Visualizzazione post con etichetta ITALIA - Sicilia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ITALIA - Sicilia. Mostra tutti i post

venerdì 2 maggio 2008

Pensiero del giorno... La mia Catania

E' sempre difficile parlare delle cose che ci appartengono, che ci appartengono in senso lato, come i nostri genitori, la nostra casa, i nostri amici, la nostra città.
La sociologia urbana ha coniato un termine che ben descrive il mio rapporto con Catania: sono un City-User, ovvero un individuo che va in città solo per fruire di alcuni servizi, una piattola insomma. E come parassita, il più delle volte, si viene trattati, altro che city-users portatori di moneta. L'alienazione che vivono la maggior parte dei lavoratori, soprattutto i conduttori di autobus, fa si che non riescano a comprendano che il loro posto fisso è frutto solo ed unicamente degli abbonamenti comprati da persone come me. Se gli si chiede una qualche informazione rischiate un mega cazziatone con tanto d'insulti: non si ammette ignoranza. Questo è il primo ricordo che ho, di quando poco più che 12enne mi avventurai da solo nella selva di Catania. E ho come l'impressione che questa sia anche la prima visione di molti visitatori e turisti.
Scesi dall'autobus si è semplicemente disorientati, nauseati da un paesaggio mai uguale a se stesso, un insieme di visioni, belle e brutte, che satura la mente ed è impossibile pensare. Benché dovrei essere assolutamente assuefatto al panorama che mi si presenta ogni giorno, non posso non stupirmi di quello che vedo, la commistione di generi e forme, la sovrapposizione di ruoli e luoghi, la compenetrazione di usi ed'usanze, un circo a cielo aperto insomma. Esempio? Piazza Duomo con la cattedrale, il municipio, il liotru (l'elefante simbolo di ct) il tutto in stile tardo barocco altamente rappresentativo e accanto cosa vi si trova? la pescheria, il mercato storico che sembra una bolgia dantesca dove vengono messi in bella mostra i cadaveri di qualsiasi animale, ai limiti della commestibilita: mezzi suini appesi per un piede, filetto di cavallo, teneri agnelli scuoiati, lumache in cesti di vimini, teste di tonno, vongole vive che schizzano acqua sui passanti. Se siete fortunati potrete vedere i calderoni con il Sangeli, ovvero una porcheria d'altri tempi: budella di chissà quale animale ripiene di frattaglie tritate e miste a sangue. Da una parte chi serve e dall'altra chi mangia i comodi bocconcini rosastri, una sorta di mcdonald medievale. A meno di 50 metri qualcuno celebra il matrimonio in pompa magna, si confessa, prega... altri cento metri e ci si trova nel vecchio cuore del sapere Catanese, Piazza Università. Fino a pochi anni fa era parcheggio di autobus, oggi è l'orgoglio dei Catanesi, ma solo di coloro che hanno apprezzato il restauro effettuato in pieno stile Barocco anti-contemporaneo. Da li si prosegue per via Etnea, il vero centro rappresentativo della città, compromesso ad ogni incrocio da una selvatica circolazione su ruote. A pensarci bene, ciò che appesta la vita cittadina, sono i trasporti e la viabilità in generale. Il problema più evidente è il traffico, ma questo credo che sia endemico di molte città italiane. E neanche i mega interventi operati sulla circonvallazione sono giovati a nulla: hanno sostituito i semafori con delle rotonde sottodimensionate e così i problemi sono aumentati. Ma quello che non accetterò mai è che la linea ferrata e la stazione abbiano compromesso gran parte del water front cittadino. Se non altro questo è servito ad avere la fermata della metropolitana più bella d'Italia: è direttamente sul mare, su una splendida scogliera. Peccato che la metropolitana servi una tratta assolutamente inutile e assurda, che ha il suo unico motivo di esistere nelle probabili e future espansioni.
Mi accorgo che in periodo di vacanza Catania si svuota particolarmente: tutti gli studenti universitari fuorisede tornano a casa. Sono city-user come me, un capitale economico che dà vita a tutta la città, capitale ignorato o sottovalutato soprattutto dal punto di vista umano e sociale. E'grazie alla presenza dei giovani, infatti, che Catania è un bel posto in cui stare. Non mi riferisco certo ai quei ragazzi che si scannano negli stadi, ma a tutti quelli che hanno voglia di fare, imparare, condividere, insomma, tutti quei ragazzi che mi hanno cresciuto, io che ero un piccolo e povero ragazzotto di provincia.

giovedì 24 aprile 2008

Pensiero del giorno... Le città che cambiano

Non appena l'uomo si convinse di avere il controllo su tutto il creato, dovette fare un passo indietro: la natura ribadisce la propria supremazia anche nelle città, dove sembrava essere stata definitivamente addomesticata. Racchiusa in un'aiuola; al guinzaglio di qualche passante; su una bancarella del mercato; sui vetri di un'auto in corsa. Poi arriva il punto di rottura: una natura che si ribella e sfugge al controllo dell'uomo in una maniera assolutamente imprevedibile. Oggi tuttociò ha un nome: punteruolo rosso delle palme, uno scarafaggetto per intenderci. Sto strano animaletto ha avuto la brillante idea di trasfrirsi dalla vicina Africa in Sicilia e quindi in gran parte d'Italia. Quì ha trovato delle succose palme che da qualche secolo caratterizzano il landscape dell'isola. Alberi che un tempo segnavano l'ingresso alle proprietà terriere; oggì si trovano soprattutto sui Waterfront a cui donano un tocco di Californietà mediterraneissima. Scuasate, donavano... già, perchè il simpaticissimo insetto si nutre del loro midollo, vi deposita le uova, le uccide ed infine si trasferisce su nuove piante, generalmente in estate. L'emergenza a Palermo è già scattata da qualche anno, a Catania invece ha avuto il suo esploit quest'anno dove i cadaveri legnosi si contano incessantemente. Ma la natura non si è limitata a creare questo killer botanico, questo killer selettivo (colpisce solo le palme, solo gli esemplari adulti e quindi di un certo valore), gli ha pure donato l'immortalità. Infatti, al momento non esiste un insetticida in grado di sterminare questo strano flagello. L'unica soluzione è quella di abbattere le piante infettate, e in generale anche quelle vicine, per poi incenerirle prima che i nuovi nati spicchino il volo. Le piazze si trasformano in cimiteri di alberi dove le lapidi sono sotrituite dai tronchi segati.
Sapete, in passato molte popolazioni piutosto che farsi conquistare e schiavizzare preferivano togliersi la vita e ho come l'impressione che la natura abbia deciso di fare lo stesso: piuttosto che essere sottomessa ha deciso di suicidarsi...

Mappa concettuale sul punteruolo rosso

martedì 15 aprile 2008

L'architettura di Milazzo (ME)

Tesina prodotta nell'ambito del corso di Storia dell'Architettura I

Su una penisola esile e sinuosa, attorniata dalle Isole Eolie e solcata dai torrenti Mela e Floripotema, sorge Milazzo, luogo ricco di storia e leggenda.

Il panorama dell’architettura religiosa milazzese è dominato dalle grandi chiese monastiche erette da Benedettini, Carmelitani, Minoriti, Francescani e Cappuccini, tutte di imponenti dimensioni e ricche di opere d’arte. Peculiare è la quasi totale assenza di torri campanarie, che trova spiegazione nel continuo susseguirsi di vicende belliche di cui la città fu protagonista. Infatti, per evitare di intralciare i tiri dal castello e che il nemico avesse obiettivi di facile portata, si preferiva erigere modesti campanili a vela e utilizzare soluzioni particolari per le cupole. Queste caratteristiche sono perfettamente rilevabili nel Duomo Antico, posto all’interno della cinta muraria del castello, che presenta un’inedita pianta a croce greca con l’aggiunta di un vasto coro.

