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BRICK LEAF HOUSE
Progettista: JONATHAN WOOLF, CHRISTOPHER SNOW, 2001-03
Località: HAMPSTEAD, LONDRA, GRAN BRETAGNA
Rif. Bibliografico: Casabella n°722 Maggio 2004



ANALISI TIPOLOGICA

L’edificio si compone di due abitazioni, ciascuna a pianta quadrata, con all’interno un pozzo di luce contiguo alla rampa di scale. Questo edificio è caratterizzato da una geometria che si basa prevalentemente su angoli retti ad eccezione della nicchia che segna l’ingresso delle due unità abitative. La disposizione delle finestre su ogni muro è incisiva e ben ponderata, ma non rigidamente regolata. I serramenti in metallo non sporgono dalle superfici dei muri mantenendo inalterati i piani verticali. Osservando le varie facciate non si nota una facciata finestrata dominante rispetto alle altre.




IDEE PROGETTUALI
La doppia abitazione si pone come obiettivo la conservazione di un’atmosfera da regno privilegiato mantenendo l’uniformità dello sviluppo edilizio adottando uno schema di finestre disordinato, evitando l’intrusione di un episodio dominante sulla facciata. La disposizione della casa non è infatti dominata da un solo orientamento. Il piano inferiore si affaccia a sud e a est, quello superiore a ovest e a sud. Le singole stanze sono in un certo senso libere da costrizioni. All’esterno si nota una corrispondente ambiguità nell’organizzazione dello spazio. L’unità è stata mantenuta grazie al rigoroso controllo dei particolari, che seguono uno stile minimalista.

ANALISI DELLE RELAZIONI

Tra la realizzazione e il contesto urbano:
La doppia abitazione si trova collocata in un area con ampie abitazioni convenzionali, ma i due giardini presenti con la loro recinzione fittamente alberata offrono un effetto di radura nella foresta.


Tra le unità abitative:
L’edificio si divide in due unità abitative molto simili caratterizzate da due ingressi autonomi in corrispondenza di una nicchia ricavata nell’edificio. Viene mantenuta quindi l’autonomia di ciascuna abitazione pur essendo le due casa collegate da un passaggio nascosto che può essere lasciato aperto o chiuso. Quasi altrettanto segreta è la via che conduce alla piscina comune ricavata nell’interrato.

Tra gli ambienti della singola unità abitativa:
Ogni alloggio è dotato di un ingresso che ci porta su un atrio a doppia altezza che è l’elemento centrale dell’abitazione da cui si sviluppa attorno il soggiorno, la cucina, il bagno ed altri ambienti e da cui si accede al primo piano; al primo piano troviamo la zona notte formata dalle stanze da letto complete di bagni autonomi. L’ingresso si pone dunque come elemento di filtro tra interno ed esterno. Alla cucina che svolge anche la funzione di sala da pranzo è assegnata un unità ambientale separata dal soggiorno. Le unità della zona notte sono collegate tra di loro da un piccolo disimpegno.





TECNICHE COSTRUTTIVE
La struttura portante dell’edificio è in acciaio, nascosta all’interno delle pareti divisorie.
Il rivestimento delle pareti esterne è realizzato in mattoni Gouldcaster, la cui trama a correre conferisce una espressiva vivacità; mentre la pavimentazione in pietra è realizzata totalmente in pietra serena fiorentina, mentre quella in legno ,in noce americano utilizzato anche per le porte.



Pensiero del giorno... Architroie

Volevo spendere 2 parole sulle prossime Olimpiadi di Pechino.
Sembra ormai che con la parola "etica dell'architettura" si faccia riferimento solo ed unicamente al contenimento dell'impatto ambientale degli edifici. Tuttavia in occasioni come gli Expo o le Olimpiadi, delle vere e proprie manne per gli architetti, si pongono altre questioni che vanno ben oltre le semplici riflessioni individuali. Cominciano ad entrare in campo la politica, la politica interna ed estera, le alleanze e tanti altri elementi di importanza globale.
Sappiamo benissimo che la Cina ha problemi enormi in fatto di diritti umani partendo dalle sue stesse terre, passando per il Tibet fino a giungere in Darfu (Sudan), tanto per citare le più famose emergenze umanitarie. Il mondo intero si è mobilitato per boicottare Pechino 2008. Dalle riserve del capo di stato francese (Sarkozy) e americano (Bush) al ritiro di Steven Spielberg come direttore artistico; da Viva Radio 2 di Fiorello ai singoli atleti. E gli architetti come si sono comportati? Una sola voce si è alzata fuori dal coro, quella di Daniel Libeskind, che visto il suo trascorso, non poteva rimanere indifferente. Ha chiesto ai suoi colleghi di sospendere qualsiasi forma di collaborazione con TUTTI i regimi totalitari. Ma questo suo atteggiamento sembra aver smosso poche coscienze ancora, dopotutto ormai tutto è pronto. Nella lista nera vanno nomi ovvi come: Herzog e de Meuron con il National Stadium a nido di rondine; Il gruppo PTW con il WaterCube (la piscina olimpionica), ma anche Rem Koolhaas per le precedenti costruzioni e Zaha Hadid per le future costruzioni in Azerbaijan (probabili olimpiadi 2016).
Mi sento di appoggiare senza riserve le idee di Libeskind, sebbene non sia ancora un architetto di sicuro non voglio diventare un'architroia...

Approfondimento:
http://www.architettiroma.it/dettagli.asp?id=10134

Foto di...

