grandi vetrate che rivestono quasi interamente le pareti della manica nuova. In entrambi i casi la presenza assidua del vetro offre modelli abitativi contemporanei, all’interno di ambienti luminosi in cui l’esterno sconfina negli spazi interni.
Il concetto di vivibilità costituisce il tema portante di tutto l’intervento: il progetto infatti propone una reinterpretazione dell’abitare, attraverso un uso flessibile degli spazi interni ed esterni, questi ultimi resi particolarmente fruibili dagli ampi balconi-terrazzi di cui è dotata gran parte degli alloggi e dai giardini pensili ricavati sul tetto della manica nuova.
Anche l’interno cortile è stato studiato in modo da permetterne la vivibilità, anzitutto attraverso le numerose sedute poste al suo interno, ma anche grazie alla distribuzione degli spazi, che alternano al verde delle aiuole fiorite il legno dei camminamenti e la trasparenza di una lama d’acqua che vivacizza tutto il cortile. Ne risulta un giardino piacevole non solo da guardare, ma anche da godere, fulcro di relazioni e occasione di incontro fra i residenti. Allo stesso modo il garage interrato sfugge allo stereotipo di luogo buio e desolante, grazie all’inserimento al suo livello e in corrispondenza di una cavità al centro dell’interno cortile, di una quercia da sughero, che sviluppandosi verticalmente affiora con le sue fronde sulla superficie.
In generale l’intervento non si esaurisce nella realizzazione di un nuovo complesso residenziale di impostazione e carattere tradizionali; i presupposti dai quali esso prende le mosse si articolano in una più complessa rete di obiettivi che da un lato prendono in considerazione il tessuto urbano entro cui si insedia il progetto – il quartiere Aurora –, dall’altro concepiscono la riqualificazione di un antico stabilimento industriale nei termini di un terreno di sperimentazione di inedite tipologie abitative e spazi che profumano di contemporaneità.
Dati tecnici:
Committente: DE-GA S.P.A.
Dimensioni: S.L.P. mq. 7000
Ubicazione: Via Aosta 8 – Torino
Data di realizzazione: 2009
Piante:
piano terra, primo piano A, primo piano B, secondo piano, sottotetto.
Torino: il nuovo volto dell’ex Choccolat Tobler
Principale fonte di energia per le nascenti industrie della Torino sabauda, la Dora nei secoli passati ha rappresentato il naturale asse di sviluppo di una città che ancora oggi conserva importanti tracce del suo passato produttivo. La chiusura delle fabbriche e il collasso dell’industria piemontese avvenuti intorno agli anni Settanta del Novecento hanno determinato anche la morte del fiume, abbandonato al degrado ambientale e sociale. Oggi l’architettura contemporanea riscopre il valore degli antichi stabilimenti dismessi lungo la Dora, li recupera, li riadatta a scopi residenziali e terziari, e contemporaneamente riconsidera il ruolo di quelle acque che per anni ne hanno rappresentato la principale forza motrice.
È quanto è accaduto in via Aosta 8, Borgata Aurora, per un edificio realizzato nei primi del Novecento da una grande firma dell’architettura piemontese, Pietro Fenoglio, sede storica della conceria Gilardini prima e poi della Choccolat Tobler. Qui la vicinanza al fiume Dora ha costituito la premessa fondamentale per concepire una casa votata all’ecologia e al risparmio energetico, ottenuto attraverso un impianto geotermico che sfrutta l’acqua di falda, con una pompa di calore reversibile che produce sia l’energia termica sia la refrigerazione estiva.
