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Pensiero del giorno... In viaggio

Dopo le raccapriccianti immagini degli hotel più pazzi del mondo ecco gli indirizzi di due strutture alberghiere, che sebbene non passino inosservati per le loro peculiarità, tentano di instaurare (forse) un rapporto più autentico con l'architettura contemporanea. Secondo voi si tratta di feticci per viaggiatori da strapazzo o perle nere in un mare di nulla?! A voi la scelta.


Igloo village kakslauttanen

Questo villaggi si trova in Finlandia in una zona dove il sole di mezzanotte e l'aurora boreale costituiscono un'attrazione turistica più che spettacolare. Per questo motivo, chi non volesse perdersene un solo bagliore può alloggiare in igloo di vetro provvisti di tutti i comfort necessari.
Sito Ufficiale


Capsula Alpina

Pare che il rifugio progettato dal designer inglese Ross Lovegrove sarà pronto per l'uso già a partire dal 2010. Per il momento possiamo dirvi che l'opera verrà collocata in Alta Badia sulle dolomiti del Trentino a quota 2100 m.s.l.m.
Concepita per essere visivamente poco impattante, ha un diametro di otto metri per un'altezza di tre. E stata ideata per essere un'abitazione totalmente autosufficiente grazie allo sfruttamento del sole e del vento. Dall'interno si gode una visuale a 360° sulla natura circostante.
Approfondimento

Pensiero del giorno... Comico

Oggi parliamo di Beppe Grillo...
Mi sono imbattuto di recente in due suoi video in cui parla di Architettura. Bene... che vi devo dire!? Che sia un tipo un pò fanatico lo si era capito da un bel pezzo, tuttavia gli avevo attribuito una certa credibilità, forse a causa della mia ignoranza sugli argomenti da lui trattati solitamente. Capisco che ci siano casi sconcertanti che magari non conosciamo, ma sentirlo parlare di Architettura è rivoltante. Di seguito posto solo uno dei video, perchè del secondo (girato ad un vaffaday) non ho più traccia. Se qualcuno dovesse trovarlo, sarò felice di aggiungerlo.
Buona Visione.

Tecnica Urbanistica - La carica delle 101 tavole

Gli aneddoti che uno studente universitario può raccontare sulla propria carriera accademica potrebbero essere infiniti. Tuttavia, dopo i primi anni di duro lavoro sui libri lo spirito di adattamento di ogni individuo lo porta a dire che "tutto è normale", così, con rassegnazione si procede, si continuano a saturare le pagine del libretto con le nuove materie-premio. Accadono poi eventi che per quanto uno possa essersi rassegnato alla routine non può che guardare con sguardo quantomeno esterrefatto.
Vorremmo adesso esporvi le circostanze in cui si è svolto il corso di Tecnica urbanistica del quarto anno in ingegneria edile-architettura condotto dalla professoressa P. Busacca dell'Università di Catania A.A. 2007-08.
Ci teniamo a precisare che questo articolo non vuole essere un attacco a nessuna delle persone che citeremo, ma solo un modo per confrontarsi su istanze che sono state "ignorate" quando espresse di presenza. Consapevoli che le idee acquistano dignità solo quando vengono messe per iscritto (questo ci ha insegnato il corso), saremmo felici di sapere cosa ne pensate a proposito.
Per onore di cronaca va detto che il corso di tecnica urbanistica è affiancato dal relativo laboratorio, in cui si fanno studi sul campo per giungere alla stesura di un progetto. A nostro avviso, il problema risiede appunto nel laboratorio, una materia da 4 crediti che richiede una impressionante mole di lavoro andando in ultima analisi ad influenzare il voto della materia vera e propria (9 crediti). La parte teorica, gestita in maniera ineccepibile dalla professoressa stessa, è stata ricca di spunti ed informazioni che hanno permesso di leggere in maniera nuova i fenomeni urbani e la loro evoluzione nel tempo con tanto di pacchetto normativo a seguito. Il passaggio alla parte pratica, tuttavia, è stato quantomeno brusco. Le prime parole pronunciate dagli assistenti che si occupavano del laboratorio sono state del tipo: benché il laboratorio dovrebbe svolgersi nelle sole ore di lezione, sapete benissimo che questo non accade mai . Discorso che non ci turbava minimamente perché esplicitazione di un’usanza consolidata e diffusa tra i docenti universitari. Tuttavia non sospettavamo da li a pochi giorni avremmo dovuto rivoluzionare la nostra vita di studenti.
Il lavoro si è svolto a Librino, un quartiere alla periferia di Catania, con incontri, revisioni, seminari, tutte cose didatticamente utili e stimolanti, ma organizzate nella peggiore delle maniere sia nei modi che nei tempi. Ma lo spirito positivo che distingue noi ragazzi ci ha portato ancora una volta , seppure tra mille lamentele, a proseguire il lavoro.
Poi durante una revisione accadde l’imprevedibile. A seguito di una richiesta d’aiuto, un’assistente si sente autorizzata a rimproverare una mia collega al punto da farla piangere umiliandola davanti a tutta la classe. Rimprovero che si concludeva: io mi sono fatta un’idea del vostro gruppo e state pur certi che non la cambio. Scene del genere non sono mancate durante qualsiasi revisione, nostra o di altri, revisioni basate sulla logica “chi grida di più ha ragione”. Da quel momento in poi abbiamo preferito non farci più vedere in aula se non con la certezza di mostrare i nostri elaborati a chi dicevamo noi. La domanda che è nata a seguito di questa esperienza è stata: Come è possibile che chi ha la pretesa di cambiare le sorti di un intero quartiere o addirittura di un’intera città non si renda conto delle difficoltà di chi gli sta di fronte?! Vuol dire questo, essere urbanista?
Va segnalato che la professoressa non è mai stata presente a questi incontri e quindi non è pienamente a conoscenza di quello che combinavano i suoi assistenti.

