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VENEZIA 2010 - Padiglione Serbia: Seesaw Play-Grow

Speciale VENEZIA 2010 su Petra Dura.

“Mia moglie, per cui farei veramente tutto, un giorno mi disse, un giorno mi disse vorrei avere un alberello verde che mi rincorre lungo la strada”
Vasko Popa 1922-1991
Queste sono le parole del poeta serbo Vasko Popa che fungono da incipit per il padiglione nazionale della Serbia presentato alla 12esima Biennale di Architettura di Venezia.
Una natura amica, socievole, giocosa in contrapposizione con l'immagine statica e grigia del verde urbano fatto di aiuole dimenticate, alberi sopraffatti dal cemento, fioriere decadenti. La natura ha una propria rivincita nella proposta dal nome "Plant-o-biles" del gruppo della Facoltà di Architettura di Belgrado, Skart, specializzato nell'analisi delle relazioni umane. Si Tratta di una serie di "sculture" che permettono di giocare con piccole piante. Si può portare a spasso un cactus o suonare il campanello di una pianta grassa.


Altro marchingegno per le relazioni: l'altalena, seesaw. Secondo il curatore del padiglione, Jovan Mitrovic, è l' immagine simbolica di uno strumento che permette ai bambini di scoprire lo spazio in relazione agli altri, di sperimentare una necessaria socialità per giocare: le giganti leve di legno non si muovono se si è da soli. Questo aspetto è da leggere in stretta realzione con il tema generale della biennale "People meet in architecture" proposto dalla curatrice Kazuyo Sejima.
Infine, per coniugare l'installazione delle piante con le altalene, si trovano dei bilancieri in legno che permettono nuovamente di confrontarsi con gli arbusti e con la meccanica di pesi e leve, oggetti resi volutamente leggibili.


All'interno del circuito dei Giardini di Castello a Venezia, il padiglione serbo  può essere annoverato tra quelli che più di tutti sono riusciti a coinvolgere lo spettatore con un interazione diretta ed efficace. Sono riusciti a dimostrare che anche un'installazione può "far incontrare" le persone senza demandare questo tema alle grandi ed importanti architetture. Questa è la dimensione reale, una dimensione quotidiana in scala 1:1.
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Approfondimenti:
- Sito ufficiale skart.rs
- Analisi del padiglione e immagini su domusweb.it
- Immagini su lospremiagrumi.com

Credits:
Commissario: Jovan Mitrovic.

Progetto "plant-o-biles": di Skills Division, Beograd
Assistenti : Vaso Lukić, Filip Zarić, Goran Marinić

Progetto seesaws (altalene): di Ban Drvo, Debeljača

OTHERS. Sguardi mediterranei sull’arte contemporanea

Allargare lo sguardo e aprire la mente. "Altro" è la parola d'ordine del progetto, curato da Renato Quaglia: altre sfumature nel caleidoscopio dell'arte contemporanea, altre filosofie nell'approccio all'allestimento espositivo... città dentro altre città.
Palazzo Riso, sede dell'omonimo museo di Palermo, e Palazzo Valle a Catania si prestano per l'occasione a contenitori: Marrakech, Instanbul e Atene si raccontano al loro interno attraverso una selezione di opere, tratte dalle ultime Biennali che in esse hanno avuto luogo e autonomamente organizzate in percorso espositivo.
L'iniziativa rientra nell'ambito del progetto “Le città del Mediterraneo” che, tra il 2010 e il 2012, coinvolgerà alcune delle principali città del bacino allo scopo di promuovere lo scambio culturale e la reciproca conoscenza. Tale progetto è stato promosso da Palazzo Riso e dalla Fondazione Campania dei Festival, nell’ambito di un accordo tra le Regioni Sicilia e Campania e il Ministero per lo Sviluppo Economico.

A Palermo sono esposti una selezione di film, video, tele, sculture tratti da "A proposal for articulating works and places", III Biennale internazionale d’arte di Marrakech.

A Catania sono di scena opere della I e II Biennale di Atene "Away and Boil your Head" e della XI Biennale Internazionale di Istanbul "What happens to the hole when the cheese is gone?".

Cosa:
"Others. Le Biennali d'arte di Marrakech, Istanbul, Atene a Palermo e Catania"

Dove:
Catania, Fondazione Puglisi Cosentino, Palazzo Valle, Via Vittorio Emanuele n° 122
Palermo, Palazzo Riso, Corso Vittorio Emanuele n° 365

Info: sito internet

Ingresso: 6€ intero, 3€ ridotto

Quando: Dal 9 Luglio al 7 Novembre 2010;
martedì - domenica ore 10:00-13:30; 16:00-19:30;
sabato sino alle 21.30;
chiuso il lunedì.

