Ad Menu
Visualizzazione post con etichetta Architettura Moderna. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Architettura Moderna. Mostra tutti i post

Architetti e Facebook - Classifica 2011

"Se non sei su Facebook, praticamente non esisti"
Non sono in pochi a pensarla così. Anche gli architetti hanno da tempo recepito il messaggio e approdano, più o meno ufficialmente, sul social network che tutto muove, consapevoli che il suo creatore è stato eletto dal Time "uomo dell'anno".

Nascono così pagine su pagine che celebrano architetti, studi, opere.
Con questa classifica tentiamo di mettere un po' di ordine, proseguendo quanto già fatto nel 2009.
Vogliamo rispondere alla domanda: quali sono le pagine degli architetti in vita con maggior numero di fan?

La classifica che segue non ha la presunzione di essere esaustiva, nè di essere stata condotta con rigore scientifico e con metodi statistici. Riportiamo semplicemente il numero di fan per pagina così come rintracciabile su Facebook, la posizione ottenuta in classifica e la variazione rispetto i risultati di due anni fa. La lettura e l'iterpretazione dei dati è affidata direttamente al lettore.

1 - Oscar Niemeyer con 138.407 fan (+5)
2 - Renzo Piano con 90.270 fan (-1)
3 - Santiago Calatrava con 80.575 fan (+1)
4 - Zaha Hadid con 77.001 fan (-2)
5 - Tadao Ando con 50.117 fan (-2)
6 - Peter Zumthor con 47.837 fan (+5)
7 - Jean Nouvel con 29.895 fan (+8)
8 - Herzog & de Meuron con 28.900 fan (+5)
9 - Richard Meier con 24.555 fan (+1)
10 - Rem Koolhaas + Oma con 23.451 fan (-3)
11 - Toyo Ito con 13.566 fan (+1)
12 - SANAA (K. Sejima & R. Nishizawa) con 13.275 fan (+4)
13 - Bjarke Ingels con 8.117 fan (nuovo)
14 - Norman Foster con 7.749 fan (-6)
15 - Daniel Libeskind con 7.531 fan (-1)
- Richard Rogers con 5.905 fan
- Steven Holl con 5.898 fan
- Peter Eisenman con 5.645 fan
- MVRDV con 4.319 fan (-10)
- Mario Botta con 4.052 fan
- Massimiliano Fuksas con 3.728 fan
- Shigeru Ban con 3.602 fan
- Cesar Pelli con 3.224 fan
- Jose Rafael Moneo con 2.989 fan
- David Chipperfield con 2.588 fan
- UN Studio con 2.508 fan
- Arata Isozaki con 1.589 fan
- Ieoh Ming Pei con 1.327 fan
- Miralles & Tagliabue EMBT con 846 fan
- Gae Aulenti con 191 fan
- Bernard Tschumi senza pagina
- Frank Gehry senza pagina (nel 2009 si trovava in quinta posizione)

Vedi anche la CLASSIFICA 2009


Le pagine dei tre grandi maestri dell'architettura moderna mantengono stabili le mutue posizioni, ma mentre Le Corbusier raddoppia i fan, Wright è in perdita.

1 - Le Corbusier con 80.038 fan (30.603 nel 2009)
2 - Ludwig Mies van der Rohe con 54.896 fan (31.199 nel 2009)
3 - Frank Lloyd Wright con 12.978 fan (18.076 nel 2009)

Manca qualche architetto? Sagnalalo tra i commenti, lo inseriremo al più presto!

Pensiero del giorno... Creatività e innovazione

Ippodromo della Zarzuela, Madrid 1935, di Eduardo Torroja

"Se essere creativi significa semplicemente farsi notare senza proporre argomenti convincenti, se la creatività non è il frutto di principi affidabili e scrupolosi applicati a nuove problematiche, allora le idee originali, degenerate da false rappresentazioni e da un manierismo inconsistente, passano dal genio alla volontà, pervertendo l'arte in espediente.
L'innovazione da sola non può mai assumere un ruolo strumentale nella promozione dell'artista. Le sue capacità dovrebbero innanzitutto suscitare rispetto e plauso, attirando solo in un secondo tempo l'interesse pubblico sul loro potenziale innovativo."

di Eduardo Torroja, estratto dal libro "Razon y ser de los tipos estructurales"

In tempi di confusione non posso fare a meno di notare che il mondo dell'architettura riscopre i maestri silenziosi del novecento. Da Terragni a Scarpa, da Nervi a Torroja. La strada maestra sembra quella indicata da Thomas Edison che diceva “Il genio è costituito per l’1% dall’ispirazione e per il 99% da sudore”. Parafrasando Tom Wolfe, potremmo dire che il tempo per i patinati "Dei dell'architettura" sembra essere giunto alla fine.

VENEZIA 2010 - Prima del 2010

Speciale VENEZIA 2010 su Petra Dura.

La 12esima Mostra Internazionale d'Architettura della Biennale di Venezia diretta da Kazuio Sejima ha per tema "People meet in Architecture". Ma come siamo arrivati a questo?
Breve viaggio tra le biennali del passato in 2010 battute.