1- L’antico Duomo di Milazzo cinto dalle mura difensive del castello.

Solo verso la fine dell’800 sorge qualche torre campanaria. Le chiese monastiche, ad eccezione di quella dei Domenicani, sono a navata unica. Troviamo poi una particolare categoria che è quella dei santuari: l’esempio più illustre è la Chiesetta di S. Antonino, intagliata nella roccia del ripido pendio del Capo, luogo dove ebbe dimora per un periodo il Santo. La Chiesa del Carmine risale alla fine del ‘500. É proprio in questo periodo, a cavallo tra XVI e XVII sec., che lo sviluppo urbano milazzese inizia a trasformarsi di pari passo con la struttura sociale: la nobiltà si arricchisce, il clero e la borghesia acquistano sempre maggiore importanza, la Corona spagnola vi stabilisce la residenza di suoi alti funzionari e dei Vicerè. La fase di crescita economica si riflette sull’edilizia: ovunque sorgono nuovi luoghi di culto e palazzi signorili. La stessa emergente borghesia prende parte alla commissione di nuovi e sfarzosi edifici. La regolare trama urbana si accresce attorno a due assi principali: la “Strada Reale”, l’odierna via Umberto I, e la parallela più esterna della “Marina Garibaldi”. Quale piazza principale all’interno del nuovo contesto di sviluppo della città bassa viene individuato il vasto “Piano del Carmine”, l’attuale piazza Caio Duilio, di origine tardo-rinascimentale, che diviene emblema del Barocco locale grazie all’edificazione di «due quinte settecentesche monumentali: la Chiesa e il Convento del Carmine e il Palazzo Proto»(1).


2- Il Piano del Carmine, attuale Piazza Caio Duilio.


Altra espressione del barocco milazzese è il Santuario di San Francesco da Paola, del 1765, che presenta una forte connotazione scenografica nella facciata e nella doppia scalinata d’accesso, creata in stretta correlazione con l’abitato circostante. Al contrario della maggior parte delle città siciliane, dove il tessuto urbano orbitava attorno alla “maggiore ecclesia” della città, il secentesco Duomo viene qui collocato nella “Cittadella”, scelta che porta ad una situazione anomala ponendolo in modo decentrato rispetto alla direttrice di espansione della città. Indubbiamente il Duomo risulta invece del tutto inserito nel contesto milazzese da un punto di vista architettonico e simbolistico, quale espressione caratterizzante del potere politico ed ecclesiastico. È tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 che si collocano le prime notizie relative ad architetti milazzese: ricordiamo Stefano Zirilli, che costruì il Convento dei Cappuccini; Giuseppe Ryolo, autore della chiesa di S. Marco alla Piana; l’ingegnere Diego Cumbo Borgia, che diede il piano regolatore alla città; l’ingegnere Giovanbattista Lucifero, che progettò il palazzo di famiglia in stile neorinascimentale. La Chiesa del Carmine sorge in un’area che dalla seconda metà del ‘600 ha assunto un ruolo centrale nello sviluppo urbano e architettonico della città. L’ingresso alla Terra Nuova è segnato da Piazza Mazzini, un tempo chiamata Largo della Pietà per la chiesetta omonima che vi sorgeva, dalla quale ci si immette proprio nel vasto piano del Carmine. In piazza Mazzini, dall’impianto triangolare, è conservata la traccia di un rivellino (2) che difendeva la porta Messina. Due sono gli edifici settecenteschi di qualche interesse: una palazzo della prima fase di ricostruzione, dopo il 1718, che conserva al primo piano due balconate riccamente decorate con motivi floreali e volute, con mensoloni a doppia voluta e ringhiere neoclassiche sostituite a quelle originali che dovevano essere barocche; un secondo palazzo, dai tratti rococò, ha subito notevoli rifacimenti in epoche più recenti che pure hanno risparmiato il cantonale (3) e l’alto timpano ornato da festoncini e volute. L’edificio più importante della strada è l’ottocentesco palazzo Cutelli: a pian terreno, tra due semplici botteghe sovrastate da balconcini, si apre un ampio portone ad arco; al piano superiore, quello riservato ai nobili, vi sono tre grandi balconi con ferri e decorazioni dei mensoloni particolarmente curate; pilastri angolari a bugnato definiscono il prospetto, lasciando sulla destra un’appendice della costruzione edificata in epoca più tarda. Giungendo in piazza Caio Duilio, al centro dell’impianto irregolare, sorgeva la fontana del Mela, costruita nel 1643 e rifatta nel 1762/63 dopo le distruzioni della guerra. Ciò che vediamo oggi è la riproposizione in chiave moderna di una testimonianza perduta della Milazzo antica. Si tratta di una vasca poligonale al cui interno sorge un isolotto artificiale circondato da cavallucci marini e aquile, simbolo araldico della città. Al centro troneggia una statua antropomorfa, che, nella versione settecentesca di Giuseppe Buceti, nelle sembianze del dio Mercurio personifica il fiume Mela, raffigurato come un nume seduto nell’atto di reggere un remo con la mano destra mentre versa dell’acqua da una giara con la sinistra.


3- La Fontana del Mela, nella ricostruzione del 1700 attualmente visibile in Piazza Caio Duilio.


Nella stessa piazza, antistante alla Chiesa del Carmine, si erge il palazzo Proto. Ciò che vediamo attualmente è frutto di una ricostruzione successiva ai bombardamenti del 1718; solo un breve tratto conserva le strutture originali. Il palazzo è articolato su tre livelli: la facciata è da dominata da un portone ad arco inflesso, affiancato in origine da quattro colonne che sorreggevano il balcone sovrastante. Il prospetto principale è suddiviso in cinque porzioni da semplici paraste e scandito in elevazioni da cornici marcapiano. A pian terreno si aprono botteghe, al primo balconi abbinati a due a due e sorretti da vistosi mensoloni scolpiti e con ringhiere barocche ricurve; al secondo balconi singoli dalle forme più semplici. L’autore di questo edificio probabilmente si ispirò alla tradizione architettonica del ‘600, ma ingentilendola con motivi floreali di gusto rococò. Nel portone sulla piazza si conserva una bella icona marmorea della Pietà entro una ricca cornice barocca. Il palazzo annovera tra gli ospiti che accolse i reali Borboni, Garibaldi, che vi ricevette Agostino Depretis accompagnato dal Segretario di Stato Francesco Crispi, e fu Quartier Generale dei Garibaldini.

Note:

(1) Tratto da “Milazzo – Ritratto di una città” di Antonino Micale e Giovanni Petrungaro – La Nuova Provincia – Milazzo (1996)
(2) Rivellino: opera fortificata eretta come copertura avanzata dinnanzi alle porte di una piazzaforte
(3) Cantonale: elemento d’angolo (4) Tratto da “Milazzo città d’arte” di Franco Chillemi – Mesogea – 1999

Bibliografia:

- “Milazzo – Ritratto di una città” – Antonino Micale e Giovanni Petrungaro – La Nuova Provincia – Milazzo (1996)
- “Milazzo città d’arte: Disegno urbano e patrimonio architettonico” – Franco Chillemi – Mesogea (1999)
- “Milazzo Sacro” – Padre Francesco Perdichizzi – Stes – Milazzo (1996)
- “Milazzo: guida turistica artistica” – Antonino Micale – Stes – Milazzo (1974)
- “Guida di Milazzo” – Domenico Ryolo – (1974)
- “Stradario Storico della città di Milazzo” – Antonino Micale – Stes – Milazzo (1987)
- “Il Carmelo in Sicilia” – (Non sono disponibili altre informazioni sul testo, danneggiato nella copertina)
- “Il recupero del centro antico di Milazzo attraverso lo studio dell’iconografia antica” – Cinzia Di Paola – Quaderno del DAU No 20 (Dipartimento di Architettura ed Urbanistica dell’UniversitÁ di Catania)

lunedì 14 aprile 2008

Una storia d'amore con l'arte...