Carlo Scarpa - Palermo

Non si dirà mai abbastanza di quanto mi abbia turbato la scoperta di interventi di restauro condotti negli anni '50 da Carlo Scarpa su due edifici storici del centro di Palermo. All'idea che pochi anni prima avevo fatto chilometri e chilometri per ammirare le opere del famoso (non) architetto italiano mi sentivo come tradito dal mondo intero, e forse anche dalla mia stessa preparazione, che non mi avevano avvisato della presenza di questi interventi giusto dietro casa.
Due ore e mezzo di Catania-Palermo ti ricordano di quanto immensa e bella sia la Sicilia e di quante altre Sicilie contenga al suo interno. Si arriva nel capoluogo siculo con la mente dolorante che ragiona ancora sul concetto di grandezza: l'Etna, gli infiniti campi di grano dell'ennese, le splendide alture che cingono la città, una sconfinata periferia con palazzi a misura d'elefante. Un viaggio tra le grandezze della Sicilia che paradossalmente conduce alla scoperta del piccolo, il dettaglio minuto tipico dell'architettura di Scarpa. Ebbene sì, perchè dopo un esperienza del genere la famosa "cura del dettaglio", tanto propagandata da accademici e addetti ai lavori, non sarà più un'astrazione impalpabile, ma la concreta percezione che si possa anche lavorare a scale inferiori all' 1:1. Si tratta di lavori di "oreficeria" su palazzi che sono già gioielli.

Palazzo Chiaramonte-Steri
Si tratta di una dimora signorile del XIV secolo successivamente convertita a Regia Dogana , tribunale dell'inquisizione ed infine sede dell'attuale rettorato dell'Università di Palermo. Scarpa interviene negli anni '50 con una serie di strutture sparse per l'intero edificio e un importante intervento sull'ingresso principale. Molte soluzioni sembrano già viste nel repertorio scarpiano come la scala a gradini angolari e sfalsati (vedi il successivo Museo Civico di Castelvecchio, 1956-1964). Ammetto di aver avuto la sensazione che rispetto certi palazzi veneziani, questo differisca solo nell'assenza dell'acqua dei canali, ma con un po' di raziocinio si riesce a leggere il tutto con più positività.
Molte informazioni utili le trovate sul sito, ma il mio consiglio è quello di andare a vedere di persona: pochi euro con guida inclusa. Inoltre troverete all'interno uno celebre dipinto di Renato Guttuso la cui interessantissima storia vale già una visita.
Sito ufficiale: http://www.palazzosteri.it/




Palazzo Abatellis
Senza troppo imbarazzo posso affermare che si tratta del più bel polo museale mai visto in Sicilia. Possiede tutte le doti per poter interessare il visitatore sotto molteplici aspetti: Contenitore, Contenuto e Comunicazione (ed ecco un improvvisata regola delle 3 C ad uso e consumo dei neofiti di architettura). Il palazzo ha subito diverse destinazioni d'uso passando da residenza del XV secolo a monastero fino al bombaramento della seconda guerra mondiale. Recuperato, ripulito dalle superfetazioni e messo in sicurezza passo nelle mani di Carlo Scarpa nel 1953 che ne disegnò gli allestimenti mantenuti a tutt'oggi, considerati essi stessi come opere d'arte meritevoli di tutela. Grazie al genio veneziano la Comunicazione delle opere diventa interattiva e mutevole: pensate ad una statua che può essere ammirata frontalmente ed avere un tipo di sfondo, oppure se vista di profilo può prospettare su un pannello completamente diverso. Supporti, teche, sedute, porte, maniglie, tutto porta la firma virtuale e riconoscibilissima di Scarpa. Rimane da chiedersi cose viene esposto, il Contenuto per intenderci: si tratta di arte sacra medievale, ma non lasciatevi ingannare dalle "etichette". Si va a palazzo Abatellis per ammirare la celeberrima Annunciazione di Antonello da Messina, ma si finisce per perdersi tra le meraviglie di anonimi pittori, scultori, orafi. Gli 8 euro del biglietto di ingresso sono quindi ampiamente giustificati, ma gli studenti di architettura entrano gratis. Per tutte le altre informazioni visitate il sito.
Sito ufficiale: http://www.regione.sicilia.it/
Approfondimento: http://www.vg-hortus.it/



Pepe Espaliù - Libro de Caín

Libro di Caino.
Libro de Caín.