Pensiero del giorno... Le città che cambiano

Non appena l'uomo si convinse di avere il controllo su tutto il creato, dovette fare un passo indietro: la natura ribadisce la propria supremazia anche nelle città, dove sembrava essere stata definitivamente addomesticata. Racchiusa in un'aiuola; al guinzaglio di qualche passante; su una bancarella del mercato; sui vetri di un'auto in corsa. Poi arriva il punto di rottura: una natura che si ribella e sfugge al controllo dell'uomo in una maniera assolutamente imprevedibile. Oggi tuttociò ha un nome: punteruolo rosso delle palme, uno scarafaggetto per intenderci. Sto strano animaletto ha avuto la brillante idea di trasfrirsi dalla vicina Africa in Sicilia e quindi in gran parte d'Italia. Quì ha trovato delle succose palme che da qualche secolo caratterizzano il landscape dell'isola. Alberi che un tempo segnavano l'ingresso alle proprietà terriere; oggì si trovano soprattutto sui Waterfront a cui donano un tocco di Californietà mediterraneissima. Scuasate, donavano... già, perchè il simpaticissimo insetto si nutre del loro midollo, vi deposita le uova, le uccide ed infine si trasferisce su nuove piante, generalmente in estate. L'emergenza a Palermo è già scattata da qualche anno, a Catania invece ha avuto il suo esploit quest'anno dove i cadaveri legnosi si contano incessantemente. Ma la natura non si è limitata a creare questo killer botanico, questo killer selettivo (colpisce solo le palme, solo gli esemplari adulti e quindi di un certo valore), gli ha pure donato l'immortalità. Infatti, al momento non esiste un insetticida in grado di sterminare questo strano flagello. L'unica soluzione è quella di abbattere le piante infettate, e in generale anche quelle vicine, per poi incenerirle prima che i nuovi nati spicchino il volo. Le piazze si trasformano in cimiteri di alberi dove le lapidi sono sotrituite dai tronchi segati.
Sapete, in passato molte popolazioni piutosto che farsi conquistare e schiavizzare preferivano togliersi la vita e ho come l'impressione che la natura abbia deciso di fare lo stesso: piuttosto che essere sottomessa ha deciso di suicidarsi...

Mappa concettuale sul punteruolo rosso

Pensiero del giorno... Architettura per Architetti


E' un concetto che si esprime con tre parole, "architettura per architetti", eppure mette tanta di quella carne al fuoco che ci si potrebbero scrivere interi libri.Vi è mai capitato di sentire una fitta allo stomaco in seguito alla visione di qualche opera che apprezzate particolarmente? e vi è pure capito di notare che ciò che voi considerate come un miracolo di scienza e tecnica, venga etichettato dagli altri (i non-architetti) come una abominio a sfregio di chissà quale bellissima città? Ecco, allora capite esattamente qual'è il significato delle tre paroline.
Questa è una malattia endemica di ogni disciplina: prima o poi i professionisti tagliano ogni rapporto con gli utenti creando una sorta di lobby autosufficiente. L'architettura non poteva esserne immune. Ragionando in questo senso potremmo fare una rilettura di tutte l'architettura dell'ultimo secolo: siamo passati dai grandi maestri, la cui popolarità era direttamente proporzionale all'impatto che avevano sul mondo reale, agli archistar osannati dagli addetti ai lavori e ignorati dal resto dell'umanità. Realizzare le opere progettate, diventa quasi un optional che nulla toglie all'importanza e al prestigio di questi guru. Dopotutto, nell'era contemporanea, si cercano incessantemente dei riferimenti che vadano oltre la materialità, ma si fondino sulle idee, i concetti (non potrebbe essere altrimenti, se si pensa che solo la Cina ogni anno sforna 2 milioni di ingegneri, bruti della tecnica che perdono la competizione sul piano intellettuale). Lo scarto che passa tra il fisico e lo spirituale dell'architettura si paga in comprensibilità da parte degli utenti finali, fino a giungere all'architettura per gli architetti (e basta). E' un fenomeno contenuto al momento, ma ho l'impressione che avanzi inesorabile...