In seguito ad un seminario svoltosi all'università mi sento in dovere di rendere manifesto il lavoro di un uomo che è riuscito a contrapporsi al "sistema" e ha "sacrificato" la sua vita sul tempio dell'arte, della bellezza e, aggiungo, anche dell'amore per la propria terra, la Sicilia e in particolare Castel di Tusa (ME).

Ebbene si tratta di Antonio Presti, imprenditore siciliano che nel 1982 vede la sua vita da studente universitario (ingegneria) stravolta dalla morte del padre. "Costretto" dunque a prendere la direzione del cementificio di famiglia, nel 1986 inizia a donare opere d'arte a Fiumara cominciando proprio dal monumento al padre, in occasione del quale chiama in causa lo scultore Pietro Consagra.

Col passare del tempo le opere aumentano, dando vita ad un vero e proprio museo all'aperto, Fiumara d'arte. Varie vicissitudini (esposte anche nell'articolo scritto poco tempo fa in questo blog) hanno reso impossibile un'accurata manutenzione di tali opere, che nel corso del tempo sono andate degradandosi.

Durante il periodo di problemi con la giustizia (condannato infatti con l'accusa di appropriamento indebito di suolo pubblico), precisamente nel 1991,

Presti inaugura l'Atelier sul mare. La caratteristica di
questo albergo è che ogni stanza
rappresenta un'opera d'arte realizzata da artisti da grande talento.


Dal 1990 al 1991 Presti è stato occupato con la manifestazione "Un Kilometro di Tela", nata a Pettineo, in occasione della quale vennero chiamati numerosi artisti incaricati a dipingere la tela lunghissima, che sarebbe poi stata tagliata e donata a famiglie ospitanti gli artisti, dando vita a veri e propri musei domestici. Non si tratta di una presa in giro ma solo di una azione intelligente al fine di contrastare l'omertà purtroppo diffusa in Sicilia.


Al giorno d'oggi Presti collabora alla rinascita del quartiere di Librino (CT), muovendo la coscienza popolare cominciando con manifestazioni in cui i protagonisti sono i piccoli.

A mio parere si tratta di una mente geniale che ha contribuito e continua a contribuire a valorizzare le bellezze ignorate di alcuni luoghi ... poi il letto con le piume (il Nido) sembra davvero comodo. A voi eventuali commenti...

Sito ufficiale dell'albergo:
http://www.ateliersulmare.it/applicazione/index.html

Approfondimenti:

sabato 12 aprile 2008

GIBELLINA - Capitolo 5: Arte

1 – Storia e Ricostruzione
3 – Architetture Private
4 – Piazze e Spazi aperti
5 – Arte @

Stella di Consagra (1981)
Completamente in acciaio inox, tale scultura in qualche modo si caratterizza come un segno di rinascita e definisce l'ingresso alla città.
La Stella ricorda le luci delle feste paesane in Sicilia, quando queste illuminano il percorso della strada del paese che onora il suo Santo o celebra altre ricorrenze.

Torre civica - Alessandro Mendini (1988)
La scultura ha la forma di un cono tagliato con ai lati due ali di farfalla, dalla cui cima alle ore 12,00 e alle 17,00 veniva diffusa da alcuni altoparlanti una insieme di suoni computerizzati. Tuttavia i suoni che provenivano da questa grande scultura risultavano somigliare ad ululati sinistri in una città desolata com'è Gibellina...il risultato è che da scultura sonora oggi è solo scultura.



Oedipus Rex "Città di Tebe" – Pietro Consagra (1973)
Si tratta di un gruppo di sculture poste accanto la Torre Civica. Fugono esclusivamente da scenografia urbana dunque probabilmente non hanno un vero significato (sarebbe bene porre accanto ogni opera una breve didascalia così che lo spettatore possa avere un punto di partenza da cui poi dare una sua interpretazione, ma vabbè...). Cmq sia giungendo lì di fronte mi è sembrata un'oasi in mezzo al "deserto" di Gibellina. Posso solo dare delle opinioni personali.



Cretto - Alberto Burri (1989)
Posto alquanto lontano dall'odierna cittadina, il
Cretto rappresenta la vecchia Gibellina, rasa al suolo dal sisma, il quale tuttavia ha lasciato le tracce del vecchio paese. Alberto Burri vi ha steso uno strato di cemento imbiancato alto un metro e cinquanta, disponendo corridoi lungo le vecchie strade di paese.
Se da un lato si percepisce un sentimento di frantumazione e desolazione tipico di un cimitero, dall'altro si può pensare che l'opera di Burri sia un po' troppo megalomane per un territorio piccolo come quello in esame (un po' come anche tutte le opere che vi sono a Gibellina Nuova). Ciò che però fa pensare che i soldi spesi non siano andati buttati è lo splendido paesaggio campestre che si gode dalla cima più alta del monumento.

Giardino segreto 2 - Francesco Venezia (1990)
Al suo interno Renaissance - Daniel Spoerri (1993) e Città del Sole 1 - Mimmo Rotella
Devo dire che quest'opera è tra le mie preferite. un'opera suggestiva poichè rappresenta proprio un giardino segreto che da fuori ti attrae per la sua assenza di spiegazione mentre all'interno ti stupisce. Una mano che da terra si protrae verso l'alto per permettere ad una giovane donna(Gibellina Nuova), sembra, armata di scudo (forse in segno di reazione alle vicende del passato) per raggiungere il punto più alto del triangolo (a mio parere fa riferimento alla Trinità) all'interno del quale si pone il simbolo del sole (come segno di rinascita)...ovviamente si tratta di opinioni personali naturalmente opinabili (è questo il bello di un'opera d'arte: è soggetta a diverse interpretazioni).


Scultura - Fausto Melotti (1988)
Una carica emozionale attorno questa "Scultura" (praticabile) in ferro, la quale si colloca in un luogo quasi sacro (sopra un basamento, posto sulla cima di una collinetta), un po' come gli antichi templi greci, circondata da una distesa verde (forse un po' troppo difficile da raggiungere, in mezzo a insetti e cose che ti si appiccicano ai vestiti).
Le due ali delimitano uno spazio interno, in cui le intercapedini di luce lasciano ammirare scorci inediti dell'intera città e del bellissimo paesaggio che vi sta attorno.

Aratro
- Arnaldo Pomodoro (1986)
Così, alcune mie sculture che si richiamano alla natura non sono collegate proprio ad un’idea essenzializzata e astratta di natura, ma alla concretezza del paesaggio e dell’ambiente [...] Ciò che conta è il vuoto, e cioè lo spazio delimitato dall’opera inteso come un passaggio percorribile dall’uomo [...]
Così si racconta Arnaldo Pomodoro, il quale presenta un'opera che tende a mimetizzarsi con il contesto (sembra strano però arrivata di fronte per un attimo non mi è sembrata una scultura ma un vero macchinario agricolo, in effetti era un po' sovradimensionato).

Tensione - Salvatore Messina (1983)

Si tratta della scultura posta sul fronte dell'edificio realizzato successivamente da Purini.
Difficile spiegare il perchè di questa scultura, a volte si tenta e altre volte gioca solo un fatto emozionale senza cercare di comprendere; tuttavia ciò che secondo me crea la vera emozione è l'accostamento dell'edificio di Purini, che riprende la linea della scultura e ne arricchisce la soluzione finale.


Doppia Spirale - Paolo Schiavocampo (1973)
Opera in ferro che sembra riprodurre le sinuosità del corpo umano che si distacca dal terreno e avvolge elementi lineari.