Un racconto per artisti.
Un cuento para artistas.

Caino e Abele porgevano i loro doni a Dio.
Caín y Abel ofrecían sus regalos a Dios.
Alcuni arrivavano tramutati in fumo bianco, altri scomparivano in fumo nero prima di arrivare.
Los unos llegábanle convertidos en humo blanco, los otros desaparecían en humo negro antes de llegar.
Abele aveva una visione angelica del mondo.
Abel tenía una visión seráfica del mundo.
Per lui tutto era chiaro, pulito, ordinato e logico, e di conseguenza lo era la sua vita.
Para él todo era claro, limpio, ordenado y lógico, y en consecuencia su vida también lo era.
Si alzava presto, e con il sole andava a lavorare, piantava i frutti più benedetti e offriva tutto a Dio.
Se levantaba temprano, y con el sol se iba a trabajar, plantaba los frutos más benditos y todo lo ofrecía a Dios.
Nel Pomeriggio si riposava nei prati con le sue pecore.
Por la tarde reposaba en los pastos junto a sus ovejas.
Guardava il cielo, innamorato di Dio.
Miraba hacia el cielo, enamorado de Dios.
Era un idillio, di quelli classici..., di quelli che finiscono bene, dove io ti amo e tu mi ami...
Era un idilio, de los de siempre..., de los que acaban bien, del yo te quiero y tú me quieres...

Caino era un uomo tenebroso.
Caín era un hombre tortuoso.
Il suo mondo era un altro mondo.
Su mundo era otro mundo.
Nasceva con la luna ed era innamorato della luna.
Nacía con la noche y estaba enamorado de la luna.
Era un essere selvatico e violento, un figlio di Saturno, però amava Dio ugualmente.
Era un ser selvático y violento, un hijo de Saturno, pero también quería a Dios.
E così gli offriva le sue notti... spine e topi e scorpioni, animali della notte che bruciando emanavano un odore terribile e il fumo nero che non saliva in cielo, rimaneva lì con lui in quel buio e in quella povertà.
Y así le ofrecía su noche... espinos y ratas y escorpiones, animales de la noche que quemados despedían un terrible olor y ese humo negro no subía al cielo, se quedaba allí con él, en esa oscuridad y esa pobreza.
Caino viveva solo e nulla voleva sapere di famiglie, nè di ordine, nè dell'esercito.
Caín vivía sólo y nada quería saber de familias, ni de orden, ni de ejército
Caino era un artista.
Caín era un artista.
E soffriva giorno dopo giorno nel vedere come Dio amava suo fratello, come lo viziava, di come scendeva dal cielo e poggiava la propria testa sulla sua spalla.
El sufría día tras día viendo cómo Dios amaba a su hermano, cómo lo mimaba, cómo bajaba del cielo y reposaba su cabeza en su hombro.
Lui stava dall'altra parte, sempre osservando e geloso.
Él estaba al otro lado, siempre observando y celoso.
Un giorno tramò vendetta.
Un día tramó una venganza.
E così, d'improvviso, prese la costola di un asino e spaccò la testa a suo fratello.
Y así, inesperadamente, cogió la costilla de un asno y le abrió la cabeza a su hermano.
Un sangue puro uscì a fiumi, scorreva, ricoprendo a poco a poco la terra intera.
Una sangre pura emanaba a borbotones y corría, recorriendo poco a poco la tierra entera.
Quella mattina, Dio, al risveglio, vide con orrore la terra insanguinata e gridò...: «Caino, dov'è tuo fratello Abele?»
Esa mañana, Dios, al despertarse, miró con horror la tierra ensangrentada y gritó...: «Caín, ¿dónde está tu hermano Abel?»

Però Caino correva e, perseguitato, divenne un fuggitivo.
Pero Caín corría y perseguido se convirtió en un forajido.
Caino continua a fuggire ancora oggi, e nella sua fuga ha lasciato dietro di se i dipinti più tristi, le sculture più sinistre, la musica più triste, la poesia più tetra, i drammi più tormentati, però sempre d'amore.
Caín sigue huyendo hoy, y en su huida ha dejado tras sí los cuadros más tristes, las esculturas más siniestras, la música más triste, la poesía más negra, los dramas más torturados, pero siempre de amor.