Nuova Galleria Nazionale di Berlino, 1962-68 - Mies Van Der Rohe

Tesina scritta nell'ambito del corso di storia dell'Architettura II

Mentre era occupato al progetto per il museo a Schwainfurt, Mies van der Rohe venne contattato dalla municipalità di Berlino, che gli offriva l’incarico di un museo che avrebbe ospitato la collezione d’arte del XIX e XX sec. dello stato prussiano. Interrotto il lavoro del museo per la piccola cittadina, si dedicò interamente allo studio della Galleria d’arte sulla Postdamerstrasse di Berlino, la città nella quale aveva trascorso i primi anni di formazione artistica. Cominciò la sua progettazione nel 1962 e venne inaugurata nel ‘68. Il principio su cui si fonda è il medesimo che avrebbe applicato nel
museo della piccola città di Schwainfurt: uno spazio espositivo costituito da una grande copertura a griglia sorretta da otto colonne, libero da strutture portanti intermedie e visivamente aperto verso l’esterno. Con evidente riferimento al Neoplasticismo e al De Stijl, come in molte altre sue opere, Mies realizza l’edificio per mezzo di un’addizione di lastre.
L’edificio è organizzato su due livelli. Il secondo piano, costituito dal portico quadrato (di 50.60 m di lato e 8 m di altez
za) di acciaio, che contiene uno spazio libero, circondato da una vetrata, dove la pianta libera permette la flessibilità delle partizioni interne, permettendo di modificare il percorso espositivo a seconda dell’artista che è invitato a mostrare le sue opere. Questo ambiente poggia su un basamento in pietra, con rivestimento in granito, uno spazio fisso dove trovano posto le collezioni permanenti, una galleria convenzionale. In un museo diverse sono le necessità: da un lato la conservazione, che richiede ambiti chiusi e appartati, dall’altro la presentazione necessita di ambienti comuni, aperti e facilmente percorribili. Ciò permette una ricchezza di possibili modi di fruire l’edificio creando due itinerari diversi: uno, in basso, per i visitatori specializzati e uno, nello spazio più aperto, per quelli generici.
Benevolo inoltre ha osservato che con questa separazione di livelli scompare la divisione dei compiti, tra progettista, committente e costruttori, i quali spesso assumevano il compito destinato al progettista, adesso le parti impegnate sono costrette a collaborare e il progettista si comporta da mediatore tra i costruttori e l’utenza.
Tuttavia nel trattamento dei piani inferiori, nonostante la presenza di una zona vetrata verso un giardino per il riposo dei visitatori, alcuni ambienti sono completamente illuminati con luce artificiale. Ciò va contro la ricerca architettonica più tarda di Kahn, il quale addirittura affermerà: “Appena vedo un progetto che tende di propormi spazi senza luce, non faccio altro che respingerlo con la massima disinvoltura, perché capisco che è sbagliato. E quindi, i falsi profeti, come le scuole prive di luce naturale, sono decisamente anti-architettonici. Appartengono a quello che uso chiamare il mercato dell’architettura, ma non all’architettura vera e propria”. Con questo non si intende abbattere l’opera di grande valore architettonico di Mies van der Rohe, poiché probabilmente questi ambiti vennero chiusi appositamente per realizzare ambienti con funzione di magazzino, ma è anche vero che lo stesso risultato si sarebbe potuto ottenere diversamente, fornendo anche a questi ambienti la luce necessaria.
Come già accennato, la copertura, sottoforma di griglia ortogonale di travi metalliche coperta da una piastra continua compressa rinforzata da nervature in acciaio sull’intradosso per impedire fenomeni di instabilità, viene sorretta da otto pilastri (due per lato) in accaio a sezione cruciforme e tale riduzione della struttura porta in gioco il concetto di “Less is more”. I pilastri non stanno agli angoli per evitare la possibilità di individuazione del volume puro.
La precisione nei dettagli della struttura è fortemente individuata nella connessione dei pilastri con la lastra di copertura, che in quanto manifesto degli osannati concetti “Less is more”, verità del costruire e manifestazione del procedimento costruttivo, viene ridotta ai minimi termini.
Il funzionamento statico del giunto sferico di 16 cm di diametro, viene probabilmente ripreso dalla Turbinenhalle di Behrens, dove un simile sistema articolava i portali e il suolo.
La cura dei dettagli è anche esplicitamente visibile nel grado di rastremazione verso l’alto della colonna, nonché rapporto tra la sua lunghezza e quella dell’ala.
Tutto quello detto finora ci porta a ritrovare delle possibili rimembranze, da parte dell’architetto, del tempio greco su podio.
Lo stesso Mies affermava: “Volevo qualcosa che armonizzasse con la tradizione schinkeliana”.
Tuttavia per molti critici, tra cui Zevi e De Fusco, l’atmosfera classica, poiché fuori tempo massimo, risulta troppo pomposa o meglio come afferma lo stesso autore: “Il mito del tempio greco, della purezza, suona ormai inattuale, fuga dalla realtà”. Eppure è possibile ricercare una giustificazione a questo nel suo attaccamento al luogo di formazione e nella sua volontà di realizzarvi una sorta di monumento o reliquiario e questo desiderio trova la sua più semplice ispirazione nel mondo classico. Quest’ultimo tuttavia viene filtrato dal linguaggio della modernità: il capitello quindi viene reinterpretato, proponendo una manifestazione spoglia di ogni valenza decorativa del procedimento costruttivo.
Il discorso sul tempio ci riconduce inevitabilmente alla simmetria, insita specialmente nel secondo livello. Ma tale concetto viene smentito dalla possibilità di modifica della partizioni interne e, all’esterno, dalla disposizione di scale secondarie agli angoli nord – est e sud – est della piattaforma, che negano l’evidente simmetria e il segnalamento di un unico percorso dati dalla grande scalinata in asse rivolta ad est.
Anche la stessa copertura quadrata devia e distrugge la possibilità di ottenere un asse preferenziale.
Dal punto di vista del soleggiamento, Mies pone delle tende, che permettono di graduare la luce, e frangisole, generati dalla stessa lastra di copertura che gira tutta attorno a creare una peristasi, che la filtra. Questo rese il museo per certi versi inospitale, luogo dove esporre solo oggetti molto grandi, poiché l’immensa estensione interna (interrotta solo da due condotti per impianti e un corpo scala che giunge al piano inferiore) creava una forte dispersione di opere d’arte di modeste dimensioni. È stato osservato dallo Zevi:”…se l’epigramma “il meno è il più” assumeva una funzione moralizzatrice nel clima dell’Existenzminimum, applicato ad opere costose e monumentali perde significato”dunque contesta anche l’ampiezza dell’edificio che devitalizza il valore dell’opera. Il Benevolo è invece di opinione molto differente: “Le sue opere, e anche questa Galleria, non complicano, ma riducono gli organismi edilizi alla forma più elementare. Per ogni tema egli stabilisce un “meno” di organizzazione spaziale, che rende possibile un “più” di controllo della forma e della distribuzione…”
Infatti, è vero che Mies stesso riconosceva con modestia questo problema, tuttavia, andando contro la stessa mente produttrice dell’opera, sta nella maestria dell’allestitore creare un ambiente accogliente e riuscire a fare in modo che tutta questa grande disponibilità spaziale non venga sperperata. Mies si impegna a realizzare un ambiente con grandi possibilità distributive, attraverso la pianta libera egli crea un ambiente flessibile alle molteplici esigenze.
Zevi mette a paragone la Galleria d’arte di Mies van der Rohe con Philarmonie berlinese di Scharoun: “Involucro reticente, tenda dissimetrica, quasi provvisoria, in tacita polemica con l’adiacente galleria d’arte di Mies van der Rohe: questa postula un oggetto ellenico, puro ed astratto, timoroso di essere sporcato dai fruitori; la Philarmonie invece calamita i passanti, li invita ad entrare, dice che potrebbero camminare anche sulla copertura…Nell’arcaico museo miesiano si resta sempre estranei al dipinto o alla statua; qui ci si tuffa in una conchiglia sonora…”
Senza annientarlo né elogiarlo, Benevolo afferma: “La tettoia non invita né respinge ma propone solo un passaggio tra lo scoperto e il coperto”. Si manifesta con semplicità evitando magniloquenza e spettacolarizzazione ma solo offendo al visitatore un luogo dedicato all’arte.


Bibliografia:
Neumeyer Fritz – Mies van der Rohe, le architetture e gli scritti, Zanichelli 1996
De Fusco – Mille anni di architettura occidentale, 1993
Benevolo – Storia dell’architettura moderna, 1960
Schulz Franz – Mies van der Rohe, Milano 1989
Zevi Bruno – Storia dell’architettura moderna, Einaudi 1973

Consultazione per il progetto dell’ex area Junghans - Venezia, 1995

Tesina scritta nell'ambito del corso di Architettura tecnica II


L’intervento è il frutto di una consultazione ad inviti, tenutasi nel 1995 e alla quale hanno partecipato: Cino Zucchi (vincitore del primo premio), Francesco Cellini, Pierluigi Nicolin, Boris Podrecca e Andreas Brandt.
Il piano proposto dallo studio Zucchi si caratterizza per la sensibilità nei confronti dei caratteri del luogo, e nell’attenzione nella ridefinizione degli spazzi pubblici che vanno dalla totale trasformazione alla semplice ricucitura.
L’ex Junghans viene connesso al tessuto settentrionale con un percorso lungo il bordo orientale dell’isola, e attraverso un asse di penetrazione verticale che attraversa l’edificio A2-A3 raggiungendo la nuova piazza allungata delimitata dal recinto ricurvo della scuola e dall’edificio E1, parallelo alla darsena di progetto.
A Cino Zucchi vengono commissionati cinque edifici: D (completato), B (in cantiere), E1, G1, G2; e la ristrutturazione della costruzione industriale A2-A3.
Altri parti di piano sono state affidate a Boris Podrecca, Luciano Parenti e Umberto Barucco, Giorgio Bellavitis, e Bernard Huet.