La montagna di sale - Mimmo Paladino (1990)
(In fondo alla foto) Si parla di una montagna di calcestruzzo entro la quale sono cementificati cavalli in posizioni differenti. Quest'opera da un senso di angoscia come se si stesse all'interno di questa pasta e si stesse cercando di tirarsene fuori, la parola più corretta è angosciante.
Scultura - Giuseppe Spagnulo (1974)
Una freccia in ferro come una segno evidente sul territorio



Non so precisamente il nome ma è una scultura che mi è sembrata
interessante soprattutto per l'accostamento tra i colori della ceramica e il verde naturale del prato sullo sfondo e l'azzurro splendido del cielo di Gibellina.

venerdì 11 aprile 2008

GIBELLINA - Capitolo 4: Piazze e spazi aperti

1 – Storia e Ricostruzione
2 – Architetture Pubbliche
3 – Architetture Private
4 – Piazze e Spazi aperti @
5 – Arte
A Gibellina tutto è stato studiato e progettato, anche gli spazzi che troppo spesso vengono dimenticati, come aree di risulta, incroci di strade e zone antistanti ad edifici. A questi luoghi aperti viene data una loro identità e singolarità che li rende immediatamente riconoscibili all’ interno del tessuto urbano classificando anche tutto quello che vi sta attorno.


Sicuramente gli spazzi aperti per eccellenza sono le piazze e quella più importante è il sistema delle cinque piazze. Queste sono state progettate da Francesco Purini e Laura Thermes nel 1983 e prenderanno il nome di: Piazza Rivolta del 26 giugno 1937, Piazza Fasci dei Lavoratori, Piazza Monti di GIbellina, Piazza Autonomia Siciliana, Piazza Passo Portella delle Ginestre.

Delle cinque piazze sono state realizzate, tra il 1987 e il 1990, solo le prime tre, queste avevano il compito di unire due parti di paese rimaste divise da cinque isolati lasciati inedificati, realizzando un lungo elemento di collegamento attraversato da sei strade carrabili.
Nella prima piazza si accede attraverso un ingresso monumentale e sui lati lunghi, da un lato si trovano delle piramidi a gradoni in travertino d'Alcamo che fungono da vasi per delle palme e dall’altro un muro-filtro in cemento armato, scandito da setti murari in tufo giallo di Mazzara. Si trova anche una fontana posta nella parete ricurva di ingresso, che funge da “sorgente” del sistema delle acque che attraversano in superficie le cinque piazze e si interra solo in corrispondenza delle vie carrabili.

Le altre due piazze consistono in due ampi rettangoli racchiusi da porticati a due elevazioni con la parete in alto ripiegata verso l’interno e bucata da finestre quadrate. I porticati sono attraversabili in alto per tutta la loro lunghezza senza interrompersi mai neppure nell’incontro con le vie carrabili, questo serve sia per dare unicità alle piazze, sia per segnare il cambio di contesto urbano agli occhi di chi attraversa la città in macchina ed incontra questi imponenti portali.
Oltre all’acqua e i porticati altro elemento unificatore è la pavimentazione realizzata secondo
un reticolo a maglie quadrate in pietra lavica e ricorsi in travertino.


Queste foto sono state scattate durante una visita a Gibellina, organizzata dall’università di Catania, tra le11-14. Io mi chiedo come sia possibile che questi spazzi, ed il resto della città, siano completamente deserti, le uniche persone che si trovano nelle immagini sono dei miei colleghi.
Io credo che il problema sta nel fatto che in questa piazza, come in tutto il progetto di Gibellina non si sia tenuto conto della scala umana. Questo paese ha una densità demografica bassissima, pari a circa 330 abitanti per ettaro, un rapporto che dà la misura delle distanze tra le persone e le cose.
Questa dilatazione degli spazzi ha fatto si che si realizzassero delle architetture non vissute, questa piazza può raccogliere migliaia di persone, ma oggi Gibellina ne conta solo circa 4000. Allora mi sorge una domanda: se l’architettura è al servizio del vivere dell’uomo, e questi spazzi non sono vissuti, questi, sono architettura?

Piazza XV Gennaio 1968

Casa di Lorenzo

giovedì 10 aprile 2008

GIBELLINA - Capitolo 3: Architetture Private

1 – Storia e Ricostruzione
2 – Architetture Pubbliche
3 – Architetture Private @
4 – Piazze e Spazi aperti
5 – Arte

Il panorama urbano di Gibellina è punteggiato da una grande quantità di edifici privati degni di essere ammirati. Da una parte la mano pubblica, dall'altra il singolo privato, hanno fatto si che in questo piccolo paese l'architettura contemporanea non fosse un fatto legato solamente alle grandi opere, ma a tutti gli aspetti dell'abitare. Le firme degli architetti riportati sui cartelli turistici, scandiscono le strade in maniera uniforme, dando un senso di città orizzontale dove la qualità ambientale non è solo un fatto di zoning.
Franco Purini e Laura Thermes sono tra i progettisti che hanno avuto maggior voce in capitolo nella ricostruzione di Gibellina e di conseguenza una visuale privilegiata sui fatti urbani che analizziamo. Oltre la realizzazione delle 5 Piazze, vanno menzionate due costruzioni private parecchio interessanti. La prima è la Casa del Farmacista (1980-88). Questa costruzione è informata da parecchie idee che hanno esito più o meno evidente:
- Rievocazione della memoria della "casa" intesa come idea, che si materializza nella realizzazione di una nicchia che sovrasta l'ingresso alla farmacia.
- Unione di funzione abitativa-privata e commerciale-pubblica tradotta mirabilmente in una separazione e differenziazione dei fronti stradali che sembrano appartenere a edifici differenti.
- Il disegno formale è influenzato dagli studi di Purini per le forme geometriche e lo spazio metafisico, che vede le persone come un elemento di disturbo. A tale proposito è da notare che in tutti i suoi disegni di progetto manca la figura umana a pesare e caratterizzare lo spazio. Purini dopotutto è un architetto che ha disegnato molto più di quanto abbia prodotto, e sebbene questo non tolga importanza alla sua persona, giustifica l'assenza di uomini. Non meravigliatevi se di fronte le sue opere il gusto metafisico e geometrico della scena vi farà odiare qualsiasi presenza umana.
- Cura del dettaglio che va ben oltre l'attenzione per gli elementi "importanti", ma caratterizza ogni oggetto dandogli dignità.


L' altra opera del duo Purini-Thermes è collocata a pochi metri dalla casa del farmacista, sull'altro fronte del viale dell'indipendenza siciliana. Colori , forme, idee fanno pensare a case di autori differenti, ma dopo un analisi accurata si possono agevolmente riscontrare i tratti comuni.
Le travi oblique del tetto caratterizzano il blocco contenente le scale. Subito dietro si trovano le abitazioni vere e proprie collegate tramite ponti-balconi. Le forme e gli spazi contorti generati sembrano poter essere ricollegati ai primissimi studi di Purini con esiti squisitamente piranesiani.
Tutta la piazza del fronte principale era stata studiata in dettaglio, con tutti gli elementi di arredo urbano minuziosamente disposti. Il progetto sembra però esser stato realizzato solo parzialmente. Registriamo inoltre l'assenza di un corpo di fabbrica cilindrico.