Oggi Caino è molto vicino a me, e mi porta una visione orribile e nuova, è una maledizione... è un virus e lo chiamano AIDS.
Hoy Caín está muy cerca de mí, y me trae una mirada horrible y nueva, es una maldición... es un virus y lo llaman el sida.
Con lui, scopro la cosa più terribile, come la morte ti tiene in vita; come la vita ti fa morire.

Con él, descubro lo más terrible, cómo la muerte te mantiene en vida; cómo la vida te hace morir.
di Pepe Espaliù


Artista spagnolo nato e morto a Cordoba (1955-1993). Questi sono i pochi dati anagrafici che si riescono a trovare sul conto di Pepe Espaliù approdato trionfalmente in Italia con una mostra dal titolo "ESPANA - arte spagnola 1957-2007" a palazzo Sant'Elia di Palermo nel 2008. Mimetizzato tra i nomi altisonanti di Picasso, Mirò, Dalì, incuriosiva parecchio lo spettatore con opere assolutamente metafisiche e concettuali il cui contenuto difficilmente poteva essere colto senza preparazione. E si poteva terminare la mostra con il dubbio che le sue opere in realtà non volessero comunicare alcunchè. Nulla di più falso. I "significati" erano semplicemente e mirabilmente espessi per altra via: la narrazione. E' uno dei caso in cui la parola scritta assolve una funzione determinante in arte. Si decostruisce l'opera producendo "segni" e "significati" che poi possono riaccoppiarsi in infinite combinazioni. Così la "Portantina" della foto e la "malattia" del testo possono produrre arte compiuta, chiusa. L'AIDS di Caino e la "nobiltà" di Abele sono in fondo la stessa cosa: non permettono all'uomo di relazionarsi con gli altri. Alla stessa maniera la portantina per il malato o la carrozza per il nobile escludono il contatto con il mondo.

Nell'immagine:
- Carrying VII, 1992. 137 x 180 x 44 cm. in ferro colorato. Siviglia, collezione della regione dell'Andalusia.

Per approfondimenti:
- Catalogo "ESPANA - arte spagnola 1957-2007" di Demetrio Paparoni, pubblicato da Skira, Ginevra-Milano, 2008
- Altri testi di Espaliù su: www.accpar.org
- Articoli di "El Pais" su Espaliù: www.elpais.com

Mostra "Scienza e arti all'ombra del vulcano"

Segnaliamo un'interesante mostra con sede nella splendida biblioteca settecentesca realizzata dall'architetto siciliano Giovanni Battista Vaccarini (1702-1768) all'interno del Monastero dei Benedettini di Catania.
L'esposizione vuole sintetizzare nello spazio di un'unica sala il clima artistico-scientifico vissuto nel convento tra il XVIII e XIX secolo. Dipinti, resti fossili, strumenti per l'apprendimento e tanti, tanti libri con miniature e raffigurazioni. Inoltre si tratta di un opportunità rara per visitare l'antica sala della biblioteca, resa ancora più suggestiva dagli allestimenti contemporanei della mostra (a cura di Caterina Napoleone).
Non dimenticate di fare un giro per l'intero complesso dei Benedettini, oggi polo universitario, meritevole di essere visitato e spesso sede di interessanti eventi.

Cosa: Mostra "Scienza e arti all'ombra del vulcano. Il monastero di San Nicolò l’Arena. XVIII - XIX secolo"

Dove: Catania, Monastero dei Benedettini, via biblioteca 11a

Quando: dal 31 ottobre al 16 dicembre 2009, da lunedì a sabato ore 9.00 -17.00

Ingresso: libero

Info: http://www.exibart.com/
http://www.undo.net/


Santiago Calatrava - Parte Quarta: Opere

Appunti e Ricerche condotte nell’ambito del corso di Architettura e Composizione II

-Parte Prima: Biografia, Poetica, Magazzino Ernsting, Stazione ferroviaria Stadelhafen
- Parte Seconda: Opere - Stazione di Lucerna, Ponte Bach de Roda, Ponte Alamillo
- Parte Terza: Opere - BCE Place, Torre di Montjuic, Galleria Pfalzkeller
-> Parte Quarta: Opere - Stazione di Lione, Padiglione del Kuwait

Stazione dell’aeroporto di Lione, Satolas, Francia, 1989 – 1994.