Edificio D
Progettista: Cino Zucchi, 1997/2000
Località: ex area Junghans, Veneza
Rif. Bibliografico: Casabella, N° 690, giugno 2001, pagg. 64 – 75



ANALISI DELLE RELAZIONI


a) Tra la realizzazione e il contesto urbano:

E’ collocato sull’angolo tra Rio di Ponte Piccolo e Rio della Pallada e sostituisce una costruzione esistente di cui si conserva la ciminiera.
L’edificio si presenta da lontano come pare del tessuto storico, ma , a mano a mano che ci si avvicina, si rivela nella sua alterità: il gioco delle aperture sfalsate, dato da leggere modifiche nella sovrapposizione delle piante, il trattamento bidimensionale dei rivestimenti, le cornici in pietra d’Istria; sono il frutto di una presa di distanza da omaggi alla tradizione anche se si fa la scelta dei materiali locali.
L’isolamento del blocco edilizio, e le soluzioni planimetriche, rispondono alla funzione di cerniera che il volume assume per la definizione dei percorsi.

· b) Tra le unità abitative:

La massa molto compatta dell’edificio è squarciata a sud da una corte trapezoidale sulla quale si apre l’ingresso al corpo scala; l’edificio è suddiviso in quattro livelli tutti adibiti a residenze.
Per ogni livello si possono individuare quattro alloggi che hanno ingresso tutti dallo stesso pianerottolo, snodandosi quindi intorno alla scala.
Gli alloggi non sono tutti uguali, ma di diverso taglio. Se ne possono trovare per single, coppie e famiglie.



c) Tra gli ambienti della singola unità abitativa:

Ogni alloggio è diviso in zona notte e zona giorno, le due zone vengono sempre mediate da un’anticamera.
La zona giorno consiste in un ambiente molto grande dove si apre il portone d’ingresso, e quindi coincide con l’ingresso-soggiorno; questa, a volte, per gli alloggi più piccoli, può comprendere anche un angolo cottura. Negli alloggi più grandi invece alla cucina è assegnata un’unità ambientale separata dal soggiorno.
La zona notte che si connette con quella giorno grazie ad una anticamera comprende: una o due camere da letto e il bagno.
Il collegamento tra cucina e soggiorno a volte non esiste per gli alloggi più piccoli, mentre è diretto per gli alloggi più grandi. Invece le unità della zona notte si affacciano sempre, e tutte, sull’anticamera. Tutte le unità ambientali godono di un’illuminazione diretta.




Edificio E1
Progettista: Cino Zucchi, 1997/2000
Località: ex area Junghans, VenezaRif. Bibliografico: Casabella, N° 690, giugno 2001, pagg. 64 – 75


  • ANALISI DELLE RELAZIONI

a)Tra la realizzazione e il contesto urbano:

Il progetto di questo edificio risulta essere cruciale nella definizione degli spazzi aperti, infatti questo costituisce il margine est della nuova piazza e il margine ovest del nuovo canale tagliato nell’area.
Il piano terra è caratterizzato da un portico che delimita la piazza e grazie alle sue grandi aperture permette la vista del nuovo canale dalla piazza.
La facciata verso la piazza è costituita da uno schermo di lastre di pietra di diverso colore e tessitura, che incorpora le finestre di servizio. Il coronamento dell’edificio è evidenziato soltanto da un sottile sbalzo.
Dal lato del canale il prospetto si presenta con un basamento in mattoni rossi e una facciata rivestita in marmorino bianco. Questo viene ritmato da logge e finestre con scuri scorrevoli.

b)Tra le unità abitative:

Dalla pianta del piano terra si riesce immediatamente ad individuare il porticato che delimita la piazza, e che tutto l’edificio è suddiviso in tre parti dai tre corpi scala-ascensore posti in posizione centrale all’interno della rispettiva parte.
E’ possibile ancora individuare una zona destinata a servizi, e due appartamenti identici.
Come al piano terra i tre corpi scala-ascesore dividono l’edificio in tre parti, e ai due lati di ciascun pianerottolo si individuano due appartamenti.





c)Tra gli ambienti della singola unità abitativa:

Gli appartamenti possono essere suddivisi in zona giorno e zona notte e queste zone vengono mediate da un’anticamera. Scendendo ancora più nel particolare è possibile suddividere la zona giorno in due ambienti, soggiorno e cucina; e la zona notte in camere e servizi, e possibile individuare anche un bagno in camera. Gli appartamenti non sono tutti uguali, infatti se ne possono individuare con una o due camere da letto, e con la cucina compresa o divisa dal soggiorno (esempi contrapposti sono il primo e il quinto appartamento nei piani tipo).

Pensiero del giorno... Danza e architettura

Solita storia: il prof di architettura e composizione II continua ad improvvisare incontri con persone che lui ritiene utili alla nostra formazione. L'unico problema è che fa delle lezioni propedeutiche che la maggior parte delle volte sono più interessanti degli incontri stessi. Questa volta dovevamo incontrare un tizio che si occupava di danza contemporanea e quindi ci ha riempito la testa con tutte le nozioni che conosceva sul movimento, l'attrito, il tempo architettonico ecc. Tutto interessantissimo.