Tutto comincia con Vittorio Gregotti e la sua biennale-non-biennale con mostre tra il 1975 e il 1978. Passaggio fondamentale è quello del Teatro del Mondo di Aldo Rossi (1979-80) che getta le basi per la prima vera Biennale d'architettura dal nome "La presenza del passato" (1980). Incentrata sul tema del Postmodernismo, rimarrà famosa per la "Strada Novissima" del curatore Paolo Portoghesi e le relative prestigiose partecipazioni. Sarà lo stesso Portoghesi a curare nel 1982 la seconda edizione "Architettura nei Paesi Islamici". Il dibattito si concentra su Venezia grazie a "Progetto Venezia" di Aldo Rossi, ovvero la terza edizione (1985). Si parlerà di cosa fare del ponte dell'Accademia. Parentesi monografica nel 1986 con "Hendrik Petrus Berlage" diretta sempre da Rossi. Da questo momento in poi i temi diventeranno sempre di più ampio respiro. Nel 1991 Francesco Dal Co punterà all'internazionalità dell'evento con le partecipazioni nazionali che regaleranno da subito sorprese (nessun tema). Se le edizioni precedenti strizzavano l'occhio al passato, la sesta edizione curata da Hans Hollein non lascia dubbi sul nuovo orientamento: "Sensori dal futuro. L'architetto come sismografo" (1996). "Less Aestethics, More Ethics" di Massimiliano Fuksas rompe lo scema delle precedenti biennali secondo cui l'indagine andava condotta solo sull'architettura e con l'architettura (2000). Architettura a 360°: siamo nel nuovo millennio. Il futuro torna protagonista nel 2002 con "Next", indagini sul prossimo futuro di Deyan Sudjic e successivamente con "Metamorph" (2004) di Kurt Forster all'insegna delle nuove conquiste tecnologiche. Richard Burdett restringe nuovamente il tema per parlare delle città globali. Siamo alla decima edizione con "Città. Architettura e società" (2006), e la sezione città-porto sbarca a Palermo. La ricerca continua anche al di fuori dell'edificio con "Out There: Architecture Beyond Building" di Aaron Betsky nel 2008. La sugestione vince sulla materia. Il gioco continua...

Approfondimento: labiennale.org/it/architettura/storia/

Carlo Scarpa - Palermo

Non si dirà mai abbastanza di quanto mi abbia turbato la scoperta di interventi di restauro condotti negli anni '50 da Carlo Scarpa su due edifici storici del centro di Palermo. All'idea che pochi anni prima avevo fatto chilometri e chilometri per ammirare le opere del famoso (non) architetto italiano mi sentivo come tradito dal mondo intero, e forse anche dalla mia stessa preparazione, che non mi avevano avvisato della presenza di questi interventi giusto dietro casa.
Due ore e mezzo di Catania-Palermo ti ricordano di quanto immensa e bella sia la Sicilia e di quante altre Sicilie contenga al suo interno. Si arriva nel capoluogo siculo con la mente dolorante che ragiona ancora sul concetto di grandezza: l'Etna, gli infiniti campi di grano dell'ennese, le splendide alture che cingono la città, una sconfinata periferia con palazzi a misura d'elefante. Un viaggio tra le grandezze della Sicilia che paradossalmente conduce alla scoperta del piccolo, il dettaglio minuto tipico dell'architettura di Scarpa. Ebbene sì, perchè dopo un esperienza del genere la famosa "cura del dettaglio", tanto propagandata da accademici e addetti ai lavori, non sarà più un'astrazione impalpabile, ma la concreta percezione che si possa anche lavorare a scale inferiori all' 1:1. Si tratta di lavori di "oreficeria" su palazzi che sono già gioielli.

Palazzo Chiaramonte-Steri
Si tratta di una dimora signorile del XIV secolo successivamente convertita a Regia Dogana , tribunale dell'inquisizione ed infine sede dell'attuale rettorato dell'Università di Palermo. Scarpa interviene negli anni '50 con una serie di strutture sparse per l'intero edificio e un importante intervento sull'ingresso principale. Molte soluzioni sembrano già viste nel repertorio scarpiano come la scala a gradini angolari e sfalsati (vedi il successivo Museo Civico di Castelvecchio, 1956-1964). Ammetto di aver avuto la sensazione che rispetto certi palazzi veneziani, questo differisca solo nell'assenza dell'acqua dei canali, ma con un po' di raziocinio si riesce a leggere il tutto con più positività.
Molte informazioni utili le trovate sul sito, ma il mio consiglio è quello di andare a vedere di persona: pochi euro con guida inclusa. Inoltre troverete all'interno uno celebre dipinto di Renato Guttuso la cui interessantissima storia vale già una visita.
Sito ufficiale: http://www.palazzosteri.it/




Palazzo Abatellis
Senza troppo imbarazzo posso affermare che si tratta del più bel polo museale mai visto in Sicilia. Possiede tutte le doti per poter interessare il visitatore sotto molteplici aspetti: Contenitore, Contenuto e Comunicazione (ed ecco un improvvisata regola delle 3 C ad uso e consumo dei neofiti di architettura). Il palazzo ha subito diverse destinazioni d'uso passando da residenza del XV secolo a monastero fino al bombaramento della seconda guerra mondiale. Recuperato, ripulito dalle superfetazioni e messo in sicurezza passo nelle mani di Carlo Scarpa nel 1953 che ne disegnò gli allestimenti mantenuti a tutt'oggi, considerati essi stessi come opere d'arte meritevoli di tutela. Grazie al genio veneziano la Comunicazione delle opere diventa interattiva e mutevole: pensate ad una statua che può essere ammirata frontalmente ed avere un tipo di sfondo, oppure se vista di profilo può prospettare su un pannello completamente diverso. Supporti, teche, sedute, porte, maniglie, tutto porta la firma virtuale e riconoscibilissima di Scarpa. Rimane da chiedersi cose viene esposto, il Contenuto per intenderci: si tratta di arte sacra medievale, ma non lasciatevi ingannare dalle "etichette". Si va a palazzo Abatellis per ammirare la celeberrima Annunciazione di Antonello da Messina, ma si finisce per perdersi tra le meraviglie di anonimi pittori, scultori, orafi. Gli 8 euro del biglietto di ingresso sono quindi ampiamente giustificati, ma gli studenti di architettura entrano gratis. Per tutte le altre informazioni visitate il sito.
Sito ufficiale: http://www.regione.sicilia.it/
Approfondimento: http://www.vg-hortus.it/



Risorse di Architettura n.2

Capita spesso di dover cercare fotografie per i nostri progetti accademici, per analizzare a fondo i dettegli delle architetture o più semplicemente conoscere il fatato mondo degli Archistar. Per districarsi nell’immenso mare di internet vi segnaliamo tre siti che rappresentano ottimi punti di partenza.