Calatrava ottenne la commissione per la stazione dell’aeroporto di Lione attraverso un concorso ad inviti. Il bando richiedeva un edificio che permettesse ai passeggeri di muoversi senza problemi, creando nel contempo un ingresso alla regione suggestivo e simbolico. Una scelta progettale fu la disposizione estremamente differenziata di piccole isole, definendo l’identità e la posizione degli spazzi attraverso la configurazione delle aree, anziché orientare i viaggiatori con cartelli indicatori. Il progetto si compone di tre parti: una grande hall dove sono contenuti anche i servizi, le banchine e una galleria sospesa che collega la hall all’aeroporto. La hall è sostanzialmente formata da 4 archi in acciaio che si dipartono da un’unica spalla a V e si poggiano a terra allargandosi, 120 metri dopo, e realizzando un ambiente completamente libero, alto 30 metri e riccamente illuminato, dato che parte della copertura e le due superfici laterali sono vetrate. L’ingresso si ha dal punto in cui gli archi confluiscono, ad ovest, e dalla parte opposta si trova il blocco dei servizi, dove è collocata la biglietteria, negozi, ufficio del capostazione, polizia ecc… Questo blocco permette anche di scendere nel piano inferiore dove vi sono le 2 banchine con i 4 binari e la predisposizione di altri 2. Sopra ai due centrali è stato realizzato un passaggio pedonale al coperto, dove come pure nei binari, i vuoti delle costolature della struttura sono vetrati o tamponai con pannelli in calcestruzzo prefabbricato. Ad ovest, sotto l’ingresso, e alla quota dei binari troviamo il terminal degli autobus e dei taxi. La galleria è sopraelevata e lunga 180 metri e vi si acceda dalla zona dei servizi.


Padiglione del Kuwait, Siviglia, Spagna, 1991 – 1992.

Quando si realizza un padiglione dell’Expo si dovrebbe esprimere l’identità regionale, culturale e storica delle nazioni che lo commissionano. Calatrava pensò di creare una copertura pieghevole e di dare agli elementi mobili una forma che per analogia richiamasse i rami di una palma. Il progetto consiste in una piazza sopraelevata di 525 metri quadrati, definita da due pareti ricurve nei lati corti, e da un pavimento a botte rivestito da pannelli di vetro stratificato dove venne incollato un sottile strato di marmo traslucido. Attraverso due gradinate che si conformano alla curvatura del pavimento a botte, si arriva alla quota della piazza; invece attraverso altri gradini che si addossano alle pareti ricurve si arriva ad uno spazio espositivo chiuso. Il pavimento della piazza e tale che di notte i fasci di luce filtrano attraverso il pavimento creando un’illuminazione soffusa. In cima alle gradinate, nei due lati lunghi, si trovano due file di pilastri in calcestruzzo armato, nove da un lato e otto dall’altro; a questi vengono attaccati 17 costoloni a forma di scimitarra, lunghi 25 metri, e ciascuno e comandato separatamente da un sistema elettronico che gli permette di assumere 15 posizioni differenti, da quella verticale a quella chiusa, e quando si chiudono si intrecciano l’uno con l’altra come fossero le dita di una mano sino a realizzare una sorta di piazza coperta.


Santiago Calatrava - Parte Prima: Biografia, Poetica, Opere

Appunti e Ricerche condotte nell’ambito del corso di Architettura e Composizione II


Biografia

Santiago Calatrava è nato a Valencia, dove ha frequentato la Scuola di Architettura e la Scuola di Arti e Mestieri. Dopo la laurea, nel 1975, si è iscritto alla Scuola Politecnica Federale (ETH) di Zurigo per la laurea in Ingegneria Civile. In questi anni Calatrava subisce l'influenza dello svizzero Le Corbusier, la cui cappella Notre Dame du Haut gli permette di esaminare come le forme complesse possano essere comprese e generate in architettura. Nel 1981, dopo aver completato la tesi di dottorato "Sulla piegabilità delle strutture" ("ZurS Faltbarkeit von Fachwerken"), ha iniziato l'attività professionale di architetto ed ingegnere aprendo uno studio a Zurigo.
Lo stile di Calatrava combina una concezione visuale dell'architettura all'interazione con i principi dell'ingegneria; i suoi lavori spesso sono ispirati alle forme ed alle strutture che si trovano in natura.
Per quanto primariamente noto come architetto, Calatrava è anche scultore e pittore e sostiene che l'architettura sia un combinare tutte le arti in una sola.
Da architetto, spesso produce degli schizzi realizzati ad acquarello, sulla base dei quali lui e il personale del suo studio sviluppa il progetto architettonico e strutturale. (tratto da Wikipedia)

