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Pensiero del giorno... Architettura in tasca

Maledetta vita frenetica che non mi permette di approndire nulla... li porto sempre in tasca con me, li conto, li desidero, li scambio, li uso. Cosa sono? i soldini ovviamente... sapete, non avevo mai riflettuto su cosa portassero stampato, così ho fatto una piccola ricerca (sugli euro, si intende).

- ogni banconota ha la stampa di un ponte da un lato e di una porta-finesta dall'altro
- i ponti rappresentano i legami che vi sono tra i paesi membri
- le finestre richiamano l'apertura ideologica che caratterizza l'Europa
- le immagini non raffigurano architetture realmente esistenti per non privileggiare alcun paese membro
- le architetture raffigurate rappresentano periodi differenti e sono ordinate cronologicamente con il crescere del taglio della banconota (5-ClassicoRomano, 10-Romanico, 20-Gotico, 50-Rinascimentale, 100-Barocco, 200-Liberty, 500-Contemporaneo)
- Le banconote sono state disegnate da Robert Kalina della Oesterreichische Nationalbank, vincitore del concorso indetto a livello europeo nel 1996

Buona visione









domanda da un milione di dollari...
immaginate di avere una banconota o una moneta per ogni taglio diverso di euro... quanto avete in totale?

Fonte foto

Pensiero del giorno... Richard Meyer

mi è capitato per la millesima volta di sentire sprezzanti critiche sulle opere di Richard Meyer a Roma... sinceramente non ne posso più... quel poco di nuovo che c'è nella capitale viene sempre e comunque preso di mira da noi Italiani... gli stranieri, invece, la pensano diversamente...

Io: piaciuta Roma?
ragazza finlandese: si...
Io: qual'è stata la cosa più bella che hai visitato?
ragazza finlandese: senza dubbio l'Ara Pacis...
Io: ma quella è una struttura moderna, io mi riferivo ai monumenti antichi...
ragazza finlandese: beh... allora niente in particolare: non mi piace l'architettura antica...

senza parole...
il punto non è questa-ragazza-non-capisce-nulla-di-architettura, il punto è che una città come Roma non può vivere solo di vecchie glorie. e in tal senso mi sembrano apprezzabilissimi i tentativi di meyer...
attenzione: questo non è un elogio gratuito all'architetto sopracitato... riconosco che ha fatto anche delle porcherie: vedi museo d'architettura contemporanea a Barcellona... cmq

vi metto alcune foto fatte da me negli ultimi viaggi:

Chiesa del nuovo millennio, quartiere tor tre teste a Roma 1998-2003 (come si dice dalle mie parti: si trova a casa di Cristo)





Museo di Arte Contemporanea di Barcellona, Spagna 1995



Pensiero del giorno... Architetti remix

Ormai conosco moltissimi architetti , o meglio: conosco tutte le loro costruzioni, ma nulla saprei dirvi sui loro volti. E' tempo di rimediare! Per imparare più velocemente la loro fisionomia li ho associati a facce note... ecco il risultato...

Separati alla nascita



Madre e Figlia



Padre e Figlio



In gioventù



Iene



Chi fa ridere di più?



In versione cartoon



Rock star



Santo subito


Così non li dimenticherò mai più...

Villa Savoye, Poissy, Francia,1929 di Le Corbusier

Tesina scritta nell'ambito del corso di storia dell'Architettura II

Villa Savoye a Poissy è una delle opere più celebri di Le Corbusier e fu realizzata tra il 1929 e il 1931 per Perre Savoye, amministratore di una compagnia d’assicurazioni, e per la sua famiglia. Il terreno si trova in piena campagna, su una collina, circondato da alberi di alto fusto che lo isolano dalla strada d’accesso. Dalla collina si ha la veduta sulla vallata della Senna. Questo edificio è diventato monumento storico il 16 dicembre 1965.
In quest’opera possiamo ritrovare i punti più importanti della poetica di Le Corbusier; infatti troviamo applicati i suoi cinque punti, la coesistenza delle forme pure e l’architettura dei percorsi, e su questo sono d’accordo i maggiori critici d’arte come Zevi, De Fusco e Tafuri.
I suoi cinque punti sono:

- I pilotis sono dei pilastri in cemento armato disposti in una maglia ortogonale e rappresentano la struttura portante dell’edificio sostituendo i voluminosi e vincolanti setti murari. I pilotis, poggiati su dei plinti, oltre ad essere la base per gli altri punti servono per elevare la costruzione separandola dal terreno e quindi dall’umidità.