Altre riflessioni a margine del corso:

· Si è parlato spesso e volentieri di approccio e sensibilità ambientale, riciclo di acqua, di rifiuti, tutte idee che in un modo o in un altro hanno caratterizzato i nostri progetti. Bene. Come gruppo abbiamo stampato quasi un centinaio di tavole A2 A1 e A0 su carta da 90g. Abbiamo così, consumato tre rotoli da 50 metri ciascuno durante tutta la durata del corso. Considerando che vi erano almeno una quindicina di gruppi a seguire il corso non ci viene difficile ipotizzare che siano stati utilizzati 15x150m di carta che vuol dire oltre 2,2 chilometri di carta larga 80 centimetri. Vi rendete conto di quanto siano 2,2 chilometri di carta e di cosa significhi questo a livello ambientale?? Oggi, la tecnologia ci supporta. Sarebbe opportuno adeguarsi, magari con delle stampe in .pdf?!

· Le cento tavole di cui vi parlavamo prima hanno pure un costo, visto e considerato che sono tutte a colori, questo si traduce in una spesa di 300 € circa. Come si può parlare di sensibilità ai problemi economici nella progettazione, quando ci si propongono spese del genere?

· Forse apparirà meno interessante, ma per realizzare, revisionare, adattare, impaginare e stampare cento tavole occorre un’impressionante quantità di tempo. Tempo che abbiamo sottratto ad altre materie, alla nostra vita privata rinunciando anche a dormire se necessario. Adesso capite perché il blog è stato chiuso per un bel po’ di mesi (vedi maggio-giugno-luglio). Qualsiasi altra osservazione a tal proposito risulta superflua.

· Quando abbiamo tentato di esporre simili istanze ci è stato risposto che in generale il corso è andato bene, quindi il problema doveva essere del nostro gruppo. Quello che forse non sapevano e che gli studenti non si sono ribellati (anzi, non si sono ribellati fino in fondo) perché, come ci hanno riferito, ipotizzavano ritorsioni in commissioni di Laurea. Questo ci ha spronato a scrivere tale articolo nella consapevolezza che simili atteggiamenti da parte dei nostri colleghi non portano da nessuna parte, soprattutto quando sì ha la genuina pretesa di migliorare le cose, senza dover offendere o danneggiare nessuno. E siamo certi che persone serie ed oneste, quali riteniamo essere i nostri professori, non potranno non tenere in conto le nostre osservazioni nella futura gestione del corso.

La redazione

Pensiero del giorno... Centrini

Qual è il suppellettile che odio più al mondo? i centrini da tavola chiaramente!!! Li ho sempre guardati come il simbolo della perversione dell’uomo per un numero infinito di ragioni.