Il recupero dell’ex fabbrica Tobler si è svolto all’insegna di due paradigmi solo apparentemente contraddittori, conservazione e innovazione, combinati insieme per dare luogo a un’architettura all’avanguardia in un territorio ancora relativamente inesplorato. Il complesso consta in realtà di due maniche, una di più recente costruzione, per la quale il progetto ha previsto la demolizione e la riedificazione ex novo dei volumi, e una invece costituita da due ali storiche che, insieme alle facciate esterne, baffate secondo le disposizioni del piano regolatore, sono state interessate solo da un intervento di restauro filologico. È nelle parti interne e nascoste dell’edificio che il progetto definitivo è riuscito a integrare armonicamente la diversa morfologia delle due maniche, grazie a una sottile strategia di rimandi cromatici e volumetrici tra una facciata e l’altra: le forme del quadrato e del rettangolo si succedono con insistenza su tutte le quattro superfici verticali, negli ampi bowindow blu che sporgono dalla manica storica così come nelle grandi vetrate che rivestono quasi interamente le pareti della manica nuova. In entrambi i casi la presenza assidua del vetro offre modelli abitativi contemporanei, all’interno di ambienti luminosi in cui l’esterno sconfina negli spazi interni.
Il concetto di vivibilità costituisce il tema portante di tutto l’intervento: il progetto infatti propone una reinterpretazione dell’abitare, attraverso un uso flessibile degli spazi interni ed esterni, questi ultimi resi particolarmente fruibili dagli ampi balconi-terrazzi di cui è dotata gran parte degli alloggi e dai giardini pensili ricavati sul tetto della manica nuova.
Anche l’interno cortile è stato studiato in modo da permetterne la vivibilità, anzitutto attraverso le numerose sedute poste al suo interno, ma anche grazie alla distribuzione degli spazi, che alternano al verde delle aiuole fiorite il legno dei camminamenti e la trasparenza di una lama d’acqua che vivacizza tutto il cortile. Ne risulta un giardino piacevole non solo da guardare, ma anche da godere, fulcro di relazioni e occasione di incontro fra i residenti. Allo stesso modo il garage interrato sfugge allo stereotipo di luogo buio e desolante, grazie all’inserimento al suo livello e in corrispondenza di una cavità al centro dell’interno cortile, di una quercia da sughero, che sviluppandosi verticalmente affiora con le sue fronde sulla superficie.
In generale l’intervento non si esaurisce nella realizzazione di un nuovo complesso residenziale di impostazione e carattere tradizionali; i presupposti dai quali esso prende le mosse si articolano in una più complessa rete di obiettivi che da un lato prendono in considerazione il tessuto urbano entro cui si insedia il progetto – il quartiere Aurora –, dall’altro concepiscono la riqualificazione di un antico stabilimento industriale nei termini di un terreno di sperimentazione di inedite tipologie abitative e spazi che profumano di contemporaneità.
Dati tecnici:
Committente: DE-GA S.P.A.
Dimensioni: S.L.P. mq. 7000
Ubicazione: Via Aosta 8 – Torino
Data di realizzazione: 2009
Piante:
piano terra, primo piano A, primo piano B, secondo piano, sottotetto.
Prospetti:
prospetto di via Parma, prospetto di via Aosta.


Sezioni:
sezione 1, sezione 2.


Studio:
Arch. Franco Cucchiarati
Studio di progettazione della città e del territorio
www.studiocucchiarati.it
prospetto di via Parma, prospetto di via Aosta.


Sezioni:
sezione 1, sezione 2.


Studio:
Arch. Franco Cucchiarati
Studio di progettazione della città e del territorio
www.studiocucchiarati.it
Etichette:
ITALIA - Piemonte,
Residenza,
Sostenibilità,
Tesina,
Urbanistica
Nuove centralità urbane: spazi per un Museo nel quartiere San Cristoforo (CT)
Laboratorio di progettazione architettonica realizzato nell'ambito della XII settimana della cultura.
Racconto di un'esperienza.