- Il tetto giardino serve per restituire all’uomo il verde che non sarà più solo sotto l’edificio, ma anche e soprattutto sopra. Non è detto che sia un vero e proprio giardino con piante e fiori, ma comunque una zona aperta e fruibile. Se viene usata la sabbia con le piante, queste sono utili per mantenere un’umidità costante dei solai.

- La pianta libera (il plan libre) è resa possibile dalla creazione di uno scheletro portante in cemento armato che elimina la funzione delle mura portanti che “schiavizzano” la pianta dell’edificio, permettendo all’architetto di progettare l’abitazione in tutta libertà, disponendo le pareti a piacimento e organizzando i piani in maniera indipendente per meglio sfruttare l’orientamento di cui necessitano.

- La facciata libera è anch’essa derivante dallo scheletro portante in cemento armato che è rientrato rispetto al piano di facciata così che la parte più esterna non è più portante e può essere trattata e modificata facilmente in base alle necessità dettate dall’abitare.

- Le finestre a nastro (le fenetre en longueur). Dato che la facciata è libera questa può essere tagliata in tutta la sua lunghezza da finestre, permettendo una straordinaria illuminazione degli interni ed un contatto più diretto con l’esterno.

Il progetto iniziale della casa era su tre livelli più un solarium, con la disposizione degli ambienti che è tutta dettata dai percorsi.
Al pianterreno troviamo i garage, un alloggio di servizio e una sorta di atrio d’ingresso da un lato vetrato curvo secondo il raggio minimo di curvatura di un’automobile, dall’atrio d’ingresso si dipartono una scala e una rampa (disposta lungo l’asse dell’edificio), che arrivano sino al terzo ed ultimo piano. La maglia dei pilastri è quadrata con un interasse di cinque metri.
La pianta del primo piano è organizzata in due zone disposte ad L attorno alla rampa. La prima zona è costituita dal soggiorno pranzo orientato sul lato ovest del quadrato, rivolto verso sud troviamo il tetto giardino, questo è separato da una grande parete di vetro scorrevole dal soggiorno, che si configura come una parte del giardino protetta dalle intemperie. Sul lato sud-est è collocata la camera del figlio, con un accesso sul giardino. Su tutta la lunghezza. rivolta a nord, a partire da ovest, troviamo: l’office, cucina, terrazza di servizio e camera degli ospiti.
Al secondo piano troviamo l’appartamento del padrone di casa, costituito da una suite che si sviluppa parallelamente alla rampa.
Nel novembre 1928 viene calcolato il costo di realizzazione della casa, che il cliente giudica troppo elevato. Dal novembre all’aprile dell’anno successivo vengono studiati altri cinque progetti con l’obbiettivo di ridurre i costi, rispettando però le scelte fatte nel primo progetto; conclusione: soppressione di un piano, il secondo, riduzione del 10% della superficie, interasse dei pilastri si riduce a quattro metri e settantacinque.

Il piano terra rimane pressoché uguale, con i garage e gli ambienti di servizio; le modifiche sostanziali sono al primo e unico piano dei padroni. La lunghezza del soggiorno viene ridotta in modo tale di allineare la cucina e l’office sullo stesso fronte del soggiorno. La riduzione della terrazza di servizio e il suo spostamento legato a quello della cucina, permettono di trasferire il bagno della camera degli ospiti e la camera del figlio nello spazio prima occupato dalla cucina e dalla terrazza di servizio. In questo modo si può utilizzare lo spazio che prima era del figlio e parte della hall, in cui arriva la rampa, per spostare dal secondo al primo piano la camera, la toilette e il bagno dei genitori. La scala di servizio inizialmente addossata alla parete interna della cucina, viene sostituita da una a chiocciola collocata al centro della hall; questo consente la realizzazione di un corridoio per disimpegnare la camera del figlio e quella per gli ospiti in modo indipendente da quella per i proprietari.