1 - Tanto per cominciare potremmo dire che sono la materializzazione della sottomissione e dell’emarginazione della donna nei tempi che furono. Le ragazze senza possibilità di intraprendere alcun tipo di carriera di studio o lavorativa cominciavano sin da piccolissime a smanettare con i ferri per realizzare al più presto la dote da sacrificare per il loro matrimonio. Poi cominciavano i corredi per i figli appena nati e quelli per i figli in età da marito.

2 - Paradossalmente tutti i lavori realizzati per i matrimoni non venivano usati, ma riposti e conservati nei cassetti nell’attesa di chissà che cosa…

3 - Tra tutti i lavoretti da realizzare ad uncinetto, sicuramente sono i più inutili.

4 - Entrano a far parte di un meccanismo cinico: si acquistano dei mobili pregiati; si cominciano a mettere dei centrini singoli sotto ogni oggetto per evitare che si graffino; i centrini si moltiplicano fino a quando si sente la necessità di ricoprire l’intero mobile con un centrino-tovaglia; il pezzo di arredo, acquistato per la sua bellezza, risulta inutilizzabile e invisibile. E indovinate cosa viene messo sotto il mobile? Un bel tappeto che protegga il pavimento, in parole povere un centrino sovradimensionato.

5 - Hanno inventato dei centrini di plastica stampata che emulano la lavorazione dei fili. Sono economici, antimacchia, antiscivolo e regolabili in dimensioni. Per questo motivo i centrini antichi hanno acquisito un notevole valore tanto da essere utilizzati come oggetti di arredo autonomi: li possiamo trovare anche incorniciati ed esposti come opere d’arte in bella mostra.

6 - Le signore si sono sempre rifiutate di insegnarmi a lavorare ad uncinetto…

LIBERIAMO LE NOSTRE CASE DAI CENTRINI

Pensiero del giorno… l’Ultima Architettura

Da un po’ di giorni ho tirato fuori una vecchia serie televisiva che non vedevo da anni: Six Feet Under, un telefilm che narra le vicende di una famiglia di becchini americani.
Tra un paio di giorni mia zia verrà tirata fuori dalla loculo in cui riposa per essere piazzata altrove: aveva 52 anni quando è morta.
Non vi aspettate discorsi sul senso della vita, sull’aldilà, sul come, sul dove e soprattutto sul Chi. Mi sforzerò ancora una volta di parlarvi di architettura, l’ultima architettura per un uomo. Mi piacerebbe credere che le persone non debbano accendere dei mutui per comprare le nicchie in cui finiranno; mi piacerebbe credere che non esista un mercato immobiliare anche per questo; mi piacerebbe credere che non esistano sfratti per i morti; vorrei illudermi che la morte sia un “livella” proprio come raccontava Totò, ma vivo in un piccolo paese siciliano in cui a passeggiar tra le tombe ci si sente tra “cattedrali”. Ogni cappella spicca in altezza, in decorazioni, in sfarzo: la mania di avvicinarsi a dio usa sempre e soltanto il solito linguaggio seppure declinato in mille stili diversi: gotico, classico dorico, rinascimentale, imperiale anni ’40, brutalista in cemento armato. Sono belle, lussuose, accattivanti. Ti dicono: “vieni pure! Entra! rimani qui”… Il cumulo di pietre di cui parla Adolf Loos, viene sempre trasformato in qualcosa di più bello perché si ha paura che possa mai essere riconosciuto come tale.


"Se in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura."

È una finzione che dovrebbe aiutare a dimenticare o ad elaborare un lutto, o forse per fare gongolare un morto lassù. Eppure, per quanto lavoro vi si possa fare, per quanto materiale si possa usare o per quanti fiori vi si possano mettere la sensazione che quelli siano i luoghi più brutti della terra non tarda ad arrivare. Chi si trova a progettare in tali luoghi non può fare a meno di confrontarsi con le più grandi paure dell’uomo e soprattutto con i suoi più grandi vizi.
Per un certo periodo avevo guardato con ammirazione al Cimitero di Igualada di Enric Miralles: semplice, lineare, evocativo e mi ero pure illuso che quello fosse il giusto posto in cui andare a finire. Poi noto che la salma dell’architetto è stata posizionata in una cappella distaccata da quelli che sono i loculi tutti uguali e sovrapposti che costituiscono la maggior parte del cimitero. Comincio a credere che le categorie mentali di noi architetti non siano assolutamente adatte ad affrontare un tema come quello della morte. L’uomo non vuole finire in una cassa di legno grezzo e in un buco minimal, c’è poco da fare: vuole il meglio. Non siamo nati per morire, ecco tutto, e questo dovremmo ricordarlo. A pensarci bene, le “cattedrali” del mio paese non sono così male: rappresentano solo un legittimo desiderio di eternità…





Foto di...