Andiamo all'incontro, in un piccolo teatro nel pieno centro di Catania . Incontriamo il tizio, che qui chiameremo "l'innominato" (per il semplice motivo che non conosco il suo nome). Ci fa togliere le scarpe e ci sbatte a terra in una piccola stanzetta in pieno stile "amici" di Maria De Filippi... tutti attorno a lui che stava in un angolo della stanza. Sembrava la parodia su un maestro di danza. L'innominato era esattamente come si può immaginare un ballerino avanti con gli anni: magro, rasato brizzolato, informale (cioè senza forma) dalla visibile gestualità, uno di quei tipi che non prepara il discorso della lezione perchè spera di innescare un dialogo con gli alunni... Per intenderci, è come se per fare una lezione di architettura a dei ballerini io gli facessi indossare un elmetto antinfortunistica giallo e li facessi sedere davanti un tecnigrafo magari con accanto un pc aperto sulla schermata nera di autocad... Troppo parodia...
L'innominato è partito in quarta tentando di affascinarci con la narrazione di tutti gli spettacoli più spettacolari che aveva fatto, come se io facessi vedere ai ballerini le immagini delle costruzioni di Gehry tanto per stupirli. Tra le tante cose, un balletto al buio con dei led appiccicati sul corpo: ho visto il suo orologio e ho immaginato che fosse una di quelle lucine... ed è li che mi sono perso. Sarà stato il dolore per lo stare seduto sul pavimento o gli olezzi floreali delle scarpe dei colleghi, fatto sta che la mia mente si è attivata sulla frequenza dangerus, ovvero quella che si innesca quando mi fanno fare cose che non voglio fare. Piccolo elenco dei miei pensieri in ordine sparso:

1 - Ho cominciato a giocherellare con le pieghe dei miei jeans e per un attimo mi sono sentito Zaha Hadid. Non avevo mai notato che i pantaloni potessero essere buoni strumenti di progettazione.

2 - ho fatto un milione di palloni con la mia mega Big-Bubble. Avevo appena comprato 24 stecche delle dolci e rosa gomme, quindi non mi meravigliavo di domande del tipo: quanto misurano i lati di un cubetto di big-bubble? quante big-bubble occorrono per fare il giro del mondo attorno all'equatore? e attorno i poli? bisognerà considerare la dilatazione termica in entrambi i casi? gli orsi polari le mangiano le gomme? Riuscirò a realizzare una casa di big-bubble? chissà se è mai successo all'innominato di trovarne una sul palco in cui danzava?

3 - Perchè mi sono dovuto togliere le scarpe per entrare in una stanza con il pavimento in striscie di gomma rigonfiate in più punti e unite da nastro adesivo bianco?

4 - il mondo, visto da terra, è completamente diverso. Anche una misera stanzetta sembra immensa. Anche un nanerottolo sembra immenso. Dovrei cominciare a camminare a 4 zampe?

5 - Perchè l'innominato non siede a terra, ma è comodamente posizionato su un gradino?

6 - Perchè l'innominato continua ad arrampicarsi sugli specchi? mi spiego: una ragazza gli chiede quanto sia importante la conoscenza della danza classica per fare danza contemporanea. L'innominato risponde che non è affatto importante allora la ragazza ribatte: e perchè per accedere ai suoi corsi è richiesta la formazione classica?! no comment

7 - é necessario che in tutti i gruppi ci sia lo scemo del villaggio? Un alunno chiede: se non si vede e non si sente esiste ancora la danza? ad una domanda così cazzona non poteva che seguire una risposta altrettanto cazzona: certo che si... mi rendo conto che in architettura questo ragionamento potrebbe avere un senso con la Second Architecture... ma nello specifico la risposta dell'innominato rientrava in un programma di "open mind" forzata.

8 - Dio sta nel dettaglio... è proprio vero. Quando l'innominato si è avvicinato mi sono reso conto che non era granché giovane.

9 - perchè il professore dice fesserie quando si trova con gli altri? esempio: diceva che in architettura il movimento è solo cristallizzato, quando 2 giorni prima esaltava Calatrava e le sue costruzioni mobili.

10 - mi sono accorto di essere una buona misura dello spazio circostante: la distensione delle gambe misura la distanza da chi si trova davanti a me, braccia a 45 gradi per dare sostegno al busto e tenere le mani a debita distanza da chi poterebbe calpestarle ecc.

11 - Perchè i ballerini amano questi ambienti post industriali, visti e rivisitati con la solita retorica del mattone rosso a vista, delle porte in metallo con saldature a vista, delle travi in acciaio sparse quà e la? Perchè l'effetto bunker? sarà fashion

12 - Perchè i ballerini si ricoprono di stracci quando danzano?

13 - l'innominato ha avuto la brillante idea di assegnarci un compito per casa. Tema? la sua lezione. Brutta zucca travestita da ballerino, ma tu lo sai quante cose ha da fare uno studente universitario medio??? Credi che passiamo il nostro tempo a zompettare sull'erba? Come osi darci altro lavoro inutile? non hai già avuto il tuo momento di gloria? bene, vuol dire che gli rigiro questo post (con allegati tutti i vostri abbondantissimi commenti), tanto, per quello che ho capito "tutto è danza" e anche questo allora...

P.S. approfittatene per dire tutto quello che volete ai ballerini

Pensiero del giorno... Professori 3

Secondo me, hanno preso ispirazione da un mio prof.

Troppo uguale: stesse smorfie, stesso abbigliamento, stessi occhiali, stesse cazzate...

Fabio De Luigi - Ingegner Cane - Pitagora

L'architettura di Milazzo (ME)

Tesina prodotta nell'ambito del corso di Storia dell'Architettura I

Su una penisola esile e sinuosa, attorniata dalle Isole Eolie e solcata dai torrenti Mela e Floripotema, sorge Milazzo, luogo ricco di storia e leggenda.

Il panorama dell’architettura religiosa milazzese è dominato dalle grandi chiese monastiche erette da Benedettini, Carmelitani, Minoriti, Francescani e Cappuccini, tutte di imponenti dimensioni e ricche di opere d’arte. Peculiare è la quasi totale assenza di torri campanarie, che trova spiegazione nel continuo susseguirsi di vicende belliche di cui la città fu protagonista. Infatti, per evitare di intralciare i tiri dal castello e che il nemico avesse obiettivi di facile portata, si preferiva erigere modesti campanili a vela e utilizzare soluzioni particolari per le cupole. Queste caratteristiche sono perfettamente rilevabili nel Duomo Antico, posto all’interno della cinta muraria del castello, che presenta un’inedita pianta a croce greca con l’aggiunta di un vasto coro.

1- L’antico Duomo di Milazzo cinto dalle mura difensive del castello.

