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Visualizzazione post con etichetta Enric Miralles. Mostra tutti i post
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Architetti e designer...

Girovagando su internet ho scoperto un sito che permette in modo facile e veloce di visualizzare le opere di design dei più celeberrimi architetti e la maggior parte di questi cos'ha realizzato? Sedie!
La sedia, una delle cose più utili e comode che esista, è stata oggetto di studio di architetti e anche di ingegneri a partire dal 1725 anno di realizzazione della "Windson Chair" prodotta negli Stati Uniti seguita da una lunga serie che ha visto i più grandi dell'architettura (Voysey, Horta, van de Velde, Mackintosh, Gaudì, Whright, Mies Van Der Rohe, etc...). Oggi le sedie d'autore si presentano così:









Santiago Calatrava - DS 150:

E' stata realizzata seguendo l'andamento del corpo umano anche se apparentemente non sembra...non sarà un po' troppo piatta?!
L'architetto ha saputo dare il movimento anche a questo oggetto!




Miralles-Tagliabue - Vigas Alis:
Anche loro hanno contribuito al catalogo: si tratta di una poltrona da auditorium realizzata in legno di faggio le cui angolazioni e caratteristiche sono modificabili su ordinazione! Venne utilizzata per la sede di Gas Natural a Barcellona e l’Università di Vigo.



Oscar Niemeyer - Rio:
Legno verniciato in nero e cuscini in pelle. Questa si che segue le forme del corpo umano, comodissima in veranda nelle calde e stellate notti estive!L'unica pecca sarà il costo: quello si che sarà alle stelle!




Aldo Rossi - Parigi:
Braccioli e gambe in alluminio smaltato, sedile e schienale in schiuma di PVC. Anche stavolta si distingue per la sua essenzialità.



Toyo Ito - Suki:
Realizzata interamente in acciaio, proprio per questo viene vivamente sconsigliato l'uso esterno.






Kazuyo Sejima - Marumaru:
Si tratta di un pouf realizzato in schiume poliuretaniche con tessuto sfilabile esterno e piedi in acciaio.


E come potrebbe mancare:



Frank O. Gehry - red beaver:
Realizzata interamente in cartone..probabilmente sarà abbastanza resistente ma mi chiedo se sarà comoda..


Per finire guardate che ci propone Rafael Moneo con Roca Sanitario?

Pensiero del giorno… l’Ultima Architettura

Da un po’ di giorni ho tirato fuori una vecchia serie televisiva che non vedevo da anni: Six Feet Under, un telefilm che narra le vicende di una famiglia di becchini americani.
Tra un paio di giorni mia zia verrà tirata fuori dalla loculo in cui riposa per essere piazzata altrove: aveva 52 anni quando è morta.
Non vi aspettate discorsi sul senso della vita, sull’aldilà, sul come, sul dove e soprattutto sul Chi. Mi sforzerò ancora una volta di parlarvi di architettura, l’ultima architettura per un uomo. Mi piacerebbe credere che le persone non debbano accendere dei mutui per comprare le nicchie in cui finiranno; mi piacerebbe credere che non esista un mercato immobiliare anche per questo; mi piacerebbe credere che non esistano sfratti per i morti; vorrei illudermi che la morte sia un “livella” proprio come raccontava Totò, ma vivo in un piccolo paese siciliano in cui a passeggiar tra le tombe ci si sente tra “cattedrali”. Ogni cappella spicca in altezza, in decorazioni, in sfarzo: la mania di avvicinarsi a dio usa sempre e soltanto il solito linguaggio seppure declinato in mille stili diversi: gotico, classico dorico, rinascimentale, imperiale anni ’40, brutalista in cemento armato. Sono belle, lussuose, accattivanti. Ti dicono: “vieni pure! Entra! rimani qui”… Il cumulo di pietre di cui parla Adolf Loos, viene sempre trasformato in qualcosa di più bello perché si ha paura che possa mai essere riconosciuto come tale.


"Se in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura."