Flickr
“Flickr is almost certainly the best online photo management and sharing application in the world.”
Sito

Titolo e sottotitolo la dicono lunga sulla validità del celeberrimo sito di photo sharing. Potremmo dire che flickr è per le fotografie ciò che youtube è per i video, ovvero un facile strumento di condivisione che permette agli user di postare i propri scatti e visualizzare quelli degli altri. A differenza di siti specializzati nella vendita di immagini, qui tutto è gratuito e utilizzabile (entro certi limiti). Gli autori possono decidere se mantenere tutti i diritti dell’opera o rendere la foto totalmente utilizzabile per altri. Con i parametri di ricerca avanzata risulta facile applicare suddetta distinzione. La maggior parte dell’immagini si trovano a dimensioni originali (oltre i 5 megapixel) e quindi adatte agli usi comuni.
Ogni autore possiede una sorta di pagina in cui mostrare i propri elaborati con possibilità di creare cartelle, pubblicare commenti, porre tag ecc.
Pro: Al momento è la migliore risorsa online per trovare immagini, soprattutto di architettura contemporanea. Raramente un’opera manca all’appello.
Contro: Generalmente le ricerche producono un infinità di risultati tra cui doversi districare. Molte immagini proposte sono state realizzati da turisti allo sbaraglio che pensano che una bella foto debba comprendere la loro sorridente silhouette piazzata davanti a qualche edificio famoso.


A&A
“Art & Architecture”
Sito

Il sito del "Courtauld Institute of Art” propone un interessante raccolta di immagini e fotografie d’epoca per la maggior parte ad altissima risoluzione in bianco e nero. L’archivio non è molto fornito ma si possono trovare piccoli gioiellini su opere antiche e anche moderne fino a giungere alla soglia della contemporaneità. Potrete vedere gli interni del Palazzo di Cristallo di Paxton fino a leggerne le insegne interne, oppure dare un occhiata al Centro Pompidou negl’anni di realizzazione per rendersi conto di quanto fosse avveniristico il museo di Renzo Piano.
Pro: Facile da utilizzare nonostante la lingua inglese.
Contro: Le immagini non sono scaricabili ad alta risoluzione, ma solo visualizzabili.


Life
Sito

Amanti del gossip architettonico? Ecco il sito che fa per voi. Uno sconfinato database ricco di immagini per spiare i vostri beniamini durante qualche presentazione, con un plastico in mano o di fronte il loro ultimo sforzo architettonico. Volete vedere Zaha Hadid conciata a festa per andare in visita dal papa? Eccovi accontentati!
Pro: Eccellente qualità delle immagini.
Contro: Tutte le foto sono vincolate da diritti d’autore, tuttavia è permesso utilizzarle con opportuni accorgimenti e senza scopi commerciali.

In ricordo di Bruno Zevi

Bruno Zevi (Roma, 22 gennaio 1918 – Roma, 9 gennaio 2000)

Volevo soltanto ricordare un grande dell'Architettura a dieci anni dalla sua scomparsa. Per caso ieri ho ordinato su internet un suo libro scoprendo questa triste data. Chissà quante altre cose avrebbe potuto scrivere "l' architetto col papillon e con la polemica nel sangue" su questo ultimo decennio d'Architettura pazza.
Ho ripassato per devozione le sette invariati dell'architettura moderna, il mio modo per ricordarlo:

1 - Elenco dei contenuti e funzioni
2 -Asimmetria e dissonanze
3 - Tridimensionalità antiprospettica
4 - Scomposizione quadridimensionale
5 - Coinvolgimento strutturale
6- Temporalizzazione dello spazio
7 - Reintegrazione Edificio-città-territorio

Articolo del "Corriere della sera" sulla sua morte LINK

Architetti e Facebook - Classifica

Alexa, l'azienda informatica statunitense che da tempo si occupa di sondare i movimenti degli utenti su internet, conferma che Facebook è al secondo posto tra i siti più visitati in Italia. Ci è sembrato giusto andare a tastare il polso della situazione direttamente sul celeberrimo social network per capire come si muova l'architettura da quelle parti.
Qui non contano i premi vinti, quante volte siano state conquistate la copertina delle riviste di architettura e tanto meno l'apprezzamento dei critici specializzati: su Facebook tutto si misura in numero di iscritti. Siamo andati quindi, a vedere quale archistar possieda la pagina (e non il gruppo) con il maggior numero di fan. Ecco la classifica:

1 - Renzo Piano con 31.714 fan
2 - Zaha Hadid con 25.337 fan
3 - Tadao Ando con 22.295 fan
4 - Santiago Calatrava con 15.159 fan
5 - Frank Gehry con 11.273 fan
6 - Oscar Niemeyer con 9.578 fan
7 - Rem Koolhaas + Oma con 8.714 fan
8 - Norman Foster con 8.711 fan
9 - MVRDV con 8.062 fan
10 - Richard Meier con 7.177 fan
11 - Peter Zumthor con 6.196 fan
12 - Toyo Ito con 4.518 fan
- Herzog & de Meuron con 3.233 fan
- Daniel Libeskind con 3.210 fan
- Jean Nouvel con 2.601 fan
- SANAA (K. Sejima & R. Nishizawa) con 2.526 fan
- Steven Holl con 1.929 fan
- Massimiliano Fuksas con 1.435 fan
- Shigeru Ban con 1.127 fan
- Cesar Pelli con 777 fan
- UN Studio con 766 fan
- Richard Rogers con 760 fan
- Arata Isozaki con 630 fan
- Mario Botta con 566 fan
- Enric Miralles EMBT con 551 fan
- Peter Eisenman con 347 fan
- Ieoh Ming Pei con 298 fan
- Jose Rafael Moneo con 295 fan
- David Chipperfield con 284 fan
- Gae Aulenti senza pagina
- Bernard Tschumi senza pagina