Le Corbusier progetta questa casa pensandola come poggiata sull’erba staccandola dal suolo e quindi dalla natura, infatti scrive: <<...la casa si poserà nel mezzo dell’erba come un oggetto…, …elevando le masse sensibili della casa al di sopra del suolo, nell’aria. La vista della casa è una vista imperativa, senza collegamenti col suolo…, …il centro di gravità della composizione architettonica si è elevato: non è più lo stesso delle vecchie costruzioni in pietra, le quali mantenevano un legame ottico col suolo…, …l’edificio si presenta come un oggetto in vetrina sopra un piedistallo…>>. Infatti il corpo dei servizi a pianterreno è arretrato su tre lati rispetto al filo del volume superiore; la sua consistenza volumetrica è quasi annullata dalla vetrata e dal colore verde scuro delle superfici chiuse.



Dall’esterno si nota immediatamente l’amore per la forma pura, un basso parallelepipedo, Le Corbusier dice: “l’architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi assemblati nella luce. I nostri occhi sono fatti per vedere le forme nella luce; i cubi, i coni, le sfere, i cilindri, o le piramidi sono le forme primarie che la luce esalta e per questo sono belle forme”.
La struttura è sospesa su esili pilastri, i pilotis, e i quattro fronti apparentemente tutti uguali sono tagliati da delle finestre a nastro.
Le quattro facciate non sono tutte uguali. Due di esse hanno pilotis ha filo di parete, mentre le altre due sono a sbalzo rispetto ai montanti; le prime non sono vere facciate libere, mentre le seconde si.
Questa caratteristica delle facciate può essere verificate facilmente sia in pianta, andando ad individuare la posizione dei pilastri; sia nei prospetti, dove quelli liberi hanno le finestre a nastro continue, gli altri invece no. Le facciate sono tutte simili perché l’architetto non vuole che nessuna delle quattro predomini sulle altre, “i singoli pilastri del pianterreno, grazie a una giusta disposizione, ritagliano il paesaggio con una regolarità il cui effetto è di abolire qualsiasi nozione di davanti, o di dietro o di lato della casa”.
La simmetria che si può generare è abolita dalla posizione asimmetrica dei corpi sovrastanti l’edificio, gli oggetti a reazione poetica (solarium e scale). Questi conferiscono una nota di varietà e ambiguità al tutto, così da rendere ogni visuale di prospetto diversa dalle altre; guardando dai vari lati il gruppo di oggetti a reazione poetica ora appare a sinistra, ora di fronte, ora a destra, e poi scompare del tutto per chi guarda dal basso.
Malgrado la serie di cambiamenti intervenuti nell’organizzazione degli ambienti del progetto definitivo rispetto al progetto iniziale, il carattere dell’edificio non ha subito alcuna modifica sostanziale. L’immagine del parallelepipedo sospeso su pilotis e forato lungo tutto il suo perimetro dalle finestre in lunghezza, rimane confermata. Poi si nota che la facciata corrispondente alla terrazza-giardino è simile alle altre; e ciò chiaramente in deroga al principio funzionalista per cui l’esterno dovrà rispecchiare fedelmente l’interno. Secondo De Fusco: <<interno ed esterno devono sì corrispondersi, ma non al punto da scompaginare un’immagine che il Nostro aveva prefigurato in nome non solo di una logica funzionale, ma anche, in questo come in numerosi altri casi, in quello di una logica della fantasia>>. Io sono d’accordo con De Fusco perché questa apparente falsità, che può essere comunque facilmente verificata andando sul terrazzo, è necessaria perché così facendo non ci sono fronti predominanti; e perché chi frequenta il tetto-giardino pur essendo all’esterno, grazie alla presenza delle finestre, si sente più protetto e quasi in un interno.

Il rapporto con l’esterno non è completo come è proprio dell’architettura organica e di Fanlligwater perché come dice lo stesso Le Corbusier “la casa si poserà nel mezzo dell’erba come un oggetto”, e quindi non
scaturirà dal suolo e dall’ambiente circostante; ma grazie alle grandi finestre a nastro il rapporto con l’esterno, in senso visuale, e sempre garantito.



Sia Zevi che De Fusco che Tafuri sono d’accordo che la rampa serve a lacerare la forma pura del parallelepipedo spaccando tutta la villa in senso longitudinale, come facevano i cubisti scardinando l’involucro e penetrando nell’interno dell’oggetto. Ma la rampa, dopo aver spaccato la forma pura, rende percepibile la continuità degli spazzi che essa ha frantumato; infatti collega al coperto il piano terra col primo piano e, all’aperto, quest’ultimo col tetto-giardino. In tal modo la rampa, vera e propria promenade architecturale, costituisce un elemento plastico costantemente visibile nella parte centrale della casa sia per chi guarda dall’interno, sia per chi guarda dalla terrazza del primo piano.