È una finzione che dovrebbe aiutare a dimenticare o ad elaborare un lutto, o forse per fare gongolare un morto lassù. Eppure, per quanto lavoro vi si possa fare, per quanto materiale si possa usare o per quanti fiori vi si possano mettere la sensazione che quelli siano i luoghi più brutti della terra non tarda ad arrivare. Chi si trova a progettare in tali luoghi non può fare a meno di confrontarsi con le più grandi paure dell’uomo e soprattutto con i suoi più grandi vizi.
Per un certo periodo avevo guardato con ammirazione al Cimitero di Igualada di Enric Miralles: semplice, lineare, evocativo e mi ero pure illuso che quello fosse il giusto posto in cui andare a finire. Poi noto che la salma dell’architetto è stata posizionata in una cappella distaccata da quelli che sono i loculi tutti uguali e sovrapposti che costituiscono la maggior parte del cimitero. Comincio a credere che le categorie mentali di noi architetti non siano assolutamente adatte ad affrontare un tema come quello della morte. L’uomo non vuole finire in una cassa di legno grezzo e in un buco minimal, c’è poco da fare: vuole il meglio. Non siamo nati per morire, ecco tutto, e questo dovremmo ricordarlo. A pensarci bene, le “cattedrali” del mio paese non sono così male: rappresentano solo un legittimo desiderio di eternità…





Foto di...

Enric Miralles - Parte Terza: opere

Appunti e Ricerche condotte nell’ambito del corso di Architettura e Composizione II

- Parte Prima: Periodizzazione, Linguaggi, Poetica, Bibliografia
- Parte Seconda: Opere - Placa dels paisos Catalans, Scuola La Llauna, Pergole a Parets del Valles
->Parte Terza: Opere - Cimitero di Igualada
- Parte Quarta: Opere (futura pubblicazione)

Cimitero di Igualada, Enric Miralles e Carmen Pinos, 1985-96


foto 1 - 2 - 3

Il cimitero di Igualada si pone come metafora, quanto mai lucida, dell'architettura come contenitore di vita. Ogni singolo elemento di questa costruzione può essere letto nella sua doppia matrice funzionale-espressiva, dove lo scorrere del tempo e il passaggio dell'uomo sulla terra sono materializzati nei solchi in cui si collocano le tombe. Ogni traccia sul pavimento è testimone dei ricordi che ogni individuo si lascia dietro, fino a giungere alla morte. Le "tracce" sono realizzate in legno non trattato in modo che si smaterializzino col tempo, metafora della fisicità che scompare. La polvere richiuderà queste ferite con il suo carico di vita, mentre le tombe si riempiranno di vite ormai finite.


foto 1

L'ingresso al cimitero è caratterizzato da strutture in metallo ossidato che evocano le tre croci del calvario. La strada d'accesso comincia la propria discesa verso il basso per escludere il mondo esterno e la sua frenesia. Il "fiume" materico conduce attraverso spazi che si modulano in maniera sempre diversa per evocare atmosfere cangianti. All’interno delle cappelle la luce penetra da lucernari che segnano la copertura-giardino. Interessanti appaiono i luoghi di sosta, risolti con delle panchine irregolari che emulano l'accostamento di bare affiorate dal terreno. L'aria viene resa densa dagli alberi filiformi. Impossibile non notare l'effetto "sepolcro" generato da discese con scale che affondano nei corpi architettonici.
Questa visone della morte, basata su visioni prese in prestito dall'immaginario collettivo come il "fiume", la pietra sepolcrale, la vita che sprofonda nel terreno per poi riemergere, ci parlano di un'analisi a più dimensioni: sociale, umana, rituale, profana e religiosa.
Miralles affermava che il suo ruolo è stato quello di estrarre l'opera dalla terra, rendendo manifesto ciò che esisteva già, così come Michelangelo "tirava fuori" i corpi da un blocco informe di materia. Gli scarti degli scavi sono stati utilizzati per fare muri di contenimento.
La moglie, Benedetta Tagliabue, afferma che la costruzione durò talmente tanto che l'immagine architettonica del cimitero condizionò i progetti successivi di Miralles. Potremmo dire che il maestro rimase inscindibilmente legato a questa opera e non solo in senso metaforico. Oggi le sue spoglie si trovano nei luoghi da lui stesso progettati. Sulla sua lapide qualcuno ha scritto "Menos es poco y sin ti nada".