Ammetto che Renzo Piano in prima posizione mi lascia esterrefatto... oltretutto queste pagine sono visitate da tutti i facebooker del mondo e non hanno carattere nazionale. Per il resto era prevedibile che Zaha Hadid, Calatrava e Gehry conquistassero la vetta della classifica. L'escluso che fa più scalpore è senza dubbio Bernard Tschumi, ma non possiamo pretendere molto da un sito per non addetti ai lavori.
Adesso vediamo come si compone la classifica dei maestri del '900

1 - Le Corbusier con 39.603 fan
2 - Ludwig Mies van der Rohe con 31.199 fan
3 - Frank Lloyd Wright con 18.076 fan

Beh... è obiettivamente difficile fare una classifica tra questi geni, tuttavia la distanza che separa Le Corbusier da Wright appare non indifferente.

p.s. se dovesse mancare in classifica il vostro architetto preferito, segnalatelo pure.

Pensiero del giorno... L'ordine è

Louis Kahn spiega cosa è l'ordine in questo breve testo reperibile sul libro di Christian Norbert Schulz intitolato "LOUIS I. KAHN: idea & immagine"

L'ordine è
Il design è il far forma nell'ordine

La forma emerge da un sistema costruttivo

La crescita è una costruzione

Nell'ordine c'è forza creatrice

Nel design ci sono i mezzi - il dove, il con che, il quando, il quanto

La natura dello spazio riflette che cosa esso vuole essere

L'auditorio è uno Stradivari
o un orecchio
L'auditorio è uno strumento creatore

intonato a Bach o Bartok

suonato dal direttore

o un'aula da convegno

Nella natura dello spazio c'è lo spirito e la volontà di esistere in un certo modo

Il design deve seguire attentamente quella volontà

Perciò un cavallo dipinto a strisce non è una zebra.

Prima che una stazione ferroviaria sia un edificio

vuole essere una strada

emerge dai bisogni della strada
dall'ordine del movimento

Un'incontro di contorni dentro vetrate

Per via di natura - perché

Per via di ordine - che

Per via di design - come

Una forma emerge dagli elementi strutturali inerenti alla forma.

Una cupola non è concepita quando ci si domanda come costruirla
Nervi fa crescere un arco

Fuller fa crescere una cupola
Le composizioni di Mozart sono designs
Sono esercizi di ordine - intuitivi

Il design incoraggia altro design

I designs derivano le loro immagini dall'ordine

L'immagine è la memoria - la Forma

Lo stile è un ordine adottato

Uno stesso creò l'elefante e creò l'uomo

Sono designs diversi

Iniziati da aspirazioni diverse

Plasmati da circostanze diverse
L'ordine non implica al Bellezza
Lo stesso ordine creò il nano e l'Adone
Il design non è fare Bellezza

La Bellezza emerge da selezione
affinità
integrazione
amore
L'arte è forma che fa vita nell'ordine - psichica

l'ordine è intangibile

E' un livello di coscienza creativa

che diventa sempre più alto di livello

Più alto l'ordine più variato il design

L'ordine sostiene l'integrazione

Da quel che lo spazio vuole essere l'insolito si può rivelare all'architetto

dall'ordine egli deriverà la forza creatrice e la capacità di autocritica

per dar forma a questo insolito.
La Bellezza si evolverà.


Foto di...

Pensiero del giorno... Le scuole

E' impossibile rimanere indifferenti a ciò che sta accadendo al mondo dell'istruzione in Italia. Tuttavia, pur essendo uno studente universitario veramente incazzato circondato da docenti altrettanto incazzati, ho deciso che non trasformerò ogni discorso fatto in questi giorni, in una campagna denigratoria contro la Gelmini o i vari politici di turno... per questo bastano i comici. Vi parlerò di architettura, come sempre.
Oggi affrontiamo il tema delle scuole (ma che coincidenza), del significato più profondo di questa istituzione. E per farlo, pubblico un estratto del discorso di Louis Kahn "The Voice of America"(1960) reperibile sul libro di Christian Norbert Schulz intitolato "LOUIS I. KAHN: idea & immagine"

"Considero la scuola come un ambiente spaziale dove sia bello imparare. Le scuole sono cominciate con un uomo sotto a un albero, che non sapeva di essere un maestro, e che esponeva ciò che aveva compreso ad alcuni altri, che non sapevano di essere degli studenti. Gli studenti riflettevano sugli scambi di idee che avvenivano tra loro e pensavano che era bello trovarsi alla presenza di quell'uomo. Si auguravano che anche i loro figli ascoltassero un uomo simile. Presto si eressero gli spazi necessari e apparvero le prime scuole. La fondazione delle scuole era inevitabile, perché esse fanno parte dei desideri dell'uomo. Tutti i nostri complessi sistemi di educazione, oggi delegati alle Istituzioni, scaturiscono da quelle piccole scuole, ma ormai si è dimenticato lo spirito con cui erano iniziate. I locali richiesti dalle nostre istituzioni scolastiche sono stereotipati e privi di ispirazione. Le aule richieste dall'Istituto, i corridoi tappezzati da armadietti e gli altri locali e dispositivi cosiddetti funzionali sono organizzati in belle confezioni dall'architetto, il quale ubbidisce ai requisiti di superfici e costi stabiliti dalle autorità scolastiche. Le scuole sono belle ma superficiali come architetture, perché non riflettono lo spirito dell'uomo sotto l'albero. l'intero sistema scolastico scaturito dall'inizio non sarebbe stato possibile, se l'inizio non fosse stato in armonia con la natura dell'uomo..."

Parafrasando la celeberrima frase kahniana, "Cosa vuole essere un edificio", mi chiedo: oggi cosa vuole essere la scuola?

foto di...