Poetica

Le caratteristiche delle opere di Calatrava sono quindi la concezione plastica degli edifici che spesso si rifanno a forme e movimenti delle piante, animali piuttosto che dell’uomo, e in questo gli sono molto utili gli schizzi o delle sculture che fungono da anello di congiunzione tra l’opera e l’immagine naturale.
Altra caratteristica equamente presente in tutte le sue opere è lo studio della mobilità, argomento che lo ha sempre interessato sin dalla tesi di laurea. La mobilità della struttura è ricercata nei meccanismi di apertura di porte più o meno nascoste, coperture o interi edifici; e anche quando non sembra che vi siano oggetti in movimento, il movimento è intrinseco nella concezione della struttura stessa in quanto le forme sono dettate dalla tensione delle forze a cui sono sottoposti gli elementi.
Ancora un’altra caratteristica è quella di differenziare i materiali in funzione del compito a cui devono assolvere, userà il calcestruzzo per quelle parti compresse, l’acciaio per quelle in tensione, a sbalzo o che necessitano di una particolare leggerezza, il vetro per permettere l’ingresso della luce mai lasciata al caso.



Magazzino Ernsting, Coesfeld-Lette, Germania, 1983 – 1985

Calatrava vi lavora in collaborazione con Fabio Reinhardt e Bruno Reichlin.
Il progetto, commissionato da un rivenditore di abbigliamento casual, consisteva nel rivestire in alluminio un grande edificio prismatico (industria tessile) in calcestruzzo, per conferirgli una caratteristica che lo potesse contraddistinguere.
Con questo progetto Calatrava cominciò a sviluppare una poetica del movimento che si comprenderà meglio due anni dopo nei progetti dei ponti.
L’ edificio viene rivestito da degli stretti profilati in alluminio verticali, che nei prospetti laterali richiamano forme che si rifanno ai canoni del tempio classico.
Il movimento è dato dalla sequenza di concavo convesso che richiamano l’immagine del colonnato dorico con le sue scalmanature, anche qui, come nelle colonne doriche, la struttura non ha un basamento, ma poggia direttamente sulla base in cemento.
La parte più interessante del progetto, dove a mio parere più di tutte viene studiato il movimento, è il meccanismo di apertura delle tre grandi porte di servizio. Queste sono realizzate attraverso l’accostamento degli stessi profilati d’alluminio utilizzati nella facciata ma articolati in tre punti, come un ginocchio; sono legate tutte insieme alle due estremità, e libere al centro. Il diverso posizionamento in altezza del ginocchio di ogni profilato, fa si che quando si alza la base in verticale i profilati vengono a sporgere dal piano della facciata e si dispongono in maniera curva assumendo la funzione di pensilina.



Stazione ferroviaria Stadelhafen, Zurigo, Svizzera, 1993 – 1990

La stazione si trova in un’area urbana densamente popolata, fra la piazza Stadlhafen e la collina della Hohenpromenade. Calatrava propose una piattaforma aperta che seguisse l’inclinazione della collina.
La struttura consiste in una sezione continua di 270 metri che segue i binari.
La collina è trattenuta da una trave scatolata in calcestruzzo, sostenuta sul retro da un muro e sul davanti da una sere di colonne in acciaio ad Y inclinate per dare una maggiore efficienza strutturale. Sopra la trave scatolata si trova una passeggiata protetta da una pensilina metallica, da qui i viaggiatori che vengono dalla collina raggiungono le banchine attraverso le scale o l’ascensore, oppure attraverso i ponti che scavalcano i binari.
Anche il lato opposto dei binari è protetto da un sistema di pensiline dove una serie di colonne ad ala sostengono un tubo su cui vengono attaccate delle travi che sostengono la superficie vetrata.
Sotto i binari c’è un sotto passaggio che funge anche da centro commerciale sotterraneo, al quale si accede da due aperture in acciaio sulla strada che proteggono i viaggiatori che entrano nel centro commerciale e che piegandosi chiudono l’ingresso di sera.
Oltre alla cura di ogni minimo dettaglio, quello che caratterizza la stazione è il grande studio dei flussi. Troviamo percorsi pedonali dalla collina, accessi dalla piazza, l’inserimento di un centro commerciale, e tutto questo si interseca col passaggio dei treni veloci.