Anche in questa abitazione i mobili fanno parte dell’architettura, perché la struttura fa parte dell’arredamento, e l’arredamento della struttura. Ad esempio in cucina il mobile è incassato nel muro, oppure un tavolinetto che viene sorretto da un pilastro.
Una cosa molto innovativa persino per il nostro tempo è il bagno della camera da letto matrimoniale, dove non ci sono porte ne pareti che dividono la zona letto dalla zona bagno, ma solo un piccolo muretto. Le tre camere da letto hanno tutte una zona bagno che però non ha in nessun caso un’apertura sulle pareti laterali, aperture che si ritrovano sul tetto.




Bibliografia

- Verso
una architettura, Le Corbusier, Longanesi & C, Milano, 2001.
- Mille anni d’architettura in Europa, Renato De Fusco, Editori Laterza, Roma, 1993, pag. 612-614.
- Storia dell’architettura contemporanea, Renato De Fusco, Editori Laterza, Roma, 1988, pag. 266-270.
- Architettura contemporanea, Manfredo Tafuri, Electa, Milano, 1992, pag. 113-119.
- Storia dell’architettura moderna, Bruno Zevi, Einaudi, Torino, 2004, pag. 98-110.
- Guida all’architettura moderna – Le Corbusier, Francesco Tentori e Rosario De Simone, Editori laterza, Bari-Roma, 1987, scheda 4.
- The architectural review, vol. 205, no 1228, 1999, giugno, pag. 98.
- Parametro, no 180, 1990, settembre/ottobre, pag. 70-73.

Pensiero del giorno... L'architettura che non ti aspetti

grazie flickr per permettermi ogni giorno di vedere cose nuove...
Oggi sono stato a Tel Aviv in Israele... guardate un po' che ho trovato... e chi l'avrebbe mai detto che nei pressi del deserto si respiri un'aria così frizzante... beh... in realtà sono belle le foto, le architetture un po' meno, ma vi assicuro che sarà comunque piacevole il vostro viaggio nei prossimi 2 minuti... (cliccate sul quarto link: quel tizio ha una gallery fantastica)





2-Foto di...



3-Foto di...



4-Foto di...

Pensiero del giorno... Bernard Tschumi


Tschumi Bernard (quello del Parc de la Villette di Parigi) , Advertisement for Architecture, 1977
Geniale la sua lettura all'architettura...
"... un omicidio in una strada è diverso da un omicidio in una cattedrale..."

Concorso "Caiazza Memorial Challenge 2008"


Un altro concorso sulle sedie?! mammamia... non se ne può più... appena 2 settimane fa avevo pubblicato un post sul concorso Dinamicamente 2008 relativo alle sedie, e adesso vedo che Promosedia ne bandisce uno che è letteralmente identico... quindi spenderò pochissime parole in proposito. Se siete interessati cliccate sul bando: è abbastanza esaustivo. Non dimenticate di dare un occhiata ai vincitori del 2007... nella foto c'è il progetto primo classificato dell'anno scorso...

-Scadenza: 31 marzo 2008

-Interessati: Architetti e Designer; Studenti, regolarmente iscritti presso gli Istituti Superiori di Design e le Facoltà di Architettura.

-Limiti d'età: possono partecipare solo Under 40

-Limiti progettuali: Ai partecipanti è richiesto di produrre idee relative ad una sedia per interni facendo un significativo uso del legno. Non sono ammessi progetti di sedute quali chaise longue, divanetti, sgabelli, pouf

-Bando:
http://www.promosedia.it/design_bando_ita_2008.html

-Sito Promotore:
http://www.promosedia.it/index.php?pag=salone&l=ita

-Vincitori della scorsa edizione:
http://www.promosedia.it/index.php?pag=caiazza&f=list&l=ita