Taliesin West in Arizona (dal 1938) di Frank Lloyd Wright

Occorre fare una precisazione: Taliesin (Wisconsin a partire dal 1911) e Taliesin West (Arizona a partire dal 1938) non sono la stessa cosa, eppure fanno idealmente parte di un unico progetto nato nel tempo. La scelta dei nomi dovrebbe farci riflettere su quelle che dovevano essere le idee che con gli anni si facevano largo nella mente di Frank Lloyd Wright: costruire una comunità che seppure fisicamente divisa in due da parecchi chilometri fosse un unicum. Ma quale doveva essere il motivo che portò a questa dislocazione? Potremmo dire che Wright, così come utilizzava i materiali con le proprie specificità, volle usufruire dei differenti territori con le relative caratteristiche, primo tra tutti il clima. Esemplificando il discorso: il primo era un "villaggio" estivo; il secondo invernale visto che si trovava in un deserto (evitiamo però di vederla come una case di villeggiatura). Così egli trattò le condizioni climatiche come un vero e proprio "materiale" da costruzione, soprattutto per quanto riguarda Taliesin west. Ma i differenti territori non comportavano esclusivamente differenti temperature; implicavano diversi ambienti naturali, diversi gradi di antropizzazione, diverse necessità. La progettazione non poteva quindi prescindere da questi soprattutto se parliamo di architettura organica. Da questo punto di vista, quali furono le linee guida che influenzeranno la forma degli edifici nel deserto dell'Arizona? Wright stesso ci propone un interesse altissima lettura del problema e relativa soluzione. Le cime pronunciate delle catene montuose che degradavano fino al deserto gli suggerirono un'interpretazione del territorio che non fosse di tipo naturalistico, bensì il tipo naturale ovvero la ricerca di tutte le leggi che stavano alla base di “quell'organismo”. Wright non vedeva colline, ma forze, spinte e tensioni. Il deserto le scomponeva e allora egli pensò che poteva ricomporle, ma non certo in un atto di mimesi con l'ambiente. Per questo motivo l'intero impianto sembra essere scaturito violentemente dal suolo, enfaticamente richiamato dalle pietre che costituiscono la muratura. Non esistono linee perpendicolari al terreno che non siano quelle dei profili dei cactus. La lezione della natura viene anche interpretata con il continuo ed instancabile susseguirsi di dislivelli, terrazzamenti e scalinate come nel tentativo di non voler violentare il suolo, ma anzi esaltarne l'irregolarità. Questo “limite” viene sfruttato da Wright con la creazione di ambiente a differenti altezze che sono sicuramente utili per riportare le varie parti dell'edificio a dimensione umana. La disposizione delle scale inoltre interrompere qualsiasi tentativo di tracciare assi (rette) di percorribilità creando sempre una sorta di virtuali disimpegni. È inutile dire che non viene intaccata minimamente la funzione degli ambienti. Questo rapporto con l'ambiente, per un allievo di Sullivan, non poteva però essere l'unico motivo a determinarne la forma. Allora ci sorge spontanea la domanda: a cosa doveva servire Taliesin west? Sicuramente doveva garantire ambienti in cui progettare, laboratori e alloggi per tutti i suoi allievi. Inoltre un'analisi del pensiero Wrightiano e dello stile di vita che si prefiggeva raggiungere potrebbe fornirci parecchie altre informazioni sulla costruzione. Ma limitiamoci ad evidenziare quelle più significative: 1) il lavoro e il soggiorno a Taliesin west dovevano essere vissuti come un'avventura; 2) un progettista doveva condurre una vita da progettista.
In cosa si traducono questi due enunciati? Il primo fa riferimento ad una condizione di “instabilità” che architettonicamente fa vedere la costruzione come un cantiere sempre aperto. Work in proggress forever. Infatti col tempo parecchi corpi di fabbrica vennero aggiunti. Non credo che questo aspetto sia da sottovalutare se si pensa quanto sia difficile concepire un edificio che un domani possa essere ampliato, modificato o semplicemente adattato a nuove esigenze. Particolarmente utile doveva essere risultata l'intersezione di quadrati ruotati a 45 gradi che nella loro aggregazione formano un complesso triangolare. Siamo comunque convinti che tale forma geometrica si sia generata per quel famosissimo processo che caratterizza l'architettura di Wright: dall'interno verso l'esterno.
Adesso analizziamo come questo edificio potesse favorire lo sviluppo di una mentalità da progettista. Quest'individuo, secondo Wright, doveva essere soprattutto una persona che sapeva risolvere problemi con le proprie forze. Non poté che creare ambienti altamente accessibili in modo tale che ogni allievo non avesse mai nulla da chiedere e provvedesse da solo alla proprie esigenze. Inoltre per nessuna ragione l'attività progettuale doveva essere scissa dalla vita quotidiana. In questo senso non ci sorprende il fatto che la Works Room fosse limitrofa alle cucine in una continua celebrazione della vita comunitaria. La stanza per la preparazione dei cibi rappresenta infatti ciò che il camino era per le prairie houses.
Una zona più distaccata, più silenziosa viene ritagliata da Bedrooms, da bagni e da differenti ambienti che creano una sorta di nicchia privata: la sua residenza. In sezione notiamo come in questa parte della comunità in muri siano molti di più e molto più spessi, così come la vegetazione si infittisce in una sorta di giardino interno.
Ciò che sollecita maggiormente l'interesse per Taliesin west è l’utilizzo dei materiali per le coperture. Partiamo da un basamento di solida roccia, proseguiamo con delle membrature triangolari lignee per giungere ad un evanescente tetto di tela. Un climax di materiali: duro, soffice; pesante, leggero; opaco, traslucido. Poeticità dei materiali a parte, ogni elemento è usato per un fine specifico. La scomposizione delle forze e il modo di lavorare sinergico è intuibile da chiunque, così come è visibile e riconoscibile ogni materiale utilizzato con una comprensione pressoché immediata della propria funzione: ad esempio risulta ovvio che la tela bianca servisse per un controllo qualitativo della luce; che la leggera intelaiatura lignea si prestasse meglio a poggiare su dei contrafforti litici.
In alcuni casi le travi oblique affondano gradualmente nella muratura creando ambienti continui e ampi come quelli della sala giorno. Questo processo probabilmente affonda la sua ragione d’esistere nel concetto di plasticità, ovvero quel risultato finale che permette di leggere le varie parti di un oggetto come un unicum piuttosto che come una somma.
L’orientamento non fornisce dati di facile analisi considerando il fatto che la costruzione si trova in un deserto e che fosse utilizzata solamente per pochi mesi l’anno. Tuttavia è semplice notare che le porzioni più ampie di tela fossero rivolti ad un soleggiamento diretto.
Il valore di questa opera wrightiana è da ricondurre allo spirito pionieristico del suo autore. La carica di originalità è innegabile. L’uso dei materiali è addirittura poetico. Il rapporto instaurato con il territorio ha per rivale solo la Kaufman. Gestione della luce insuperabile. Progetto ambiziosissimo che si pregia della collaborazione dei suoi studenti e al quale non è mai messa la parola fine.