A causa della scarsità di informazioni e della difficoltà con qui queste sono reperibili non ci è possibile risalire agli autori, ci limitiamo quindi a postare qualche fotografia che esplicita di fronte a quale tessuto urbano ci troviamo... a voi gli approfondimenti.

martedì 8 aprile 2008

GIBELLINA - Capitolo 2: Architetture pubbliche

1 – Storia e Ricostruzione
2 – Architetture Pubbliche @
3 – Architetture Private
4 – Piazze e Spazi aperti
5 – Arte

A due anni dal sisma, lo Stato non si era ancora mobilitato per risolvere il problema dei senzatetto sopravvissuti alla catastrofe. Le più illustri personalità siciliane, Leonardo Sciascia, Carlo Levi, Renato Guttuso e molti altri, decisero allora di scrivere un appello all’opinione pubblica, organizzando una veglia tra le macerie nella notte tra il 14 ed il 15 gennaio, in occasione dell’anniversario dell’evento. A quell’appello risposero solo intellettuali ed artisti; nonostante ciò la provocazione aveva colpito nel segno e qualcosa iniziò a muoversi.
L’intento primario, rispondere ad una necessità imprescindibile della collettività, si era tramutato in provocazione in grado di accendere aspri dibattiti sul ruolo dell’arte e dell’architettura, dibattito culminato concretamente nell’impianto di una città a partire da una “tabula rasa” fisica e culturale.
In questo contesto prese piede la polemica: tra tante opere d’arte e altrettanta disoccupazione gli abitanti non avrebbero provato un profondo senso di disagio e alienazione? Negli anni a seguire i quotidiani titolarono su storie di presunti saccheggi o sprechi di denaro pubblico durante la ricostruzione.
Ma c’era anche chi rispondeva ai detrattori che per un popolo che ha perso fisicamente le sue radici e la sua memoria, sono certo indispensabili scuole, ospedali e reti di servizi, ma non meno basilare è aprire le porte alla cultura. Solo l’arte avrebbe potuto creare in un luogo privo di storia per la comunità, un nuovo patrimonio culturale condiviso, una memoria dei luoghi, i segni distintivi di un tessuto urbano sul quale allocare nuovi ricordi.

Oggi il silenzio assoluto che si percepisce per le strade di Gibellina sembra in parte dare eco a quelle aspre polemiche. Tuttavia i segni materici della ricostruzione permangono, tangibili e suggestivi, e si impongono ad ogni sguardo sul fondale verdeggiante chiedendo maggiore valorizzazione e partecipazione.
Tra tutte le realizzazioni, quelle che, per il valore civico intrinseco, meglio incarnano l’ideale perseguito sono gli edifici pubblici. L’urbanistica ci insegna che sono proprio questi gli elementi identificativi di ogni città o paese, i segni che marcano luoghi ben precisi e punti di riferimento nell’ambito urbano.

Ecco i principali esempi d’autore offerti da Gibellina:

Municipio di Gregotti e Samonà

Si tratta di un edificio di grandi proporzioni, squadrato, elegante e funzionale, progettato da Vittorio Gregotti e da Giuseppe Samonà. La ricercata austerità è mitigata dai pannelli in ceramica policroma, firmati da Carla Accardi e da Pietro Consagra. I pannelli, di dimensioni medie 3x5 m, sono realizzati con mattonelle quadrate di 30 cm. All'interno del Municipio si trova la sala di riunione Agorà, sulla quale campeggia il mosaico di Gino Severini. Anche nel Municipio, dunque, l’idea dominante è quella di valorizzare l'arte, non fine alla mera contemplazione, ma come stimolo alla partecipazione alla vita collettiva. Di fronte al Municipio, nel mezzo dell’ampia piazza-giardino intitolata XV Gennaio 1968, svetta la Torre Civica dell'architetto milanese Mendini, accostata ai carri scenici di Arnaldo Pomodoro.

Meeting e Teatro di Pietro Consagra

Il Meeting, edificio-scultura che ospita i congressi di Gibellina, si erge gareggiando in altezza con le vicine colline. La sua struttura in cemento, acciaio e vetro si piega sinuosa materializzando una gigantesca scultura che "supera le sue funzioni pratiche", come affermava lo stesso Consagra. L'edificio, nell’ottica dell’artista, vuole andare aldilà della funzionalità, stabilendo un nuovo rapporto tra fruitore e oggetto, un rapporto che privilegi la spiritualità come contrappeso al moderno tecnicismo.
Il teatro adiacente, come sottolineano amareggiati anche i pochi gibellinesi incontrati, è in costruzione da qualche decennio.

Chiesa Madre di Ludovico Quaroni
Il fulcro della nuova città doveva essere un asse longitudinale segnato da un macro-organismo lineare composto dagli edifici del Centro civico, commerciale e culturale. La nuova Chiesa rappresentava il culmine, sia per la posizione baricentrica nella composizione geometrico-spaziale urbanistica, sia per la collocazione orografica, sulla collina che domina Gibellina.
Obiettivo fondamentale per Ludovico Quaroni era la creazione di una "Chiesa unica nel genere in quanto risponda alle condizioni economiche, territoriali e storiche della zona in cui sorge", che non facesse il verso alla tradizione architettonica religiosa.
Gli elementi chiave della tradizionale chiesa vengono scomposti e re-inventati: l’enorme sfera bianca individua la centralità dell’impianto e si connota come re-interpretazione della cupola, tipica sia della cristianità che del mondo arabo. La simbolica perfezione della sfera, che rappresenta l'Universo, la continuità, l'infinito, la totalità, si innesta su un materico cubo di cemento, segno della perfezione del raziocinio umano. La modularità permette di richiamarsi all’uso kahniano di scomporre il quadrato di base dell'edificio, dando luogo a blocchi differenti con differenti destinazioni d'uso. Nelle forme prevalgono dunque quelli che Quadroni definisce “dolorosi incastri” tra volumi o materiali diversi, che fanno della chiesa un luogo introverso e autoriflessivo.
Tra la progettazione e la realizzazione dell'edificio passano circa 15 anni. Nell'agosto del 1994 la copertura piana dell'aula dei fedeli crollò per lo stato di incuria ed abbandono. La copertura originaria in calcestruzzo armato dovrebbe essere sostituita da una articolata struttura metallica a traliccio. Oggi la struttura si trova in fase di restauro.

Museo civico d'Arte Contemporanea
Il Museo civico d'Arte Contemporanea, che dispone anche di un auditorium, custodisce un patrimonio di circa 1800 pezzi unici donati da prestigiosi artisti. La sezione “Idee per la città” espone i bozzetti delle opere collocate lungo le strade del paese.

Baglio Di Stefano di Aprile, Collovà, La Rocca
L’antica masseria, tra i pochi reperti parzialmente sopravvissuti al violento sisma, fu acquistata dall'amministrazione comunale e restaurata dagli architetti Marcella Aprile, Collovà e La Rocca. L'imponente complesso, appena fuori dalla città, rappresenta la memoria della cultura contadina locale, e oggi è sede di istituzioni culturali e universitarie, residenza di artisti e studiosi ospiti della città. La ristrutturazione ha è stata effettuata raccogliendo, ricomponendo ed interpretando attraverso i dati oggettivi (i ruderi ed il successivo rilievo) e quelli della memoria, la struttura essenziale del baglio. La matrice dell’insediamento è il recinto ottenuto dall'accostamento di più edifici, gerarchizzati funzionalmente. Il grande invaso, lastricato in ciottoli, da corte del baglio diventa una vera e propria piazza, con percorsi che perimetrano lo spazio o vi confluiscono dagli altri recinti del complesso. Tra le funzioni ospitate nel riuso un teatro all'aperto, uffici, una biblioteca, una sala di esposizioni temporanee e un giardino.

Nuovo cimitero di Consagra
L’accesso al luogo sacro è segnato dalle porte disegnate da Pietro Consagra, ispirate al “Riferimento all'unicità” e al “Riferimento all'irripetibile”. A pochi passi dall’ingresso troviamo la tomba dello stesso Consagra, omaggiata da tutti gli abitanti più anziani che ricordano l’impegno profuso dall’artista per la rinascita di Gibellina.