Enric Miralles - Parte Seconda: opere

Appunti e Ricerche condotte nell’ambito del corso di Architettura e Composizione II
- Parte Quarta: Opere (futura pubblicazione)


Placa dels paisos Catalans (stazione Sants)
di Viaplana, Pinòn con la collaborazione di Miralles, Barcellona,1983

Rappresenta l'opera che segna la rinascita della città catalana dopo la parentesi della dittatura franchista. Vi sono delle strutture sovradimensionate che risolvono questo grande spazio, ovvero una rotonda davanti la stazione Saint, la più importante di Barcellona. L’oggetto di grande dimensione urbana serve a riportare a misura d’uomo l’ambito d’intervento, conferirgli identità e riconoscibilità. Gli elementi più importanti sono una pensilina e una passeggiata coperta. La pulizia formale di queste architetture fa i conti con un esigenza ben precisa, ovvero avere strutture leggere che potessero poggiare su un suolo traforato da gallerie ferroviarie.


Scuola La Llauna, Barcellona, 1984-94

È la prima opera di Miralles ad essere pubblicata. Si tratta di un’ex fabbrica riconvertita in scuola. Questa operazione è stata realizzata facilmente grazie alla presenza di scale , rampe e piante libere. Dall'ingresso si ha l'impressione che il suo intervento dialoghi con il vecchio edificio in un semplice gesto di accostamento-rotazione. Potremmo dire che scompaiono le differenze tra "nuovo e vecchio", piuttosto si tratta di modi diversi di rapportarsi all'edificio. L’immagine della fabbrica non svanisce sotto la morsa della nuova veste scolastica.
Dopo 10 anni dalla riconversione, Miralles realizza un intervento al piano terra con palesta, piccolo padiglione, fotocopisteria e deposito bici.


Pergole a Parets del Valles, Enric Miralles e Carmen Pinos 1985-86

Le pergole caratterizzano la sistemazione della piazza individuando i luoghi dove "si può stare". Sono fatte in legno e metallo di forma quadrata disposte in maniera contratta tali da raggiungere un “ misterioso equilibrio” (Tagliabue).


Altre immagini

Enric Miralles - Parte Prima: Periodizzazione, Linguaggi, Poetica, Bibliografia



- Parte Quarta: Opere (futura pubblicazione)


Curriculum Vitae

Nasce nel1955
Studia alla scuola tecnica superiore di architettura di Barcellona e ne esce nel 1978
1973-85 collabora con lo studio Pinon -Viaplana
1984-89 ha il suo studio con Carmen Pinos (la sua prima moglie)
1985 professore alla Escuela de Barcelona
1992 inizio collaborazione con Tagliabue (la sua seconda moglie)
Muore nel 2000


Periodizzazione e Linguaggi

Nel riassumere la sua opera si dovrebbe prescindere dall’inserire Miralles in un linguaggio architettonico ben codificato per evitare di vedere il suo lavoro come la mera applicazione di uno “stile”. Tuttavia i riferimenti al decostruttivismo, voluti o attribuiti, sembrano abbastanza evidenti. D’altra parte, sulla sua lapide qualcuno ha riportato la scritta "Menos es poco y sin ti nada" come a voler evidenziare il carattere minimalista del maestro.
Volendo ipotizzare una periodizzazione delle sue opere si potrebbe partire dalle varie collaborazioni che ha portato avanti negli anni: 1973-1985 lavora con lo studio Pinòn-Viaplana; 1984-1989 opera con la prima moglie Carmen Pinos; dal 1992 inizia il fortunato sodalizio artistico con la seconda moglie Benedetta Tagliabue con cui fonda lo studio EMBT, dalle iniziali dei due.
Va precisato che molti dei lavori realizzati nell’ultimo periodo di attività non furono mai ultimati da Miralles, a causa della sua prematura scomparsa. Tuttavia la moglie e lo studio EMBT si attivarono per il loro completamento. Queste ultime architetture risultano, comunque, tra le più famose ed apprezzate, vedi: il Mercato di santa Caterina, la Torre Marenostrum, il parlamento scozzese, il Parco Diagonal Mar. L’autoreferenzialità che contraddistingue questi interventi appare parecchio evidente e si pone come sintomo di una poetica che va esaurendo le proprie risorse. Molto più libero ed autonomo appare il linguaggio utilizzato nella seconda metà degli anni ottanta, contraddistinto da architetture, soluzioni, visioni che caratterizzeranno il suo futuro percorso professionale. Tra questi va segnalato, come afferma la moglie Tagliabue, il cimitero di Igualada che lo terrà occupato pero oltre un decennio ,dal 1985 al 1996, suggestionandolo profondamente