Un intero brano del quartiere catanese di San Cristoforo, nei prossimi anni verrà trasformato da ex manifattura tabacchi a polo museale di tipo archeologico. Un imponente vuoto urbano fatto di macchinari, impianti e guano di colombe presto vedrà nuova luce. Dovrà sobbarcarsi l'incarico di connettere tessere di città quantomai distanti tra loro: la città storica ed autoreferenziale di via Garibaldi da un lato e la movimentata e degradata via Plebiscito dall'altro (forse uno dei pochi brandelli autentici di Catania in cui è possibile vedere contemporaneamente carretti con cavalli, macellerie equine e relativo braciere per arrostire). L'intervento dovrà inserire un nuovo centro nell'economia urbana di un tessuto storicizzato che quotidianamente rigurgita qualsiasi prodotto della motorizzazione pubblica o privata. Un luogo dove innestare la cultura regionale-nazionale sulla radicata cultura popolare in un serrato confronto tra ciò che "si può toccare" e ciò che "non si può toccare" (vedi alla voce soprintendenza), tra antico e vecchio, tra valori da recuperare e inventare. Si parte da qui.
4 gruppi di allievi ingegneri edili-architetti di Catania con il contributo di una studentessa di architettura di Siracusa hanno lavorato dal 19 al 25 aprile per la realizzazione di tavole e plastici. Il laboratorio ha prodotto 4 soluzioni tutte differenti tra loro, successivamente passate in giudizio e quindi approdate in esposizione. In futuro sarà possibile visionare questi lavori come appendice dalla mostra itinerante "Città e società del 21°secolo. Architetture recenti in Sicilia".
Nei prossimi post tenteremo di mostrare in dettaglio gli esiti del nostro lavoro.
Per il momento vorrei cimentarmi nell'ardua impresa di tirare le somme di questa esperienza. Le esercitazioni progettuali regalano spesso sorprese inattese e costituiscono un'indubbia fase di crescita per chiunque. I nostri elaborati si sono ritrovati alla fine a dire in maniera corale che:
1 - L'edificio va consegnato immadiatamente alla città. Va aperto ed esploso verso l'esterno e al contempo deve farsi centro gravitazionale dei quartieri su cui insiste, richiamandoli a se. Alcuni interventi marcano questo aspetto con soluzioni parecchio esplicite.
2 - Il museo archeologico non basta. Non si può pensare alla preistorica soluzione di luogo in cui depositare arte a tempo indeterminato e fruibile al visitatore con il meccanismo di: entro, giro, esco e non torno mai più. L'integrazione con più forme di attività e processi urbani è un obbligo imprescindibile.
3 - Si tratta di un'occasione unica per la città di Catania, per dimensioni, per ambito e ragioni sociali. Per questo motivo i "valori da soprintendenza" sono stati pesantemente rimessi in discussione: la memoria di un luogo non è un fatto fisico che si preserva unicamente con il congelamento dello stato di fatto. E' difficile credere che questo sia ancora argomento di discussione.
Note a margine. E' difficile pensare che un'iniziativa del genere, tanto fresca e propositiva, debba confrontarsi con la "vecchia" società fatta di politici che arrivano con due ore di ritardo perché altrove si gioca una partita di calcio, fatta di personalità accademiche che si elogiano e premiano vicendevolmente. E' difficile sopportare rimproveri da parte dell'ordine degli architetti per domande che non siamo autorizzati a fare. E' difficile essere giovani, purtroppo, ancora una volta.
Ringraziamo per i contributi progettuali durante il workshop:
il Prof. ingegnere Sebastiano D'Urso;
la Prof.ssa architetto Zaira Dato;
la soprintendente ai beni culturali della provincia di Catania, architetto Fulvia Caffo;
l'ingegnere Gianluca De Francisci;
l'architetto Francesco Finocchiaro;
l'architetto Stefania Marletta;
e tutti i ragazzi della Regione Sicilia.
Tutto sul Workshop:
- Il racconto di un'esperienza <-
- Proposta: La Fabbrica della Cultura
Racconto di un'esperienza.