Palazzo Di Lorenzo di Venezia

Una singolare e intrigante casa-museo, che integra al suo interno la facciata di un antico edificio della vecchia Gibellina, accostando stili di epoche diverse. L'autore, l'architetto Francesco Venezia, spiega così il suo intervento: "...costruire oggi a Gibellina è l'impegno a ricostruire la ricostruzione: riprendere la totalità delle componenti nel segno del diritto inestinguibile di questi sito a ridiventare classico; ricostituire, per una comunità in cui urge il ripristino di equilibri interrotti, l'armonia con il suo intorno, riattivando capillarmente i rapporti con la natura: (ho voluto che il Museo delle Case Di Lorenzo, proprio per accogliere la testimonianza dentro Gibellina Nuova della Gibellina distrutta, fosse una macchina ottica per godere il paesaggio)". Si tratta di una struttura squadrata, in pietra chiara con riflessi color oro nelle giornate di sole. All'interno, di fronte alla facciata del vecchio palazzo, troviamo un percorso ascendente che giunge al piano superiore, racchiudendo lo spazio espositivo e offrendosi al tempo stesso come punto di osservazione privilegiato sul paesaggio circostante.

lunedì 7 aprile 2008

GIBELLINA - Capitolo 1: Storia e Ricostruzione

Sabato 15 marzo la Facoltà d’ingegneria dell’Università di Catania ha portato in visita a Gibellina (Trapani) gli studenti del corso di Laurea in ingegneria Edile -Architettura nell’ambito del corso di Architettura e Composizione II.
Tutto il gruppo Petra Dura ha partecipato e ha deciso di mettere a disposizione di tutti il materiale raccolto durante il viaggio in questo splendido angolo di Sicilia.
Per tutta questa settimana pubblicheremo solo articoli dedicati al paese di Gibellina nel tentativo di analizzare diversi aspetti attinenti all’architettura, con la consapevolezza che qualunque cosa diremo non sarà mai abbastanza. Per questo motivo speriamo di ricevere molti commenti da parte vostra. Se avete qualche curiosità in merito a quanto scriveremo, non avete che da chiedere. Siamo disponibili nel fornirvi altre foto qualora quelle pubblicate non siano abbastanza.

Un ringraziamento particolare va ad Agostino P., web master di gibellinaonline.it, che ci ha dato un sacco di informazioni utili accogliendoci nel suo paese.

Argomenti trattati:

1 – Storia e Ricostruzione @
2 – Architetture Pubbliche
3 – Architetture Private
4 – Piazze e Spazi aperti
5 – Arte

1 – Storia & Ricostruzione

Il vecchio paese di Gibellina era il classico esempio di villaggio siciliano della valle del Belice abbarbicato su una collina caratterizzata da forti pendenze. La zona costruita era ben delimitata dalle campagne circostanti; le stradine erano strette e ripide e spesso si alternavano a scalinate; vi era presenza di edilizia spontanea che non seguiva alcun progetto; assenza diffusa di servizi. Poi nel gennaio del 1968 arrivo il terremoto che distrusse il 90% delle abitazioni. Le cronache del tempo narrano di scenari apocalittici dove a fatica si riuscivano a contare le vittime.
Come ben sappiamo, la storia ci insegna che dopo ogni catastrofe naturale l’uomo ha un aspetto particolarmente propositivo per quanto riguarda la ricostruzione. E questo è ciò che è accaduto anche a Gibellina. Dopo un primo periodo di incertezze in cui si facevano avanti le ipotesi più disparate (ricostruire e mettere assieme tutti i paesini limitrofi da un lato e ricostruire sulle macerie dall’altro) si capì che la nuova Gibellina sarebbe stata al centro delle attenzioni di molti specialisti e artisti.

Dove: Da subito si scelse come luogo per la ricostruzione una porzione pianeggiante di territorio e allo stesso tempo nodo infrastrutturale tra la costruenda autostrada Palermo - Mazzara del Vallo e la tratta ferroviaria esistente. Il vecchio paese adesso dista circa 20 KM.
Viaggiando per questi luoghi non si può fare a meno di notare come Gibellina nuova non rispetti i canoni del villaggio siciliano chiuso su se stesso, arroccato, schermato da costruzioni difensive. L’occhio viene calamitato dalle costruzioni moderne che si stagliano sul landscape naturale.

Quando: Il primo piano per la ricostruzione risale al 1970 e porta la firma di Vittorio Gregotti, Ludovico Quaroni, Alberto e Giuseppe Samonà. Era un piano fatto per macrostrutture che lasciavano aree di indeterminatezza, successivamente ripensate nel 1982 dal team coordinato da Oswald Mathias Ungers con la collaborazione di Laura Thermes, Franco Purini e innumerevoli altri progettisti e artisti. È in questa fase che tutto l’impianto comincia a delinearsi e prendere forma il rapporto tra infrastrutture, costruzioni private e spazi pubblici. Tuttavia nel 1991 vengono condotti altri studi sulla ricomposizione urbana da Pierluigi Nicolin.
Ad oggi non è possibile dire che la ricostruzione sia terminata: se è vero che i non esistono più le baraccopoli dei sopravvissuti, alcuni progetti sono ben lontani dall’essere conclusi (il teatro di Pietro Consagra), altri invece sono già in ristrutturazione (la chiesa a sfera di Ludovico Quaroni).

Come: Osservando la cartina del paese è facile notare come si sia materializzata l’idea di un architettura piana e diffusa sul territorio sul modello delle villette americane: casa isolata, garage autonomo, piccolo ambito verde. È presente una forte gerarchizzazione tra viabilità veicolare (viali) e pedonale (vie). Per riassumere potremmo dire che ogni quartiere è circondato da strade principali e/o secondarie, mentre risulta tagliato al centro da vie alberate e percorribili esclusivamente a piedi. La sensazione di riservatezza che sprigionano questi anfratti è da ricollegare al tentativo di creare il senso di vita comunitaria presente nella vecchia Gibellina.
Tutti i quartieri risultano innestati a piazze o parchi pubblici, e sono inframmezzati da sculture o opere architettoniche di rilievo, tanto da poter parlare di città-museo.
Lo spazio urbano viene allungato a dismisura nel tentativo di ricreare migliori condizioni di vita per i loro abitanti, ma l’unico risultato che si avverte passeggiando per queste vie è di vuoto e rarefazione architettonica e umana.

Osservazioni: oggi Gibellina soffre quel male conosciuto con il nome di alienazione. Si ha l’impressione che gli abitanti non abbiano apprezzato l’esito prodotto dall’urbanistica di un trentennio, seppure sembrino essere stati parte attiva della trasformazione. Abbondano i luoghi senza identità, le piazze vuote, le strade deserte. Se in un primo momento, la ricostruzione del paese aveva attirato gli interessi di non poche persone, adesso pare che anche il turismo sia in calo.
Tuttavia, in paese si registrano le voci di chi auspica un radicale cambiamento per quest’isola fatta di contemporaneità in un isola (la Sicilia) che da poco comincia ad apprezzare l’altra faccia della sua terra, non fatta unicamente di mare, ruderi e chiese.