Poetica

Ecco un estratto dal libro “Enric Miralles : opere e progetti “ a cura di Benedetta Tagliabue (la moglie) e introduzione dello stesso Miralles:

Mi è difficile presentare la mia opera come se qualcuno la stesse aspettando, come se fosse la soluzione a qualcosa... mi sento distante dal carattere persuasivo del discorso delle avanguardie storiche. Alla fine mi interessa di più il carattere riflessivo, materiale dell'opera costruita: la complessità del suo farsi.

Miralles era solito far montare e smontare la celeberrima sedia Thonet n° 14 ai suoi allievi. In questo oggetto ultracentenario vedeva riassunte molte delle idee che lo guidavano nella progettazione: veniva sfruttato al meglio il materiale utilizzato (legno curvato), tanto è vero che la sedia si componeva di sole 6 parti; si mette in evidenza il fare artigianale dell’architettura ovvero “la complessità del suo farsi”; il segno, il gesto architettonico appaiono con chiarezza; si ha una visione tridimensionale dell’oggetto che non è riassumibile in una pianta o un prospetto. Quest’ultimo punto, ovvero l’impossibilità di usare gli strumenti classici di rappresentazione per le sue opere, lo portano ad elaborare disegni complessi che integrano piante, sezioni, ribaltamenti con una semplice sovrapposizione. Le tavole, così, risultano di difficile lettura per i non addetti ai lavori, ma si rivelano un efficace strumento di controllo, soprattutto quando si lavora per “sezioni”. Questo modo di opere si lega al concetto di variazione, ovvero le opere vengono concepite come variazioni di un elemento base che si sposta nello spazio. Le variazioni riguardano elementi puntuali come le pensiline dell’avenida de Icaria, oppure le sezioni dell’intero andamento degli edifici. Non deve apparire strano se le curve di livello, ovvero le variazioni del terreno, vengono trattate con segni grafici di pari dignità rispetto le linee del progetto. In altre parole, l’andamento orografico del sito in cui si opera è tenuto in primaria considerazione.
Altri strumenti di rappresentazione prediletti da Miralles, sono la fotografia e i plastici. Risultano riconoscibilissimi i collage fotografici che, inquadrando il particolare in ogni singola foto, restituiscono una panoramica d’insieme fatta di punti discreti piuttosto che un continuo susseguirsi di informazioni di uguale importanza. Questo ci fa riflettere su quale importanza dovesse avere anche il più piccolo dei dettagli nei progetti dell’architetto spagnolo.
Riteniamo sia opportuno proseguire l’analisi della sua poetica direttamente dal confronto con sue opere. Vi rimandiamo, dunque, agli articoli che approfondiscono tali architetture (futura pubblicazione).


Bibliografia:

“Enric Miralles : opere e progetti “ di Benedetta Tagliabue con interventi dello stesso Miralles, Edito da Electa, Milano 1996

“Barcellona, lo spazio pubblico, infrastrutture, paesaggio” di Sebastiano D'Urso, edito da Libreria Clup, Milano 2005

“El Croquis”, monografie N.30/49/50 N.72[II] N.100/101


Approfondimenti:

Sito ufficiale dello studio EMBT:
http://www.mirallestagliabue.com/

Elenco opere sulla rivista El Croquis:
http://www.elcroquis.es/MagazineDetail.aspx?magazinesId=140&lang=en

Biografia e opere:
http://www.edilone.it/progettisti/index.php?page=details&id=60

N.B. ci dispiace notare che alla data attuale il nome di Enric Miralles non viene riportato sulle più importanti enciclopedie interattive (in lingua italiana), ovvero la versione 2008 dell’Encarta di Microsoft e la celeberrima Wikipedia.