Bibliografia:

“storia dell’architettura moderna” di Bruno Zevi
“Il futuro dell’architettura” di F. Lloyd Wright

Foto di...

Nuova Galleria Nazionale di Berlino, 1962-68 - Mies Van Der Rohe

Tesina scritta nell'ambito del corso di storia dell'Architettura II

Mentre era occupato al progetto per il museo a Schwainfurt, Mies van der Rohe venne contattato dalla municipalità di Berlino, che gli offriva l’incarico di un museo che avrebbe ospitato la collezione d’arte del XIX e XX sec. dello stato prussiano. Interrotto il lavoro del museo per la piccola cittadina, si dedicò interamente allo studio della Galleria d’arte sulla Postdamerstrasse di Berlino, la città nella quale aveva trascorso i primi anni di formazione artistica. Cominciò la sua progettazione nel 1962 e venne inaugurata nel ‘68. Il principio su cui si fonda è il medesimo che avrebbe applicato nel
museo della piccola città di Schwainfurt: uno spazio espositivo costituito da una grande copertura a griglia sorretta da otto colonne, libero da strutture portanti intermedie e visivamente aperto verso l’esterno. Con evidente riferimento al Neoplasticismo e al De Stijl, come in molte altre sue opere, Mies realizza l’edificio per mezzo di un’addizione di lastre.
L’edificio è organizzato su due livelli. Il secondo piano, costituito dal portico quadrato (di 50.60 m di lato e 8 m di altez
za) di acciaio, che contiene uno spazio libero, circondato da una vetrata, dove la pianta libera permette la flessibilità delle partizioni interne, permettendo di modificare il percorso espositivo a seconda dell’artista che è invitato a mostrare le sue opere. Questo ambiente poggia su un basamento in pietra, con rivestimento in granito, uno spazio fisso dove trovano posto le collezioni permanenti, una galleria convenzionale. In un museo diverse sono le necessità: da un lato la conservazione, che richiede ambiti chiusi e appartati, dall’altro la presentazione necessita di ambienti comuni, aperti e facilmente percorribili. Ciò permette una ricchezza di possibili modi di fruire l’edificio creando due itinerari diversi: uno, in basso, per i visitatori specializzati e uno, nello spazio più aperto, per quelli generici.
Benevolo inoltre ha osservato che con questa separazione di livelli scompare la divisione dei compiti, tra progettista, committente e costruttori, i quali spesso assumevano il compito destinato al progettista, adesso le parti impegnate sono costrette a collaborare e il progettista si comporta da mediatore tra i costruttori e l’utenza.
Tuttavia nel trattamento dei piani inferiori, nonostante la presenza di una zona vetrata verso un giardino per il riposo dei visitatori, alcuni ambienti sono completamente illuminati con luce artificiale. Ciò va contro la ricerca architettonica più tarda di Kahn, il quale addirittura affermerà: “Appena vedo un progetto che tende di propormi spazi senza luce, non faccio altro che respingerlo con la massima disinvoltura, perché capisco che è sbagliato. E quindi, i falsi profeti, come le scuole prive di luce naturale, sono decisamente anti-architettonici. Appartengono a quello che uso chiamare il mercato dell’architettura, ma non all’architettura vera e propria”. Con questo non si intende abbattere l’opera di grande valore architettonico di Mies van der Rohe, poiché probabilmente questi ambiti vennero chiusi appositamente per realizzare ambienti con funzione di magazzino, ma è anche vero che lo stesso risultato si sarebbe potuto ottenere diversamente, fornendo anche a questi ambienti la luce necessaria.
Come già accennato, la copertura, sottoforma di griglia ortogonale di travi metalliche coperta da una piastra continua compressa rinforzata da nervature in acciaio sull’intradosso per impedire fenomeni di instabilità, viene sorretta da otto pilastri (due per lato) in accaio a sezione cruciforme e tale riduzione della struttura porta in gioco il concetto di “Less is more”. I pilastri non stanno agli angoli per evitare la possibilità di individuazione del volume puro.
La precisione nei dettagli della struttura è fortemente individuata nella connessione dei pilastri con la lastra di copertura, che in quanto manifesto degli osannati concetti “Less is more”, verità del costruire e manifestazione del procedimento costruttivo, viene ridotta ai minimi termini.