Link utili e approfondimenti:

Post di Petra Dura su Gibellina:
http://petra-dura.blogspot.com/2008/01/pensiero-del-giorno-gibellina.html

Sito in cui potrete trovare molte foto e informazioni aggiornate e sul paese e i suoi abitanti:
http://www.gibellinaonline.it/

sito del comune di Gibellina con mappa interattiva e fonti storiche
http://www.comune.gibellina.tp.it/

Autori e opere di Gibellina:
http://www.traarchit.it/architetture/luogo/gibellina.htm

Discussioni:
http://architettura.supereva.com/coffeebreak/20001127/index.htm
http://www.antithesi.info/testi/testo_2.asp?ID=137

sabato 29 marzo 2008

Il Barocco in Italia, in Sicilia, e la fondazione del comune di Niscemi (CL) con la sua chiesa Madre

Tesina/ricerca scritta nell'ambito del corso di Storia dell'Architettura I, con analisi di un opera architettonica da trovare nel proprio territorio: Chiesa Madre di Niscemi (CL)

Capitoli:
>Quadro storico e architettonico del "Barocco"
>Il Barocco in Sicilia:
>Colonizzazione interna della Sicilia nel XVII sec. e fondazione del Comune di Niscemi.
>Assetto ed espansione urbanistica del Comune di Niscemi
>La storia
---La vecchia chiesa
---Il dopo-terremoto e la ricostruzione
---La nuova chiesa
---La facciata
---Restauro
---I Portoni
>Curiosità


Quadro storico e architettonico del "Barocco".

Verso la seconda metà del XVI sec. il progressivo mutare del panorama politico, sociale, economico dovuto agli effetti della scoperta del nuovo mondo e all'ascesa della Francia e dell'Impero Spagnolo come "superpotenze", si intreccia alla Riforma Protestante e alla Controriforma Cattolica. Attraverso tali eventi, arti figurative e architettura maturano un nuovo linguaggio, convenzionalmente definito "Barocco". Il termine Barocco ha un'etimologia incerta: in portoghese significa perla di forma irregolare, mentre in italiano era usato per indicare una forma di sillogismo complicata ed ambigua. I teorici del '700 lo useranno in un'accezione negativa per indicare tutti quegli aspetti dell'architettura bizzarri e che sovvertivano qualsiasi ordine rinascimentale. Bisogna attendere la fine dell'800 affinché il termine si liberi di tale valenza negativa.
Il periodo barocco, che ebbe comunque larga fortuna e diffusione, si associa propriamente ad alcune manifestazioni artistiche del periodo compreso tra il 1600 e 1760. In questo periodo si riescono a fondere due elementi apparentemente contraddittori: sistematicità e dinamismo, dato dalla necessità di appartenere ad un sistema assoluto e integrato ma nello stesso tempo aperto e dinamico. Proprio per questo motivo si ha una nuova concezione di spazio e natura ed il rapporto, di questi, con l'uomo; ma anche l'adozione di forme dinamiche, effetti luministici e scenografici e l'accentuazione della pregnanza emozionale della rappresentazione. Tutto ciò scaturisce inoltre da un fattore molto importante: la grande rottura della sintesi tra arte e scienza. L'artista non è più in grado di riassumere nella sua persona i ruoli del filosofo e dello scienziato ma si pone in un posto fisso nella gerarchia sociale, scegliendo entro certi limiti il sistema che vuole; inoltre, dopo aver fatto ciò, egli sente il bisogno di rendere tale sistema visibile e manifesto. Così, vera e propria civiltà dell'immagine, la cultura figurativa barocca diviene strumento di propaganda e di persuasione del potere religioso e politico. L'arte assume quindi un ruolo predominante in questo periodo proprio perché è il mezzo di comunicazione più diretto rispetto alle dimostrazioni logiche ed inoltre più accessibile all'analfabeta. All'interno di questo concetto si inserisce perfettamente l'intera architettura barocca che inizia a trasformare il paesaggio in una rete di sistemi centralizzati che hanno idealmente un'estensione geometrica infinita e ordinata.


Il Barocco in Sicilia:

Il periodo che va dalla fine del XVI sec. agli inizi del XVIII vede un vasto movimento di colonizzazione interna alla Sicilia che porta ad un riordino delle strutture urbane esistenti e alla nascita di nuove realtà comunali. Predominante è la presenza delle classi egemoni: aristocrazia ed ecclesiastici ai quali vengono concessi i permessi di costruire nelle zone più prestigiose e agronomicamente ben collocate, con l'intento di apportare vantaggi economici, sociali e culturali alle popolazioni. E' proprio in questo lungo periodo barocco che assistiamo ad un'intensa attività edilizia ed urbanistica, inserita in un clima di riorganizzazione e rinnovamento che vede le città murate trasformarsi in città aperte, con la totale demolizione delle opere di fortificazione. Per queste città non si può però parlare di "urbanistica barocca" in quanto non ritroviamo un disegno urbano unitario. Si può invece parlare di città celebrate dal Barocco, dal momento che troviamo ambienti urbani fastosi e magnifici che non ripropongono più le dimensioni ridotte e la pluralità dei temi architettonici delle città medievali. Si realizzano quindi le decorati sedi dell'aristocrazia e dei nuovi ordini religiosi mentre la municipalità, con le strade e le piazze, realizza quei "salotti urbani" sedi degli incontri mondani della borghesia e, nel contempo, delle feste, delle processioni e fiere delle classi popolari. Il piano barocco è dunque quello di organizzare la sua estensione in funzione di centri focali. Ma poiché tali centri rappresentavano un movimento statico rispetto al movimento orizzontale, bisognava definirli attraverso assi verticali. Ecco perché si spiegano le magnifiche cupole delle alti e monumentali chiese barocche che solitamente si adattano perfettamente agli ampi spazi in cui si affacciano: le piazze. Le piante della chiesa barocca siciliana sono varie e sono quelle individuate da impianti longitudinali a una o a tre navate, quelle da impianti centralizzati e quelle, più raramente ottenute dalla combinazione dei due tipi precedenti.
Tra le tre la più usata, anche fino alla fine dell'800 è l'impianto longitudinale nella versione a tre navate che era generalizzata per le chiese matrici nelle quali era prevista l'accoglienza di folle di fedeli; la versione a una navata era invece preferita per le chiese annesse ai conventi e infine la pianta centralizzata, essendo di superficie più ridotta, consentiva lo svolgersi della preghiera comunitaria. Inoltre sotto le indicazioni liturgiche della Controriforma il presbiterio viene separato dalla zona riservata ai fedeli mediante transenne o rialzi con gradini, e al centro di esso, in posizione elevata, viene posto l'altare principale. Altri altari, ognuno attribuito ad un santo diverso, vengono poi disposti lungo le pareti, spesso dentro cappelline intercomunicanti. Il presbiterio si conclude generalmente con un'abside, mentre la zona d'incontro con il transetto è definita da una cupola. Il resto dell'organismo interno si basa sull'aggregazione di cellule spaziali rinascimentali generalmente ad impianto quadrato che si concludono lateralmente con archi sorretti da colonne o pilastri e superiormente con una volta a vela o a crociera. Ma l'elemento che più assume importanza e valenza simbolica è la facciata, la quale rappresenta la vera caratteristica delle chiese barocche siciliane in quanto, a differenza degli impianti interni, ha prodotto quasi sempre immagini originali e fantasiose. Essa va dal tipo ad impianto retto e squadrato della tradizione cinquecentesca a quello ondeggiante sinusoidale. In alcune soluzioni presenta due campanili staccati e affiancati, mentre in altre i campanili emergono dalla trabeazione di conclusione dell'ultimo ordine. Infine a conferire ricchezza espressiva a tutta l'architettura religiosa sono le decorazioni, realizzate mediante segni plastici caratterizzati da una "laicità" prorompente (mascheroni, erme, figure muliebri, ecc…), mediante quelli tradizionali (angeli, putti, ecc…) e dall'imitazione della natura (fiori, frutta) che si ritrovano anche in tutto il barocco europeo.


Colonizzazione interna della Sicilia nel XVII sec. e fondazione del Comune di Niscemi.