Solo verso la fine dell’800 sorge qualche torre campanaria. Le chiese monastiche, ad eccezione di quella dei Domenicani, sono a navata unica. Troviamo poi una particolare categoria che è quella dei santuari: l’esempio più illustre è la Chiesetta di S. Antonino, intagliata nella roccia del ripido pendio del Capo, luogo dove ebbe dimora per un periodo il Santo. La Chiesa del Carmine risale alla fine del ‘500. É proprio in questo periodo, a cavallo tra XVI e XVII sec., che lo sviluppo urbano milazzese inizia a trasformarsi di pari passo con la struttura sociale: la nobiltà si arricchisce, il clero e la borghesia acquistano sempre maggiore importanza, la Corona spagnola vi stabilisce la residenza di suoi alti funzionari e dei Vicerè. La fase di crescita economica si riflette sull’edilizia: ovunque sorgono nuovi luoghi di culto e palazzi signorili. La stessa emergente borghesia prende parte alla commissione di nuovi e sfarzosi edifici. La regolare trama urbana si accresce attorno a due assi principali: la “Strada Reale”, l’odierna via Umberto I, e la parallela più esterna della “Marina Garibaldi”. Quale piazza principale all’interno del nuovo contesto di sviluppo della città bassa viene individuato il vasto “Piano del Carmine”, l’attuale piazza Caio Duilio, di origine tardo-rinascimentale, che diviene emblema del Barocco locale grazie all’edificazione di «due quinte settecentesche monumentali: la Chiesa e il Convento del Carmine e il Palazzo Proto»(1).


2- Il Piano del Carmine, attuale Piazza Caio Duilio.


Altra espressione del barocco milazzese è il Santuario di San Francesco da Paola, del 1765, che presenta una forte connotazione scenografica nella facciata e nella doppia scalinata d’accesso, creata in stretta correlazione con l’abitato circostante. Al contrario della maggior parte delle città siciliane, dove il tessuto urbano orbitava attorno alla “maggiore ecclesia” della città, il secentesco Duomo viene qui collocato nella “Cittadella”, scelta che porta ad una situazione anomala ponendolo in modo decentrato rispetto alla direttrice di espansione della città. Indubbiamente il Duomo risulta invece del tutto inserito nel contesto milazzese da un punto di vista architettonico e simbolistico, quale espressione caratterizzante del potere politico ed ecclesiastico. È tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 che si collocano le prime notizie relative ad architetti milazzese: ricordiamo Stefano Zirilli, che costruì il Convento dei Cappuccini; Giuseppe Ryolo, autore della chiesa di S. Marco alla Piana; l’ingegnere Diego Cumbo Borgia, che diede il piano regolatore alla città; l’ingegnere Giovanbattista Lucifero, che progettò il palazzo di famiglia in stile neorinascimentale. La Chiesa del Carmine sorge in un’area che dalla seconda metà del ‘600 ha assunto un ruolo centrale nello sviluppo urbano e architettonico della città. L’ingresso alla Terra Nuova è segnato da Piazza Mazzini, un tempo chiamata Largo della Pietà per la chiesetta omonima che vi sorgeva, dalla quale ci si immette proprio nel vasto piano del Carmine. In piazza Mazzini, dall’impianto triangolare, è conservata la traccia di un rivellino (2) che difendeva la porta Messina. Due sono gli edifici settecenteschi di qualche interesse: una palazzo della prima fase di ricostruzione, dopo il 1718, che conserva al primo piano due balconate riccamente decorate con motivi floreali e volute, con mensoloni a doppia voluta e ringhiere neoclassiche sostituite a quelle originali che dovevano essere barocche; un secondo palazzo, dai tratti rococò, ha subito notevoli rifacimenti in epoche più recenti che pure hanno risparmiato il cantonale (3) e l’alto timpano ornato da festoncini e volute. L’edificio più importante della strada è l’ottocentesco palazzo Cutelli: a pian terreno, tra due semplici botteghe sovrastate da balconcini, si apre un ampio portone ad arco; al piano superiore, quello riservato ai nobili, vi sono tre grandi balconi con ferri e decorazioni dei mensoloni particolarmente curate; pilastri angolari a bugnato definiscono il prospetto, lasciando sulla destra un’appendice della costruzione edificata in epoca più tarda. Giungendo in piazza Caio Duilio, al centro dell’impianto irregolare, sorgeva la fontana del Mela, costruita nel 1643 e rifatta nel 1762/63 dopo le distruzioni della guerra. Ciò che vediamo oggi è la riproposizione in chiave moderna di una testimonianza perduta della Milazzo antica. Si tratta di una vasca poligonale al cui interno sorge un isolotto artificiale circondato da cavallucci marini e aquile, simbolo araldico della città. Al centro troneggia una statua antropomorfa, che, nella versione settecentesca di Giuseppe Buceti, nelle sembianze del dio Mercurio personifica il fiume Mela, raffigurato come un nume seduto nell’atto di reggere un remo con la mano destra mentre versa dell’acqua da una giara con la sinistra.


3- La Fontana del Mela, nella ricostruzione del 1700 attualmente visibile in Piazza Caio Duilio.


Nella stessa piazza, antistante alla Chiesa del Carmine, si erge il palazzo Proto. Ciò che vediamo attualmente è frutto di una ricostruzione successiva ai bombardamenti del 1718; solo un breve tratto conserva le strutture originali. Il palazzo è articolato su tre livelli: la facciata è da dominata da un portone ad arco inflesso, affiancato in origine da quattro colonne che sorreggevano il balcone sovrastante. Il prospetto principale è suddiviso in cinque porzioni da semplici paraste e scandito in elevazioni da cornici marcapiano. A pian terreno si aprono botteghe, al primo balconi abbinati a due a due e sorretti da vistosi mensoloni scolpiti e con ringhiere barocche ricurve; al secondo balconi singoli dalle forme più semplici. L’autore di questo edificio probabilmente si ispirò alla tradizione architettonica del ‘600, ma ingentilendola con motivi floreali di gusto rococò. Nel portone sulla piazza si conserva una bella icona marmorea della Pietà entro una ricca cornice barocca. Il palazzo annovera tra gli ospiti che accolse i reali Borboni, Garibaldi, che vi ricevette Agostino Depretis accompagnato dal Segretario di Stato Francesco Crispi, e fu Quartier Generale dei Garibaldini.