Il funzionamento statico del giunto sferico di 16 cm di diametro, viene probabilmente ripreso dalla Turbinenhalle di Behrens, dove un simile sistema articolava i portali e il suolo.
La cura dei dettagli è anche esplicitamente visibile nel grado di rastremazione verso l’alto della colonna, nonché rapporto tra la sua lunghezza e quella dell’ala.
Tutto quello detto finora ci porta a ritrovare delle possibili rimembranze, da parte dell’architetto, del tempio greco su podio.
Lo stesso Mies affermava: “Volevo qualcosa che armonizzasse con la tradizione schinkeliana”.
Tuttavia per molti critici, tra cui Zevi e De Fusco, l’atmosfera classica, poiché fuori tempo massimo, risulta troppo pomposa o meglio come afferma lo stesso autore: “Il mito del tempio greco, della purezza, suona ormai inattuale, fuga dalla realtà”. Eppure è possibile ricercare una giustificazione a questo nel suo attaccamento al luogo di formazione e nella sua volontà di realizzarvi una sorta di monumento o reliquiario e questo desiderio trova la sua più semplice ispirazione nel mondo classico. Quest’ultimo tuttavia viene filtrato dal linguaggio della modernità: il capitello quindi viene reinterpretato, proponendo una manifestazione spoglia di ogni valenza decorativa del procedimento costruttivo.
Il discorso sul tempio ci riconduce inevitabilmente alla simmetria, insita specialmente nel secondo livello. Ma tale concetto viene smentito dalla possibilità di modifica della partizioni interne e, all’esterno, dalla disposizione di scale secondarie agli angoli nord – est e sud – est della piattaforma, che negano l’evidente simmetria e il segnalamento di un unico percorso dati dalla grande scalinata in asse rivolta ad est.
Anche la stessa copertura quadrata devia e distrugge la possibilità di ottenere un asse preferenziale.
Dal punto di vista del soleggiamento, Mies pone delle tende, che permettono di graduare la luce, e frangisole, generati dalla stessa lastra di copertura che gira tutta attorno a creare una peristasi, che la filtra. Questo rese il museo per certi versi inospitale, luogo dove esporre solo oggetti molto grandi, poiché l’immensa estensione interna (interrotta solo da due condotti per impianti e un corpo scala che giunge al piano inferiore) creava una forte dispersione di opere d’arte di modeste dimensioni. È stato osservato dallo Zevi:”…se l’epigramma “il meno è il più” assumeva una funzione moralizzatrice nel clima dell’Existenzminimum, applicato ad opere costose e monumentali perde significato”dunque contesta anche l’ampiezza dell’edificio che devitalizza il valore dell’opera. Il Benevolo è invece di opinione molto differente: “Le sue opere, e anche questa Galleria, non complicano, ma riducono gli organismi edilizi alla forma più elementare. Per ogni tema egli stabilisce un “meno” di organizzazione spaziale, che rende possibile un “più” di controllo della forma e della distribuzione…”
Infatti, è vero che Mies stesso riconosceva con modestia questo problema, tuttavia, andando contro la stessa mente produttrice dell’opera, sta nella maestria dell’allestitore creare un ambiente accogliente e riuscire a fare in modo che tutta questa grande disponibilità spaziale non venga sperperata. Mies si impegna a realizzare un ambiente con grandi possibilità distributive, attraverso la pianta libera egli crea un ambiente flessibile alle molteplici esigenze.
Zevi mette a paragone la Galleria d’arte di Mies van der Rohe con Philarmonie berlinese di Scharoun: “Involucro reticente, tenda dissimetrica, quasi provvisoria, in tacita polemica con l’adiacente galleria d’arte di Mies van der Rohe: questa postula un oggetto ellenico, puro ed astratto, timoroso di essere sporcato dai fruitori; la Philarmonie invece calamita i passanti, li invita ad entrare, dice che potrebbero camminare anche sulla copertura…Nell’arcaico museo miesiano si resta sempre estranei al dipinto o alla statua; qui ci si tuffa in una conchiglia sonora…”
Senza annientarlo né elogiarlo, Benevolo afferma: “La tettoia non invita né respinge ma propone solo un passaggio tra lo scoperto e il coperto”. Si manifesta con semplicità evitando magniloquenza e spettacolarizzazione ma solo offendo al visitatore un luogo dedicato all’arte.