Un intero brano del quartiere catanese di San Cristoforo, nei prossimi anni verrà trasformato da ex manifattura tabacchi a polo museale di tipo archeologico. Un imponente vuoto urbano fatto di macchinari, impianti e guano di colombe presto vedrà nuova luce. Dovrà sobbarcarsi l'incarico di connettere tessere di città quantomai distanti tra loro: la città storica ed autoreferenziale di via Garibaldi da un lato e la movimentata e degradata via Plebiscito dall'altro (forse uno dei pochi brandelli autentici di Catania in cui è possibile vedere contemporaneamente carretti con cavalli, macellerie equine e relativo braciere per arrostire). L'intervento dovrà inserire un nuovo centro nell'economia urbana di un tessuto storicizzato che quotidianamente rigurgita qualsiasi prodotto della motorizzazione pubblica o privata. Un luogo dove innestare la cultura regionale-nazionale sulla radicata cultura popolare in un serrato confronto tra ciò che "si può toccare" e ciò che "non si può toccare" (vedi alla voce soprintendenza), tra antico e vecchio, tra valori da recuperare e inventare. Si parte da qui.4 gruppi di allievi ingegneri edili-architetti di Catania con il contributo di una studentessa di architettura di Siracusa hanno lavorato dal 19 al 25 aprile per la realizzazione di tavole e plastici. Il laboratorio ha prodotto 4 soluzioni tutte differenti tra loro, successivamente passate in giudizio e quindi approdate in esposizione. In futuro sarà possibile visionare questi lavori come appendice dalla mostra itinerante "Città e società del 21°secolo. Architetture recenti in Sicilia".
Nei prossimi post tenteremo di mostrare in dettaglio gli esiti del nostro lavoro.
Per il momento vorrei cimentarmi nell'ardua impresa di tirare le somme di questa esperienza. Le esercitazioni progettuali regalano spesso sorprese inattese e costituiscono un'indubbia fase di crescita per chiunque. I nostri elaborati si sono ritrovati alla fine a dire in maniera corale che:
1 - L'edificio va consegnato immadiatamente alla città. Va aperto ed esploso verso l'esterno e al contempo deve farsi centro gravitazionale dei quartieri su cui insiste, richiamandoli a se. Alcuni interventi marcano questo aspetto con soluzioni parecchio esplicite.
2 - Il museo archeologico non basta. Non si può pensare alla preistorica soluzione di luogo in cui depositare arte a tempo indeterminato e fruibile al visitatore con il meccanismo di: entro, giro, esco e non torno mai più. L'integrazione con più forme di attività e processi urbani è un obbligo imprescindibile.
3 - Si tratta di un'occasione unica per la città di Catania, per dimensioni, per ambito e ragioni sociali. Per questo motivo i "valori da soprintendenza" sono stati pesantemente rimessi in discussione: la memoria di un luogo non è un fatto fisico che si preserva unicamente con il congelamento dello stato di fatto. E' difficile credere che questo sia ancora argomento di discussione.
Note a margine. E' difficile pensare che un'iniziativa del genere, tanto fresca e propositiva, debba confrontarsi con la "vecchia" società fatta di politici che arrivano con due ore di ritardo perché altrove si gioca una partita di calcio, fatta di personalità accademiche che si elogiano e premiano vicendevolmente. E' difficile sopportare rimproveri da parte dell'ordine degli architetti per domande che non siamo autorizzati a fare. E' difficile essere giovani, purtroppo, ancora una volta.
Ringraziamo per i contributi progettuali durante il workshop:
il Prof. ingegnere Sebastiano D'Urso;
la Prof.ssa architetto Zaira Dato;
la soprintendente ai beni culturali della provincia di Catania, architetto Fulvia Caffo;
l'ingegnere Gianluca De Francisci;
l'architetto Francesco Finocchiaro;
l'architetto Stefania Marletta;
e tutti i ragazzi della Regione Sicilia.