Il periodo che va dalla fine del XVI sec. agli inizi del XVIII vede un vasto movimento di colonizzazione interna alla Sicilia intrinseca ad un massiccio intervento di popolazione delle campagne e ad un ampio sfruttamento delle risorse agricole con un conseguente sviluppo delle attività socio - economico - culturale siciliane. La Sicilia era allora governata da Filippo IV di Spagna e Sicilia, che per il suo prepotente dispotismo e per i suoi continui bisogni finanziari, travolse l'isola in una irreparabile crisi economico-sociale ,che sarebbe continuata se molti signori della nobiltà non avessero pensato a rialzare le sorti dell'agricoltura. E' proprio in questo periodo che assistiamo alla rapida ascesa della nobiltà, che approfittò della vendita da parte del re di titoli nobiliari, di terre demaniali o vescovili, di "licentia populandi" e giurisdizioni del mero e misto imperio per accrescere sempre più il loro prestigio personale. Dunque i Baroni furono spinti alla colonizzazione interna della Sicilia, non solo da motivi politici ma da necessità di ordine economico - sociale, in un momento in cui cercavano guadagni sempre maggiori per il mantenimento del lusso da sfoggiare e dalla necessità di dare al territorio una migliore disposizione per intensificare lo sfruttamento delle risorse agricole. Bisogna inoltre evidenziare che la nascita dei nuovi Comuni è strettamente connessa all'ingente sviluppo demografico e quindi ad una necessità di provvedere ad una maggiore produzione di derrate alimentari creando nuove aree agricole mettere a colture. E' proprio in questo contesto politico – economico - culturale che si inserisce la fondazione del Comune di Niscemi. A puntare gli occhi sul feudo niscemese fu la Baronessa Giovanna Branciforte, madre e tutrice di Giovanni Branciforte, che per risollevare le sorti del figlio decise bene di investire sull'urbanizzazione e sullo sfruttamento agricolo di questo territorio. La scelta del luogo destinato ad accogliere i nuovi coloni cadde in quella parte occidentale della collina alta 332 m sul livello del mare, climatologicamente mite e ben arieggiata e che prestava una buona collocazione da un punto di vista agronomico. Inoltre un altro richiamo di attrazione fu, senza dubbio, la fama che si era diffusa nei paesi limitrofi del ritrovamento del quadro della Madonna, conservato in una chiesetta rustica e che faceva ritenere il luogo come privilegiato per i miracoli e le grazie. Donna Giovanna, in nome del figlio Don Giuseppe Branciforte, volendo quindi conferire solennità giuridica alla fondazione di Niscemi, previo pagamento di onze 400, ne ottenne licentia populandi addì 30 giugno 1626 dal vicerè cardinale Giovanni Doria. Per essa si dava facoltà a Don Giuseppe Branciforte di congregare persone nella baronia di Niscemi, di esercitarvi il mero e misto imperio cioè la giurisdizione civile e penale, di imporvi la gabella della dogana per l'importazione delle merci, di eleggervi il castellano o governatore come suo luogotenente, il secreto per la riscossione delle rendite e dei provenienti del patrimonio baronale, il capitano per assicurare l'ordine pubblico e per amministrare la giustizia penale, il giudice per amministrare la giustizia civile, i giurati per curare le funzioni di polizia locale nell'interesse del Comune e cioè la costruzione di nuovi edifici, la salvaguardia dei diritti di tutti gli abitanti e la ripartizione delle tande o tributi da versare allo Stato e, infine, altri ufficiali indispensabili, come il maestro notaro o segretario per la stesura degli atti del Comune. In virtù dell'autorizzazione vicereale, la borgata della baronia di Niscemi, nello spirar del giugno 1626, divenne Universitas e come tale, nella Val di Noto, ufficialmente entrò a far parte dei Comuni della Sicilia. Donna Giovanna si rese conto però che la scelta del luogo, per quanto felice, non poteva considerarsi sufficiente per la colonizzazione della terra, per cui bisogna mostrare ai nuovi venuti i vantaggi e la convenienza che potevano avere da un punto di vista economico e finanziario fermandosi definitivamente nella nuova terra. Così, anziché spendere ingenti capitali per la costruzione di strutture, ella puntò sulla concessione di aiuti economici ai massari che venivano a coltivare la terra nella baronia di Niscemi. Ben presto i coloni che vennero a stabilirsi sul territorio niscemese furono numerosi e iniziarono la costruzione di case fatte di pietra e taio, rivestite con intonaco di calcio senza alcuna pretesa architettonica e alquanto modestamente costruite.
Divenuto maggiorenne, Giovanni Branciforte prese la direzione per la tutela dei suoi beni disegnando una pianta planimetrica del comune secondo le norme urbanistiche del tempo. La tipologia urbanistica impiegata dal barone si rifaceva ad una legge emanata il 13 giugno 1573, da Filippo II per la colonizzazione dell'America e sulla quale si basava anche tutta la colonizzazione della Sicilia. In tale codificazione egli prescrive:<>. Così al centro del paese sorgeva la nuova Chiesa Madre, nello stesso luogo in cui si trova quella attuale, con la facciata rivolta a mezzogiorno e con un'ampia strada di fronte che serve a conferirgli maggiore solennità. Essa è isolata dagli altri fabbricati in quanto il suo pavimento si alza da terra e per potervi accedere bisogna salire diversi scalini, conferendogli in questo modo sempre più grandiosità e maestosità. La sua costruzione si deve alla grande generosità e devozione del popolo niscemese che con elemosine, mano d'opera gratuita e offerte dei vari materiali contribuirono alla sua nascita. La nuova Chiesa (si usa il termine "nuova" dato che allora esisteva già una piccola chiesetta, Chiesa della Madonna, costruita sul luogo del ritrovamento della sacra effige) venne dedicata a Maria Santissima d'Istria, corruzione del vocabolo greco Odigitria che significa "Guida del Cammino". Nel 1639 però, dopo pochi anni dalla sua fondazione, Niscemi, come tutta la Sicilia Orientale venne travolta da un terribile terremoto che danneggiò gravemente tutte le case e sopratutto la Chiesa Madre. E' stato accertato che non vi furono morti ma non si può disconoscere che tutte le costruzioni, in seguito ai danni subiti , vennero demolite e poi ricostruite senza cambiare l'assetto urbanistico che avevano ricevuto nell'originario piano regolatore. Salvatore Boscarino afferma infatti: <>. Nel frattempo Carlo Maria Caraffa era diventato Signore dello Stato e della Università Niscemese, il 24 febbraio 1671 in seguito alla morte dello zio Giovanni Branciforte e all'investitura datagli da Carlo II con la lettera del 6 luglio 1676. Egli era intervenuto con aiuti finanziari insignificanti a favore della nostra popolazione e per la ricostruzione delle case e delle Chiese. Queste infatti vennero con il tempo riedificate con la contribuzione generosa delle singole famiglie e con il solo aiuto morale del Principe di Butera e del vescovo di Siracusa.


Assetto ed espansione urbanistica del Comune di Niscemi

L'assetto urbanistico del paese risale alla seconda metà del XVII sec. ed è caratterizzato dalla maglia ortogonale, sviluppata intorno alla piazza principale che nasce dalla soppressione di due isolati e dove si affacciano gli edifici monumentali più rappresentativi: la Chiesa Madre, il palazzo comunale e la Chiesa dell'Addolorata. La pianta planimetrica del centro abitato venne disegnata dallo stesso Principe Giuseppe Branciforte.
Il disegno delle piante dei comuni di nuova fondazione, fa supporre che vi fosse un modello originale che, con gli adattamenti che di volta in volta si prendevano necessari, veniva utilizzato dai singoli fondatori. Il singolo progetto di ogni nuovo comune doveva essere elaborato attentamente a tavolino, in base ad una serie di elementi urbanistici calcolati non senza raffinatezza.In via preliminare, bisognava decidere quale e quanta terra doveva essere destinata per le costruzioni,e quale e quanta terra riservare alle colture agrarie dei nuovi abitanti , predisponendo le indispensabili operazioni. Il territorio urbano di una comunità feudale , per legge o per tradizione er