Padiglione Tedesco, Barcellona 1929 di Mies van der Rohe

Tesina scritta nell'ambito del corso di storia dell'Architettura II

Tutto parte da una lastra: la lastre di onice. Mies la comprò non appena gli fu commissionata l'opera. Non vi era tempo per sceglierne una fatta su misura e si dovette "accontentare" di quella che riuscì a trovare. Si fa per dire, visto che spesse esattamente un quinto dell'intero costo del padiglione. Dopo tutto, la struttura doveva accogliere il re di Spagna. La storia di Mies e della parete potrebbe continuare a lungo, ma ciò che ci importa far capire è come questa sia stata il metro di tutto l'edificio, "l'accidente" che se saputo domare crea architettura. Le sue misure hanno proporzionato tutto il resto. Ha inoltre suggerito quale doveva essere il linguaggio architettonico da usare: il De Stijl ovviamente. Da quel momento le lastre si sono fatte 1000: materiche nei setti murari; virtuali nello specchio d'acqua; sospese come le coperture; evanescenti come le vetrate. L'importante che siano lastre, isolate o continue oltre la giuntura. Queste superfici si fanno parole di un meraviglioso discorso dove la grammatica è il rigore razionalista, la poesia è la fluenza spaziale. La sintassi della struttura portante parla il linguaggio dell'acciaio: pilastri cruciformi, cromati per sparire allo sguardo. La loro forma è molto più indagata di quanto possa apparire. Solo in sezione se ne riesce ad apprezzare le doti tecniche. Per quel discorso che fa Mies sulla verità del procedimento costruttivo, vengono lasciate delle viti a vista sulla superficie dei pilastri che fanno presagire quanto avviene all'interno. L’innesto con il tetto in cemento armato avviene con una semplice compenetrazione tra le parti che ci suggerisce una visione paratattica del progetto, ovvero per somma di elementi. Risulta facilmente intuibile il sistema con il quale agiscono le forse. In questo senso possiamo dire che non si ha voglia di occultare il processo di fabbricazione, seppure venga usato un elegante fare plastico alla Wright. La magniloquente bellezza del padiglione è esclusivamente affidata alla decorazione intrinseca dei materiali usati, decorazione che non vuole essere ornamento, ma parte integrante dell'architettura, in piena filosofia "less-is-more". È questo, a mio avviso il più grande insegnamento di Mies, non certo perché sia stato il primo ad ipotizzare dette teorie, ma perché ne fu maestro ineguagliato.
Considerando quello che doveva essere lo scopo del padiglione credo che sia opportuno guardare alla questione del soleggiamento non come un problema di temperatura, ma dal punto di vista dello sfruttamento della luce. Questa infatti abbaglia la statua che cerca di proteggersi, riflette nella parete e nello specchio d’acqua della corte interna per poi finire convogliata negli ambienti interni.
Il gioco di vedute e scorci è una sorta di trappola emotiva che “costringe” il visitatore a svoltare l'angolo e a curiosare nel nuovo ambiente, dove Mies pone puntualmente un elemento su cui catalizzare l'attenzione: una parete in onice, una statua, uno specchio d'acqua. Anche il mobilio può essere scritto a questo elenco: sebbene da riferirsi al less-is-more non appare discreto o addirittura minimalista, ma si impone sulla scena. Soprattutto la celeberrima sedia Barcellona. Nella sua riconoscibilissima possa plastica appare come se già fosse sottoposta al peso di un uomo. Più che un senso di stabilità comunica una imminente rottura, ma l'imbottitura con la sua soffice leggerezza "istiga" alla seduta. Compromesso che funziona se si considera il successo avuto all'epoca e l'ampio utilizzo che se ne fa ancora oggi, nonostante a mio avviso risulti suscettibile di critiche.
Il repertorio architettonico usato nel padiglione viene quasi integralmente trasferito nelle sue fattezze estetiche in casa Tugendhat, seppure cambiandone il lessico. Dopo tutto, la progettazione di entrambe le costruzioni è contemporanea e potremmo definirle le prove generali per il raggiungimento di una nuova eleganza che non trova la sua ragion d'essere nel logoro linguaggio neoclassico o nella retorica delle colonne e delle cupole. Nulla di nuovo potremmo dire, ma Mies nel padiglione tedesco raggiunge livelli poetici e stabilisce un nuovo traguardo per il De Stijl (forse mai eguagliato).


Bibliografia:

"Storia dell’architettura moderna” di Bruno Zevi
“Architettura contemporanea” di Tafuri
testo di De Fusco

Foto di...