Tutto sul Workshop:
- Il racconto di un'esperienza <-
- Proposta: La Fabbrica della Cultura
Etichette:
Architettura Contemporanea,
Arte,
Città,
Concorso,
Eventi,
ITALIA - Sicilia,
Museo,
Petra Dura,
Plastico,
Sostenibilità,
Studenti Universitari,
Università,
Urbanistica,
Video
Vulcani, paesaggi e culture
La conferenza affronterà la tematica sotto molteplici punti di vista: dagli ultimi risvolti di geologia, vulcanologia e sismica, all'aspetto ecosistemico, all'analisi del rischio. Non ultimo sarà trattato l'aspetto paesistico e territoriale alla luce della nomina UNESCO come patrimonio dell'umanità dell'arcipelago delle Eolie.
Cosa: Volcanoes, Landscapes and Cultures
Dove: Centro Fieristico Le Ciminiere, Viale Africa, Catania
Quando: dall'11 al 14 Novembre 2009
Info: www.etnacatania2009.com
Ingresso: libero per la sessione di apertura, a pagamento (si spera in comode rate!!!) per tutte le altre (vedi quote )
Etichette:
Attualità e Curiosità,
Eventi,
ITALIA - Sicilia,
Urbanistica
Motta Sant'Anastasia (CT)
Di seguito pubblichiamo i lavori realizzati nel Corso di Urbanistica tenuto dal prof. arch. Maurizio Spina all'Università di Catania - Facoltà di Ingegneria - Corso di Laurea in Ingegneria Edile-Architettura - 5° anno - A.A. 2008-09.
Allievi ingegneri: Russo Serena, Schillagi Carmelo Cesare
Oggetto di studio: Territorio del comune di Motta Sant'Anastasia
Obiettivi raggiunti:
- Apprendimento dell'approccio metodologico conoscenza-sintesi critica-progetto.
- Utilizzo corretto delle scale di rappresentazione in Urbanistica.
- Approfondimento sugli strumenti urbanistici regionali, provinciali e locali.
- Studio della storia dell'Urbanistica.
- Conoscenza dell'impostazione metodologica per realizzare una tesi o relazione.
Materiale prodotto:
- Relazione Generale (*)
- Tavole (**):
INQUADRAMENTO
tav_0 Elenco, Metodologia, Bibliografia
tav_1a Inquadramento territoriale
tav_1b Inquadramento territoriale
tav_2 Inquadramento storico
tav_3 Patrimonio UNESCO in Sicilia
STRUMENTI URBANISTICI
tav_4a Piano Territoriale Paesistico Regionale (Sicilia) - inquadramento e carta della crescita urbana
tav_4b Piano Territoriale Paesistico Regionale (Sicilia) - carta geomorfologica e carta dei beni sparsi
tav_4c Piano Territoriale Paesistico Regionale (Sicilia)- carta dei vincoli e carta del paesaggio agrario
tav_5a Piano Territoriale Provinciale (Catania) - inquadramento, mobilità e valenze socio-culturali
tav_5b Piano Territoriale Provinciale (Catania) - ambiente ed economia
tav_6 Piani Regolatori Generali su Motta Sant'Anastasia
ELABORAZIONE DATI RACCOLTI
tav_7 Individuazione delle Emergenze sul territorio comunale
tav_8 Schemi sullo stato di fatto
SINTESI CRITICA
tav_9 Analisi SWOT (***)
PROGETTO
tav_10 Schemi di progetto
tav_11 Scenari progettuali
Note:
(*) la relazione generale è disponibile sotto richiesta all'indirizzo email cesareee@hotmail.it
(**) Tutte le tavole sono disponibili in formato .pdf ed eventualmente anche in formato .dwg, così come tutti i materiali originali e le fotografie presenti negli elaborati. Per informazioni o richieste cesareee@hotmail.it
(***) L'analisi SWOT ovvero l'analisi delle forze, debolezze, opportunità e minacce è tipica dell'analisi finanziaria e i risultati esposti sulla tavola devono essere considerati come una semplice trasposizione di tale metodo in campo urbanistico. E' giusto puntualizzare, che a differenza di quanto fatto, i punti di forza e debolezza vanno considerati come fattori endogeni mentre le opportunità e le minacce vanno ricercate all'esterno dell'ambito, dell'oggetto di studio, risultando per tanto esogene. Inoltre, devono considerarsi esogeni tutti quei fattori che non possono essere controllati nella scala d'ambito.