Pensiero del giorno... Attenzione

"L’attenzione come valore comune per i lavoratori e per i datori di lavoro. L’attenzione al funzionamento delle macchine, delle attrezzature e delle dotazioni di sicurezza. L’attenzione a valutare e prevenire comportamenti a rischio. L’attenzione all’addestramento e al rispetto delle procedure. L’attenzione alla formazione e all’informazione. L’attenzione alle norme,
ai regolamenti e alle misure organizzative. Nei cantieri, nelle fabbriche, negli uffici, nelle case, nelle campagne, nelle scuole di tutto il paese, ogni volta che cade l’attenzione c’è qualcuno che rischia di non rialzarsi più. Teniamo alta l’attenzione perché teniamo alla vita e alla salute di chi lavora"

Questi sono i manifesti della campagna di sensibilizzazione promossa dall'INAIL e dal Ministero del Lavoro sul tema dell'attenzione. Avete capito bene... si parla di ATTENZIONE e non di SICUREZZA. Devo ammettere che questo cambiamento di termini, questo spostamento di significati mi lascia un po' perplesso. Quale sarebbe il messaggio nascosto?! che è meglio tenere su la guardia perché nessuno ci garantisce nulla? che la sicurezza non esiste e non è nemmeno auspicabile? Tuttavia non posso fare a meno di credere che questo tipo di invito sia particolarmente azzeccato per la realtà italiana, realtà che definirei fantascientifica.

Oggi vi vogliamo mostrare come si possa rischiare la vita all'Università di Catania (facoltà di ingegneria, dipartimento di architettura, aula IV e di matematica) per compiere un gesto banalissimo come inserire la spina del computer in una presa.

State ATTENTI!!!




p.s. qual'è quella parola che comincia per A e finisce per ucciderti?! ...Alta Tensione

Ministero del lavoro

Pensiero del giorno... Giudizio universale

Da un paio di anni a questa parte, causa impegni universitari, avevo dimenticato come funzionasse quello splendido soprammobile che sin da tenera età mi aveva cresciuto amorevolmente: la televisione. Come una madre affezionata, mi aveva insegnato tutti quei sani principi e quegli atteggiamenti che un uomo moderno avrebbe dovuto seguire per diventare lo stereotipato felice uomo medio traboccante di stereotipi e luoghi comuni. Fortunatamente poi si cresce e si cominciano a capire determinate cose: non siamo tutti principi azzurri e principesse addormentate; Hansel e Gretel se si volevano così bene non potevano essere fratelli; la storia della principessa sul pisello è un po’ porno ecc. ecc.

La Tv, nel frattempo che io sputavo sangue sui libri, ha avuto modo di cambiare: la botta dei reality è stata più forte di quanto chiunque potesse immaginare. Se ci fate caso, oggi ogni programma è così composto: conduttore, partecipanti, giuria di qualità (ovvero quattro sputasentenze senza ne arte ne parte), il pubblico da casa (il contentino per non farci sentire un branco di pecore passive si chiama televoto), e il pubblico in studio (come si suol dire, l’ultima ruota del carro); il premio finale. Quello che mi impressiona di più è vedere come ci sia sempre qualcosa da nominare, votare, televotare, giudicare… sempre e comunque, e nel caso in cui non esista, semplicemente si inventa o si crea. Mi chiedo: che nella bibbia intendessero questo per giudizio universale?! Chissà!

Non sono così sciocco da ritenermi immune dalla sindrome del televoto, anzi, giudico fin troppo. Se la tv è riuscita ad influenzare me, anche a distanza, figuriamoci cosa è riuscita a combinare su chi la segue con affetto e instancabile interesse da anni. Mi rendo conto di stare trattando una argomento ormai eviscerato in tutte le sue parti da persone più competenti di me, ovvero l’influenza dei media sulle nostre vite, ma mi trovavo a riflettere su una domanda sostanziale: io-futuro-architetto dovrei cominciare a preoccuparmi delle interferenze tra l’architettura televisiva e architettura del reale? E in che misura?