Bibliografia:
Neumeyer Fritz – Mies van der Rohe, le architetture e gli scritti, Zanichelli 1996
De Fusco – Mille anni di architettura occidentale, 1993
Benevolo – Storia dell’architettura moderna, 1960
Schulz Franz – Mies van der Rohe, Milano 1989
Zevi Bruno – Storia dell’architettura moderna, Einaudi 1973

Casa Curuchet -Buenos Aires, Argentina1949 - Le Corbusier

Tesina scritta nell'ambito del corso di storia dell'Architettura II

Progettata nel 1949 e realizzata nel 1955 da Le Corbusier per il dr. Currutchet in un quartiere della Plata Argentina, la Casa – studio Currutchet figura come uno dei manifesti della poetica architettonica del grande maestro.
Le Corbusier non procedette astrattamente ma si preoccupò di dare una risposta alle condizioni morfologiche del terreno e dell’ubicazione. La prima condizione era quella di realizzare un’abitazione unifamiliare in un lotto di dimensioni limitate da tre muri di confine spartifuoco, la cui conseguenza immediata sarebbe stata la presenza di una sola facciata. Inoltre dovette risolvere il problema dell’inclinazione dell’asse longitudinale del suolo molto vicina a 45°. Divise quindi la costruzione in due blocchi, il primo fra i quali avrebbe ripreso la pendenza della linea municipale rispettando la continuità della facciata e risolvendo la divergenza angolare. Quest’ultima venne contemporaneamente negata dall’orientamento del blocco più esterno diverso rispetto all’allineamento stradale, lasciando quindi uno spazio vuoto di mediazione di fronte l’ingresso.
Il progettista si mostrò sempre incline ad adeguare gli spazi alle esigenze della committenza in particolare nei confronti della richiesta del cliente di schermare le ampie pareti vetrate dell’edificio. Per accorrere a tale necessità Le Corbusier antepose alla superficie delle mura un sistema reticolare di brise-soleil, nati dall’accostamento di tavole di cemento che si prolungano verso l’alto incorniciando il fronte della terrazza. Tali frangisole, come l’intero edificio vennero orientati dell’architetto secondo l’incidenza del sole a quella latitudine.
Si accede all’abitazione mediante un’apertura racchiusa da un prisma che facilmente si individua nella spazio vuoto generato dalla struttura in pilotis. Tale accesso definisce anche un punto di mediazione tra lo spazio aperto di fronte la casa e uno parzialmente coperto, una sorta di hall. In quest’ambito è predominante la presenza di una rampa, che connette il pianterreno con il retro, dove è disposta la vera e propria residenza, e successivamente cambiando direzione giunge alla clinica, posta al primo piano. A partire dall’elemento compositiva della rampa si articola l’idea del viaggio o promenade architecturale, tanto osannato concetto creato da Le Corbusier, che offre all’osservatore dinamiche di vedute differenti, ricorrendo tra le altre cose anche al fattore tempo, il quale viene trattato come una quarta dimensione.
Accanto alla rampa è piantato un albero, il cui fogliame si eleva fino al punto più alto dell’edificio, forse per marcare la netta separazione tra lo studio e la vera e propria residenza. Quest’ultima presenta ad un piano intermedio (mezzanino) la zona d’accesso all’appartamento, quasi del tutto vetrata quasi per indicare al visitatore la direzione da seguire o mettere in contatto ambiti differenti. Questa contiene una scala che, passando per il primo piano, che contiene cucina , sala da pranzo e soggiorno a doppia altezza (riprendendo la pratica introdotta da Loos), giunge al secondo piano, dove si articolano tre camere da letto e due bagni racchiusi da pareti curve e di cui uno presenta un lucernario probabilmente per permettere il ricambio dell’aria. Un elemento particolarmente interessante è la camera da letto del padrone di casa che si relaziona visivamente con il sottostante salotto e con la terrazza di fronte tramite delle grate in legno.
Il blocco più esterno contiene al primo piano una sala d’attesa, lo studio del medico e una camera di servizio, e al secondo piano la famosa terrazza- giardino. Le Corbusier progettò l’edificio e quindi anche l’orientamento della terrazza in modo tale che potesse godere del cielo, del sole e della splendida visuale sulle due piazze in primo piano e sulla foresta sullo sfondo, ricorrendo ad una pensilina disposta sul muro mediano ovest che proteggesse dalla pioggia o dal soleggiamento diretto. Il progettista si preoccupò inoltre di realizzare dei supporti per le piante, che assieme alla presenza dell’albero che percorre tutta l’altezza dell’edificio e alla forte presenza di aperture verso il parco, permette di interiorizzare l’esterno entro le mura dell’abitazione. Questo rapporto interno – esterno è fortemente presente come già accennato nella hall di ingresso poiché posta in uno spazio né interno né esterno, come una sorta di scatola vetrata.
E’ facile rintracciare una gerarchia in relazione ai diversi gradi di privatezza che raggiunge il suo acme nella terrazza, destinata all’uso privato ma contemporaneamente partecipe della vita pubblica.
Questo elemento, l’intima relazione che l’abitazione tesse con l’ambiente e il già citato gioco di prospettive sono tutti fattori che accorrono ad una necessità di ordine psicologico – spirituale. Si tratta infatti di un’architettura basata sulle esigenze più profonde dell’uomo legate alle emozioni e alle aspettative. Lo stesso Le Corbusier afferma: “L’architettura, essendo emozione plastica, deve…cominciare dall’inizio, e impiegare gli elementi suscettibili di colpire i nostri sensi, di esaudire i nostri desideri visuali, e disporli in maniera che la loro vista ci colpisca chiaramente”.
Un concetto caro a Le Corbusier è il problema della bellezza, progettare un’architettura che ritrovi l’”ordine universale”. “L’architettura c’è quando interviene emozione poetica. L’architettura è un fatto plastico. La dimensione plastica è ciò che si vede e si misura con gli occhi…”.
L’idea di bellezza viene concepita come una simbiosi di due fattori:
• L’utilizzo di forme elementari, di geometrie proporzionali, con l’utilizzo del famoso modulor, che in Casa Currutchet viene applicato per individuare l’altezza della struttura di brise – soleil, e di superfici che seguano l’andamento delle linee direttrici e generatrici del volume;
• L’appropriatezza funzionale, poiché dichiara il significato di casa in quanto “macchina da abitare” sulla base di esempi del piroscafo e dell’aereoplano.
In ultima analisi è percepibile l’applicazione dei cinque punti resi manifesti da Le Corbusier nel 1926:
1. Pilotis: la casa si regge infatti su questi pilastrini ed è quindi quasi del tutto sospesa in aria, distante dal terreno portatore di umidità, mentre il giardino cresce indisturbato sotto l’abitazione;
2. Tetti – giardino: il cemento armato viene gettato sopra uno strato di sabbia che impedisce al cemento di dilatarsi e frantumarsi e trattiene l’umidità, contrastando il dilagarsi dell’umidità;
3. Pianta libera: l’uso del cemento armato porta alla libertà dei muri che non devono più essere ricalcati gli uni sugli altri. Così facendo si produce anche economia di volumi. Nel caso di Casa Currutchet ciò permette l’inserimento dell’albero tra i limiti dell’edificio;
4. Finestre in lunghezza: grazie al cemento armato le finestre possono percorrere tutta la lunghezza della facciata;
5. Facciata libera: i pilastri sono arretrati rispetto ai muri e ciò comporta l’indipendenza di questi dalla struttura portante e la modificabilità delle pareti e della facciata.

Bibliografia:
Boesiger-Girberger – Le Corbusier 1910-65, Zanichelli 1987
Brooks-Allen – Le Corbusier 1887-1965, Electa 1987
Zevi Bruno – Storia dell’architettura moderna, Einaudi 1973
Le Corbusier – Verso un’architettura, Longanesi eC 1973