Bibliografia autori locali:
1. Giuseppe Conte (1979), MOCTA SANCTAE ANASTASIAE - Cronache di un villaggio nei secoli XIV e XV, Edizioni Landoni, Legnano
2. Giuseppe Conte (1989), LA FINE DI UNA BARONIA - Motta S. Anastasia dal sec. XVIII al 1910, Tipografia Lombardo & Licciardello, Misterbianco
3. Santo Gulisano (1995), “TERRA ET CASTRUM” - Mocta Sanctae Anastasiae - Lettura di un sito strategico, Polistampa, Catania
4. Santo Gulisano (1989), APPUNTI DELLA MEMORIA - Motta Sant’Anastasia - Aspetti particolari del suo passato remoto - Realizzzazioni -Avvenimenti ed espressioni del primo ‘900, Tipografia Lombardo & Licciardello, Misterbianco
5. (1999), MOTTA SANT’ANAQSTASIA – Guida alla città, Le nuove muse, Catania
6. La svolta – Periodico locale n°3 del 2009
Approfondimenti generali di Urbanistica
Consulta il programma del corso quì
Tecnica Urbanistica - La carica delle 101 tavole
Gli aneddoti che uno studente universitario può raccontare sulla propria carriera accademica potrebbero essere infiniti. Tuttavia, dopo i primi anni di duro lavoro sui libri lo spirito di adattamento di ogni individuo lo porta a dire che "tutto è normale", così, con rassegnazione si procede, si continuano a saturare le pagine del libretto con le nuove materie-premio. Accadono poi eventi che per quanto uno possa essersi rassegnato alla routine non può che guardare con sguardo quantomeno esterrefatto.Vorremmo adesso esporvi le circostanze in cui si è svolto il corso di Tecnica urbanistica del quarto anno in ingegneria edile-architettura condotto dalla professoressa P. Busacca dell'Università di Catania A.A. 2007-08.
Ci teniamo a precisare che questo articolo non vuole essere un attacco a nessuna delle persone che citeremo, ma solo un modo per confrontarsi su istanze che sono state "ignorate" quando espresse di presenza. Consapevoli che le idee acquistano dignità solo quando vengono messe per iscritto (questo ci ha insegnato il corso), saremmo felici di sapere cosa ne pensate a proposito.
Per onore di cronaca va detto che il corso di tecnica urbanistica è affiancato dal relativo laboratorio, in cui si fanno studi sul campo per giungere alla stesura di un progetto. A nostro avviso, il problema risiede appunto nel laboratorio, una materia da 4 crediti che richiede una impressionante mole di lavoro andando in ultima analisi ad influenzare il voto della materia vera e propria (9 crediti). La parte teorica, gestita in maniera ineccepibile dalla professoressa stessa, è stata ricca di spunti ed informazioni che hanno permesso di leggere in maniera nuova i fenomeni urbani e la loro evoluzione nel tempo con tanto di pacchetto normativo a seguito. Il passaggio alla parte pratica, tuttavia, è stato quantomeno brusco. Le prime parole pronunciate dagli assistenti che si occupavano del laboratorio sono state del tipo: benché il laboratorio dovrebbe svolgersi nelle sole ore di lezione, sapete benissimo che questo non accade mai . Discorso che non ci turbava minimamente perché esplicitazione di un’usanza consolidata e diffusa tra i docenti universitari. Tuttavia non sospettavamo da li a pochi giorni avremmo dovuto rivoluzionare la nostra vita di studenti.