Note:

(1) Tratto da “Milazzo – Ritratto di una città” di Antonino Micale e Giovanni Petrungaro – La Nuova Provincia – Milazzo (1996)
(2) Rivellino: opera fortificata eretta come copertura avanzata dinnanzi alle porte di una piazzaforte
(3) Cantonale: elemento d’angolo (4) Tratto da “Milazzo città d’arte” di Franco Chillemi – Mesogea – 1999

Bibliografia:

- “Milazzo – Ritratto di una città” – Antonino Micale e Giovanni Petrungaro – La Nuova Provincia – Milazzo (1996)
- “Milazzo città d’arte: Disegno urbano e patrimonio architettonico” – Franco Chillemi – Mesogea (1999)
- “Milazzo Sacro” – Padre Francesco Perdichizzi – Stes – Milazzo (1996)
- “Milazzo: guida turistica artistica” – Antonino Micale – Stes – Milazzo (1974)
- “Guida di Milazzo” – Domenico Ryolo – (1974)
- “Stradario Storico della città di Milazzo” – Antonino Micale – Stes – Milazzo (1987)
- “Il Carmelo in Sicilia” – (Non sono disponibili altre informazioni sul testo, danneggiato nella copertina)
- “Il recupero del centro antico di Milazzo attraverso lo studio dell’iconografia antica” – Cinzia Di Paola – Quaderno del DAU No 20 (Dipartimento di Architettura ed Urbanistica dell’UniversitÁ di Catania)

Una storia d'amore con l'arte...

In seguito ad un seminario svoltosi all'università mi sento in dovere di rendere manifesto il lavoro di un uomo che è riuscito a contrapporsi al "sistema" e ha "sacrificato" la sua vita sul tempio dell'arte, della bellezza e, aggiungo, anche dell'amore per la propria terra, la Sicilia e in particolare Castel di Tusa (ME).

Ebbene si tratta di Antonio Presti, imprenditore siciliano che nel 1982 vede la sua vita da studente universitario (ingegneria) stravolta dalla morte del padre. "Costretto" dunque a prendere la direzione del cementificio di famiglia, nel 1986 inizia a donare opere d'arte a Fiumara cominciando proprio dal monumento al padre, in occasione del quale chiama in causa lo scultore Pietro Consagra.

Col passare del tempo le opere aumentano, dando vita ad un vero e proprio museo all'aperto, Fiumara d'arte. Varie vicissitudini (esposte anche nell'articolo scritto poco tempo fa in questo blog) hanno reso impossibile un'accurata manutenzione di tali opere, che nel corso del tempo sono andate degradandosi.

Durante il periodo di problemi con la giustizia (condannato infatti con l'accusa di appropriamento indebito di suolo pubblico), precisamente nel 1991,

Presti inaugura l'Atelier sul mare. La caratteristica di
questo albergo è che ogni stanza
rappresenta un'opera d'arte realizzata da artisti da grande talento.


Dal 1990 al 1991 Presti è stato occupato con la manifestazione "Un Kilometro di Tela", nata a Pettineo, in occasione della quale vennero chiamati numerosi artisti incaricati a dipingere la tela lunghissima, che sarebbe poi stata tagliata e donata a famiglie ospitanti gli artisti, dando vita a veri e propri musei domestici. Non si tratta di una presa in giro ma solo di una azione intelligente al fine di contrastare l'omertà purtroppo diffusa in Sicilia.


Al giorno d'oggi Presti collabora alla rinascita del quartiere di Librino (CT), muovendo la coscienza popolare cominciando con manifestazioni in cui i protagonisti sono i piccoli.

A mio parere si tratta di una mente geniale che ha contribuito e continua a contribuire a valorizzare le bellezze ignorate di alcuni luoghi ... poi il letto con le piume (il Nido) sembra davvero comodo. A voi eventuali commenti...

Sito ufficiale dell'albergo:
http://www.ateliersulmare.it/applicazione/index.html

Approfondimenti:

GIBELLINA - Capitolo 5: Arte

1 – Storia e Ricostruzione
3 – Architetture Private
4 – Piazze e Spazi aperti
5 – Arte @

Stella di Consagra (1981)
Completamente in acciaio inox, tale scultura in qualche modo si caratterizza come un segno di rinascita e definisce l'ingresso alla città.
La Stella ricorda le luci delle feste paesane in Sicilia, quando queste illuminano il percorso della strada del paese che onora il suo Santo o celebra altre ricorrenze.

Torre civica - Alessandro Mendini (1988)
La scultura ha la forma di un cono tagliato con ai lati due ali di farfalla, dalla cui cima alle ore 12,00 e alle 17,00 veniva diffusa da alcuni altoparlanti una insieme di suoni computerizzati. Tuttavia i suoni che provenivano da questa grande scultura risultavano somigliare ad ululati sinistri in una città desolata com'è Gibellina...il risultato è che da scultura sonora oggi è solo scultura.



Oedipus Rex "Città di Tebe" – Pietro Consagra (1973)
Si tratta di un gruppo di sculture poste accanto la Torre Civica. Fugono esclusivamente da scenografia urbana dunque probabilmente non hanno un vero significato (sarebbe bene porre accanto ogni opera una breve didascalia così che lo spettatore possa avere un punto di partenza da cui poi dare una sua interpretazione, ma vabbè...). Cmq sia giungendo lì di fronte mi è sembrata un'oasi in mezzo al "deserto" di Gibellina. Posso solo dare delle opinioni personali.



Cretto - Alberto Burri (1989)
Posto alquanto lontano dall'odierna cittadina, il
Cretto rappresenta la vecchia Gibellina, rasa al suolo dal sisma, il quale tuttavia ha lasciato le tracce del vecchio paese. Alberto Burri vi ha steso uno strato di cemento imbiancato alto un metro e cinquanta, disponendo corridoi lungo le vecchie strade di paese.
Se da un lato si percepisce un sentimento di frantumazione e desolazione tipico di un cimitero, dall'altro si può pensare che l'opera di Burri sia un po' troppo megalomane per un territorio piccolo come quello in esame (un po' come anche tutte le opere che vi sono a Gibellina Nuova). Ciò che però fa pensare che i soldi spesi non siano andati buttati è lo splendido paesaggio campestre che si gode dalla cima più alta del monumento.

Giardino segreto 2 - Francesco Venezia (1990)
Al suo interno Renaissance - Daniel Spoerri (1993) e Città del Sole 1 - Mimmo Rotella
Devo dire che quest'opera è tra le mie preferite. un'opera suggestiva poichè rappresenta proprio un giardino segreto che da fuori ti attrae per la sua assenza di spiegazione mentre all'interno ti stupisce. Una mano che da terra si protrae verso l'alto per permettere ad una giovane donna(Gibellina Nuova), sembra, armata di scudo (forse in segno di reazione alle vicende del passato) per raggiungere il punto più alto del triangolo (a mio parere fa riferimento alla Trinità) all'interno del quale si pone il simbolo del sole (come segno di rinascita)...ovviamente si tratta di opinioni personali naturalmente opinabili (è questo il bello di un'opera d'arte: è soggetta a diverse interpretazioni).