Se risulta improbabile che qualche vecchio afficionados dei Puffi possa desiderare di vivere in un fungo, la stessa cosa non vale ,ad esempio, per la casa del Grande Fratello o le abitazioni dei vari reality di turno, dove la finzione stilistica viene riconosciuta per realtà emulabile: camere senza finestre illuminate a giorno; arredi di design sparsi un po ovunque, ambienti giganteschi.
Da poco mi è capitato di toccare con mano i risultati di tali trasposizioni condotte senza alcun metodo e senza alcuna attenzione ai principi fondamentali per il comfort ambientale. Risultato: ogni pezzetto di cemento armato è stato opportunamente ricoperto da legno di rovere (operazione che credevo fosse sanzionabile per legge); gli ambienti sovradimensionati ci sono ma per arredarli è stata adoperata qualsiasi cianfrusaglia reperibile in cantina e in deposito; luce naturale poca e niente; per riscaldarla appena un pochino occorrerebbe dargli fuoco.
Ho passato ore a chiedermi come sia potuto accadere tutto ciò, come nessuno di buon senso sia intervenuto, poi mio padre disse una cosa vera quanto terribile: “vuoi mettere la soddisfazione per una persona di poter dire che ha ideato casa propria?!”


Nell’era del Giudizio Universale, nell’era degli opinionisti di professione, non è difficile trovare chi voglia improvvisarsi designer d’interni o architetto del tutto, e aimè, mi duole costatare che mamma Tv rappresenti un infinito database di immagini pessime per chi “non-sa-cosa-mettere-in-quest’-angolo”.

Petra Dura su Facebook

Per festeggiare il primo anno di attività del blog ci siamo regalati un piccolo spazietto sul social network del 2009 : Facebook.
La pensiamo come un'opportunità per conoscerci meglio, per interagire in modo più efficace e divertente. Che ne pensate?


p.s.Non siete curiosi di sapere che facce abbiamo?! :)

Petra Dura compie un Anno!!!


Si, proprio così: è trascorso un anno, 140 post e oltre 75.000 visitatori da quando cinque studenti in Ingegneria hanno deciso di aprire una finestra sul proprio mondo.
Che vi devo dire?! questa creaturina, questo blog, tra alti e bassi ci ha dato parecchie soddisfazioni: è stata una bocca sempre pronta a esprimersi sugli argomenti più disparati; è stato un occhio attento puntato sulla realtà universitaria e urbana; è stata una mano sempre ben disposta allo scambio. Non sappiamo se queste siano buone motivazioni per continuare, ma vi confessiamo che non abbiamo la minima voglia di smettere...

GRAZIE A TUTTI

NATURA ed ARTIFICIO: La Sicilia dagli occhi di una pittrice

Testimone dolente (2005),
olio su tela 60x80
Lo sguardo si sofferma, l’estro creativo filtra l’immagine fotografica, il pennello ora sfiora ora ferisce la tela ricreando luoghi comuni ma mai scoperti. È così che il paesaggio siculo diventa protagonista, si tinge dei toni di cieli tempestosi e degli umori dell’artista. “Capricci” di Canalettiana memoria colgono l’essenza del luogo, potenzialità dalla valenza altamente estetica, depurate dalle brutture cui la quotidianità ci ha reso indifferenti. La natura è l’unica forza in grado di contrastare l’operato umano, orchestrando con inappellabile armonia distruzione e rinascita.







Sacro e profano(2005),
olio su tela 60x80







Memorie di roccia(2006),
olio su tela 60x80
L’artista messinese autodidatta G. La Rosa, è da anni impegnata nella ricerca di un equilibrio formale, un’espressività ora naturalista, ora naif, ora carica di simbolismi, in grado di ricreare attimi della propria combattuta interiorità in chi si immerge nella visione di uno dei suoi vibranti paesaggi. Solitudine, sofferenza, malinconia e poi speranza, ecco ciò che colpisce l’osservatore più attento. L’emozionalità si coniuga alla voglia di richiamare l’attenzione della collettività sui tanti monumenti e ruderi sparsi per le borgate vicine, che ad oggi versano per lo più in uno stato di incuria; testimonianze della nostra storia, chiese, castelli, ponti che opportunamente valorizzati potrebbero costituire un patrimonio inestimabile, un rifugio per l’animo di chi vuole discostarsi dalla spersonalizzazione indotta dai “non-luoghi” che dilagano a macchia d’olio a breve distanza.






Oltre (2007),
olio su tela 40x60