Il lavoro si è svolto a Librino, un quartiere alla periferia di Catania, con incontri, revisioni, seminari, tutte cose didatticamente utili e stimolanti, ma organizzate nella peggiore delle maniere sia nei modi che nei tempi. Ma lo spirito positivo che distingue noi ragazzi ci ha portato ancora una volta , seppure tra mille lamentele, a proseguire il lavoro.
Poi durante una revisione accadde l’imprevedibile. A seguito di una richiesta d’aiuto, un’assistente si sente autorizzata a rimproverare una mia collega al punto da farla piangere umiliandola davanti a tutta la classe. Rimprovero che si concludeva: io mi sono fatta un’idea del vostro gruppo e state pur certi che non la cambio. Scene del genere non sono mancate durante qualsiasi revisione, nostra o di altri, revisioni basate sulla logica “chi grida di più ha ragione”. Da quel momento in poi abbiamo preferito non farci più vedere in aula se non con la certezza di mostrare i nostri elaborati a chi dicevamo noi. La domanda che è nata a seguito di questa esperienza è stata: Come è possibile che chi ha la pretesa di cambiare le sorti di un intero quartiere o addirittura di un’intera città non si renda conto delle difficoltà di chi gli sta di fronte?! Vuol dire questo, essere urbanista?
Va segnalato che la professoressa non è mai stata presente a questi incontri e quindi non è pienamente a conoscenza di quello che combinavano i suoi assistenti.
Altre riflessioni a margine del corso:
· Si è parlato spesso e volentieri di approccio e sensibilità ambientale, riciclo di acqua, di rifiuti, tutte idee che in un modo o in un altro hanno caratterizzato i nostri progetti. Bene. Come gruppo abbiamo stampato quasi un centinaio di tavole A2 A1 e A0 su carta da 90g. Abbiamo così, consumato tre rotoli da 50 metri ciascuno durante tutta la durata del corso. Considerando che vi erano almeno una quindicina di gruppi a seguire il corso non ci viene difficile ipotizzare che siano stati utilizzati 15x150m di carta che vuol dire oltre 2,2 chilometri di carta larga 80 centimetri. Vi rendete conto di quanto siano 2,2 chilometri di carta e di cosa significhi questo a livello ambientale?? Oggi, la tecnologia ci supporta. Sarebbe opportuno adeguarsi, magari con delle stampe in .pdf?!
· Le cento tavole di cui vi parlavamo prima hanno pure un costo, visto e considerato che sono tutte a colori, questo si traduce in una spesa di 300 € circa. Come si può parlare di sensibilità ai problemi economici nella progettazione, quando ci si propongono spese del genere?
· Forse apparirà meno interessante, ma per realizzare, revisionare, adattare, impaginare e stampare cento tavole occorre un’impressionante quantità di tempo. Tempo che abbiamo sottratto ad altre materie, alla nostra vita privata rinunciando anche a dormire se necessario. Adesso capite perché il blog è stato chiuso per un bel po’ di mesi (vedi maggio-giugno-luglio). Qualsiasi altra osservazione a tal proposito risulta superflua.
· Quando abbiamo tentato di esporre simili istanze ci è stato risposto che in generale il corso è andato bene, quindi il problema doveva essere del nostro gruppo. Quello che forse non sapevano e che gli studenti non si sono ribellati (anzi, non si sono ribellati fino in fondo) perché, come ci hanno riferito, ipotizzavano ritorsioni in commissioni di Laurea. Questo ci ha spronato a scrivere tale articolo nella consapevolezza che simili atteggiamenti da parte dei nostri colleghi non portano da nessuna parte, soprattutto quando sì ha la genuina pretesa di migliorare le cose, senza dover offendere o danneggiare nessuno. E siamo certi che persone serie ed oneste, quali riteniamo essere i nostri professori, non potranno non tenere in conto le nostre osservazioni nella futura gestione del corso.
La redazione
Etichette:
Petra Dura,
Studenti Universitari,
Università,
Urbanistica
Iscriviti a:
Post (Atom)






