Scultura - Fausto Melotti (1988)
Una carica emozionale attorno questa "Scultura" (praticabile) in ferro, la quale si colloca in un luogo quasi sacro (sopra un basamento, posto sulla cima di una collinetta), un po' come gli antichi templi greci, circondata da una distesa verde (forse un po' troppo difficile da raggiungere, in mezzo a insetti e cose che ti si appiccicano ai vestiti).
Le due ali delimitano uno spazio interno, in cui le intercapedini di luce lasciano ammirare scorci inediti dell'intera città e del bellissimo paesaggio che vi sta attorno.

Aratro
- Arnaldo Pomodoro (1986)
Così, alcune mie sculture che si richiamano alla natura non sono collegate proprio ad un’idea essenzializzata e astratta di natura, ma alla concretezza del paesaggio e dell’ambiente [...] Ciò che conta è il vuoto, e cioè lo spazio delimitato dall’opera inteso come un passaggio percorribile dall’uomo [...]
Così si racconta Arnaldo Pomodoro, il quale presenta un'opera che tende a mimetizzarsi con il contesto (sembra strano però arrivata di fronte per un attimo non mi è sembrata una scultura ma un vero macchinario agricolo, in effetti era un po' sovradimensionato).

Tensione - Salvatore Messina (1983)

Si tratta della scultura posta sul fronte dell'edificio realizzato successivamente da Purini.
Difficile spiegare il perchè di questa scultura, a volte si tenta e altre volte gioca solo un fatto emozionale senza cercare di comprendere; tuttavia ciò che secondo me crea la vera emozione è l'accostamento dell'edificio di Purini, che riprende la linea della scultura e ne arricchisce la soluzione finale.


Doppia Spirale - Paolo Schiavocampo (1973)
Opera in ferro che sembra riprodurre le sinuosità del corpo umano che si distacca dal terreno e avvolge elementi lineari.






La montagna di sale - Mimmo Paladino (1990)
(In fondo alla foto) Si parla di una montagna di calcestruzzo entro la quale sono cementificati cavalli in posizioni differenti. Quest'opera da un senso di angoscia come se si stesse all'interno di questa pasta e si stesse cercando di tirarsene fuori, la parola più corretta è angosciante.
Scultura - Giuseppe Spagnulo (1974)
Una freccia in ferro come una segno evidente sul territorio



Non so precisamente il nome ma è una scultura che mi è sembrata
interessante soprattutto per l'accostamento tra i colori della ceramica e il verde naturale del prato sullo sfondo e l'azzurro splendido del cielo di Gibellina.

GIBELLINA - Capitolo 4: Piazze e spazi aperti

1 – Storia e Ricostruzione
2 – Architetture Pubbliche
3 – Architetture Private
4 – Piazze e Spazi aperti @
5 – Arte

A Gibellina tutto è stato studiato e progettato, anche gli spazi che troppo spesso vengono dimenticati, come aree di risulta, incroci di strade e zone antistanti ad edifici. A questi luoghi aperti viene data una loro identità e singolarità che li rende immediatamente riconoscibili all’ interno del tessuto urbano classificando anche tutto quello che vi sta attorno.


Sicuramente gli spazzi aperti per eccellenza sono le piazze e quella più importante è il sistema delle cinque piazze. Queste sono state progettate da Francesco Purini e Laura Thermes nel 1983 e prenderanno il nome di: Piazza Rivolta del 26 giugno 1937, Piazza Fasci dei Lavoratori, Piazza Monti di GIbellina, Piazza Autonomia Siciliana, Piazza Passo Portella delle Ginestre.

Delle cinque piazze sono state realizzate, tra il 1987 e il 1990, solo le prime tre, queste avevano il compito di unire due parti di paese rimaste divise da cinque isolati lasciati inedificati, realizzando un lungo elemento di collegamento attraversato da sei strade carrabili.
Nella prima piazza si accede attraverso un ingresso monumentale e sui lati lunghi, da un lato si trovano delle piramidi a gradoni in travertino d'Alcamo che fungono da vasi per delle palme e dall’altro un muro-filtro in cemento armato, scandito da setti murari in tufo giallo di Mazzara. Si trova anche una fontana posta nella parete ricurva di ingresso, che funge da “sorgente” del sistema delle acque che attraversano in superficie le cinque piazze e si interra solo in corrispondenza delle vie carrabili.

Le altre due piazze consistono in due ampi rettangoli racchiusi da porticati a due elevazioni con la parete in alto ripiegata verso l’interno e bucata da finestre quadrate. I porticati sono attraversabili in alto per tutta la loro lunghezza senza interrompersi mai neppure nell’incontro con le vie carrabili, questo serve sia per dare unicità alle piazze, sia per segnare il cambio di contesto urbano agli occhi di chi attraversa la città in macchina ed incontra questi imponenti portali.
Oltre all’acqua e i porticati altro elemento unificatore è la pavimentazione realizzata secondo
un reticolo a maglie quadrate in pietra lavica e ricorsi in travertino.


Queste foto sono state scattate durante una visita a Gibellina, organizzata dall’università di Catania, tra le11-14. Io mi chiedo come sia possibile che questi spazzi, ed il resto della città, siano completamente deserti, le uniche persone che si trovano nelle immagini sono dei miei colleghi.
Io credo che il problema sta nel fatto che in questa piazza, come in tutto il progetto di Gibellina non si sia tenuto conto della scala umana. Questo paese ha una densità demografica bassissima, pari a circa 330 abitanti per ettaro, un rapporto che dà la misura delle distanze tra le persone e le cose.
Questa dilatazione degli spazzi ha fatto si che si realizzassero delle architetture non vissute, questa piazza può raccogliere migliaia di persone, ma oggi Gibellina ne conta solo circa 4000. Allora mi sorge una domanda: se l’architettura è al servizio del vivere dell’uomo, e questi spazzi non sono vissuti, questi, sono architettura?

Piazza XV Gennaio 1968

Casa di Lorenzo